Intervista a Jonathan Bazzi | Il Bullone

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«L’HIV non è una condanna». Bazzi si racconta attraverso il suo libro Febbre: cosa vuol dire essere un «Bambino invisibile»

Di Oriana Gullone

Ricordo l’articolo di Jonathan di 3 anni fa su Gay.it, il loro taglio editoriale mi è sempre piaciuto, come e quali storie scelgono di raccontare. Li seguo da più di 15 anni. Venerdì pomeriggio in metro non metto a fuoco che si tratta della stessa persona che stiamo per intervistare sul palco di «AIDS Running in Music», al Parco Sempione. Nemmeno lo riconosco tra la folla. Poi Google durante il briefing pre-intervista, riaccende la memoria. Ho voglia di ascoltare, più che di fare domande.

Cosa vuol dire essere sieropositivo in Italia oggi?

«Non mi piace fare astrazioni, o parlare in generale. Posso raccontare la mia esperienza singola. La diagnosi è un terremoto, sotto molti punti di vista. Prendi coscienza di avere una data di scadenza, di essere vulnerabile, non più invincibile. Anche se l’HIV ormai è una malattia cronica, non più una condanna a morte, come fino a pochi anni fa. Purtroppo è la sensibilità collettiva che non è andata di pari passo con i progressi della medicina. La testa delle persone è ancora piena di tabù».

Il libro autobiografico di Jonathan Bazzi

Qual è il pregiudizio più grande che hai dovuto affrontare?

«Quello dell’essere un “piccolo omosessuale“. I bambini si accorgono molto in fretta del diverso. Gli altri bambini maschi hanno iniziato molto presto con le prese in giro, per le mie preferenze, magari nei colori da indossare, o per come portavo i capelli».

Il libro lo hai dedicato ai «bambini invisibili». Chi sono?

«I bambini che non vengono visti da chi dovrebbe prendersi cura di loro. E quelli che non vengono visti come bambini. Che vengono obbligati ad assistere a delle situazioni che non sono “da bambini“. Situazioni troppo grandi, che generano il trauma dell’impotenza. Ho immaginato una sorta di esercito, di comunità invisibile, simile per certi versi a quella delle persone sieropositive».

Pensi che essere nato in periferia abbia influito sull’informazione che hai avuto sull’HIV?

«Non credo. Anche se sono stato lasciato solo da adolescente, sia in famiglia che a scuola. In generale, credo, non ci sia mai stato, e probabilmente non c’è ancora, un incentivo a fare i test o a proteggersi. Non se ne parla, in città, come fuori. E a non parlarne non ci si prende cura di sé, ma dell’imbarazzo, della paura, della vergogna

Hai nominato in un’intervista uno «sguardo originario perso», che cos’è?

«Riflettevo sul fatto che quel “bambino invisibile“, dopo la fame insaziabile che gli era rimasta di quel primo sguardo che non c’era, adesso, raccontando la sua storia, di sguardi è riuscito a raggiungerne così tanti…».

Com’è cambiato il tuo rapporto con l’amore, e col fare l’amore, dopo la diagnosi?

«Credevo che il legame affettivo fosse di per sé una protezione, una sorta di “preservativo metafisico“. Che invece non è. Nemmeno la monogamia è una certezza. Tantomeno l’eterosessualità. Il cervello non puoi spegnerlo completamente, nemmeno con la persona che conosci meglio al mondo».

La partenza di Aids Running in Music (Foto: Roberto Sciuto)

Noi B.livers abbiamo una frase che torna spesso: «Io non sono la mia malattia».

«Il direttore di Gay.it tre anni fa mi aveva messo in guardia. Il rischio di diventare un’etichetta c’era ed era grande. Ma il coming out mi è servito a sentirla di più, metterla in comune ne ha incrementato la realtà. L’ho fatto per me, prima di tutto. L’HIV spaventa chi ne vede solo il rischio, il pericolo. Mi sono fidato delle mie parole, ero una fonte di informazione di prima mano per i dubbi degli altri. Ma, giuro, parlo anche di altro. Lei ha un po’ il vizio di prendersi tutta la scena».

Come reagisci alle fake news?

«Rispondo spiegando la verità, argomentando gli errori pubblicati da chi inventa bugie. Addirittura dicendo che il virus non esiste. O che ci si cura con l’alimentazione giusta. Combatto l’ignoranza con la comunicazione».

Ecco, adesso mi tocca parlare, la consegna del regalo spetta a me, e mi emoziono. Ti regaliamo le nostre Cicatrici, caro Jonathan. E ti aspettiamo in redazione, per parlare di tutto quello che vuoi. 

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