Stefano Bartezzaghi
"La domanda sembra essere: la lingua è sessista o no? La mia risposta è che la lingua segue e determina le evoluzioni sociali, e avendo noi vissuto in una società sessista, abbiamo ereditato una lingua sessista." Immagine con sistema di intelligenza artificiale Bing Image Creator

di Edoardo Grandi, B.Liver

Stefano Bartezzaghi è un semiologo, già allievo di Umberto Eco, giornalista, scrittore, enigmista, tra i più importanti studiosi di giochi di parole, umorismo e creatività. Collabora da diversi anni con le maggiori testate con le sue rubriche. Ha all’attivo numerosissime pubblicazioni, sia divulgative sia saggistiche. L'ha intervistato per noi il B.Liver Edoardo.

L’elenco redatto da Stefano Bartezzaghi e recitato da Paola Cortellesi durante il suo monologo ai David di Donatello 2018

Il monologo di Paola Cortellesi ai David di Donatello 2018

Un cortigiano: un uomo che vive a corte. Una cortigiana: una mignotta.

Un massaggiatore: un kinesiterapista. Una massaggiatrice: una mignotta.

Un uomo di strada: un uomo del popolo. Una donna di strada: una mignotta.

Un uomo disponibile: un uomo gentile e premuroso. Una donna disponibile: una mignotta.

Un passeggiatore: un uomo che cammina. Una passeggiatrice: una mignotta.

Un uomo con un passato: un uomo che ha avuto una vita, in qualche caso magari non del tutto onesta, ma che vale la pena di raccontare.

Una donna con un passato: una mignotta.

Uno squillo: il suono del telefono. Una squillo: una mignotta.

Un uomo di mondo: un gran signore. Una donna di mondo: una mignotta.

Uno che batte: un tennista che serve la palla. Una che batte: una mignotta.

Un uomo che ha un protettore: un intoccabile raccomandato. Una donna che ha un protettore: una mignotta.

Un buon uomo: un uomo probo. Una buona donna: una mignotta.

Un uomo allegro: un buontempone. Una donna allegra: una mignotta.

Un gatto morto: un felino deceduto. Una gatta morta: una mignotta.

Uno zoccolo: una calzatura di campagna. Una zoccola: una mignotta.

Intervista a Stefano Bartezzaghi

Quando si citano cognomi di persone, specie se note, di solito si usa l’articolo determinativo o la preposizione articolata solo per il femminile. Ad esempio, diciamo «un film di Fellini» ma «l’ultimo film della Cortellesi». È una semplice questione di abitudine o c’è dietro dell’altro?

«Il discorso non può essere lineare, a meno che uno non voglia pendere da una parte o dall’altra: in realtà non ci sono due parti. La domanda sembra essere: la lingua è sessista o no? La mia risposta è che la lingua segue e determina le evoluzioni sociali, e avendo noi vissuto in una società sessista, abbiamo ereditato una lingua sessista. Il monologo di Paola Cortellesi ci dice una cosa (anche se molte di quelle parole non sono più in uso): i maschi andavano in giro per la strada tranquillamente, mentre la femmina andava in giro per far la spesa e per andare a messa, e doveva tornare subito a casa, perché se stava per la strada voleva dire che “si offriva”.

Questo rispecchia uno stadio della società che fortunatamente non è più quello a cui siamo. Per tali ragioni, e altre analoghe, penso che si sia radicata anche questa differenza sui cognomi: ma è semplicemente una differenza, non è una discriminazione (dove con questo termine indichiamo una distinzione che svantaggia). Uno dice “Bartezzaghi” e “la Cortellesi”, che di per sé sarebbe neutro, ma segnala che per fare intendere che si parla di una donna occorre specificarlo.

Altra cosa a volte imbarazzante, in questo ambito, è l’uso di “signore”, “signora” e “signorina”. L’uomo è uomo e basta, la donna o è sposata o è nubile, e questo persiste tuttora: se chiami tutte le ragazze “signora” rischi delle sberle, perché sembra che tu dia loro almeno sessant’anni. Tornando all’impiego o meno dell’articolo determinativo, si tratta di abitudini che vanno depositate, se nessuno lo fa non restano».

E per quanto riguarda i nomi delle professioni?

«Anche qui si rientra nel tema delle abitudini, che non sono di per sé sbagliate. Per esempio, “ingegnera” non si può sentire. Ma allora perché “infermiera” sì? Nelle parole “ingegnere” e “infermiere” i fonemi sono quasi gli stessi, ma la differenza sta in una causa abbastanza ovvia: fin dai tempi della fondazione della Croce Rossa ci sono molte donne che fanno l’infermiera, ma donne ingegnere ci sono da molto meno tempo.

In altri casi si trovano pretesti diversi: “architetta” non si può dire, perché c’è dentro la parola “tetta”, ma non ha alcuna giustificazione, altrimenti anche “tettoia” dovrebbe far pensare alle tette! Ma in ogni caso anche qui il discorso non è lineare: ho amiche avvocate che dicono che se si fanno chiamare “avvocata” vengono prese meno sul serio.

Oppure, quando Susanna Camusso (che non può essere certo sospettabile di maschilismo o come schiava del patriarcato) era stata nominata alla guida della CGIL, aveva detto di voler essere chiamata “segretario”, perché “segretaria” avrebbe dato l’immagine di una dattilografa che batte a macchina le lettere dettate da un uomo.

Insomma, è di nuovo una questione di abitudine, che da qualche parte è più avanzata, ma lo è meno da qualche altra. Per fare un altro esempio, ho una figlia che si sta specializzando in medicina, e io dico che è “medica”, anche perché la parola, pensiamo alla guardia medica, almeno come aggettivo, esiste. Eppure non si dice. Esistono la ginecologa, la pediatra, però diciamo vado dalla “dottoressa” oppure vado dal “medico”.

Oggi si stanno affermando i termini “sindaca” o “assessora”, anche se tuttora giudicate parole brutte, ma se guardiamo i giornali di trent’anni fa, si vede che la stessa avversione riguardava “senatrice”, che ormai non crea più nessun problema».

Pensando alle cariche pubbliche viene in mente la nostra premier, che ha scelto di farsi chiamare “il Presidente del Consiglio”.

«Qui scatta l’ideologia. Ha affermato che si rifaceva al nome della carica e alla Costituzione, dove si parla del Presidente del Consiglio, al maschile, ma sono sciocchezze. È un atto politico e polemico, uno schiaffo alle opposizioni. Subentrano cioè, motivazioni diverse, e il parere linguistico e semiotico non conta più, è un fatto di posizionamento dove ognuno fa quello che vuole».

Stefano Bartezzaghi è un semiologo, già allievo di Umberto Eco, giornalista, scrittore, enigmista, tra i più importanti studiosi di giochi di parole, umorismo e creatività. Collabora da diversi anni con le maggiori testate con le sue rubriche. Ha all’attivo numerosissime pubblicazioni, sia divulgative sia saggistiche.

C’è ancora un certo dibattito a proposito dello «schwa»…

«Penso che sia un non problema. Le lingue, nella loro fisiologia, non evolvono per atti di volontà, si vuole fare entrare nell’uso qualcosa che nell’uso non c’è. In un libro, Senza distinzione, dove peraltro parlo pochissimo di “schwa”, dico che il problema è un altro, e cioè il maschile sovraesteso.

Ieri ero all’università per un esame, e in aula su cinquanta candidati solo tre o quattro erano maschi, così ho cominciato a rivolgermi a tutti usando il femminile. Certo, ho fatto una forzatura della lingua sovraestendendo il femminile, ma loro sanno che tipo sono e che mi permetto certe forzature.

Il punto è che non sappiamo perché l’Italiano abbia il maschile sovraesteso: non è che ci sia stato un patriarca che ai tempi di Dante ha deciso che se ci sono cinque donne e un uomo diciamo “sono tutti lì”, al maschile.

Quando si evolve la società, nascono nuove sensibilità, e si pensa di avere un problema con delle desinenze, cosa si può fare? Scegliere di drammatizzare la questione delle desinenze o invece cercare di spiegare che la lingua è convenzionale? Il genere grammaticale non ha a che fare con il genere biologico o sessuale.

Mi stupisco quando certi linguisti, come la mia amica Vera Gheno, si accaniscono su questi temi. Per me è l’occasione per far capire che maschile è la parola, non è maschile il significato, tant’è vero che diciamo “la spia” anche se è un uomo, o un uomo che fa “la sentinella” non sente diminuita la sua virilità.

Ripeto, a mio avviso si drammatizza una questione che potrebbe essere trattata in modo diverso».

“Le lingue, nella loro fisiologia, non evolvono per atti di volontà, si vuole fare entrare nell’uso qualcosa che nell’uso non c’è.”

– Stefano Bartezzaghi