Voi uomini nati vincitori Noi donne cresciute guerriere | Il Bullone

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Di Fiamma Colette Invernizzi

Novantanove centimetri. Erano cento, all’inizio della quarantena, quando ci dicevano di restare, minimo, a un metro di distanza. Poi sono diventati due, i metri. Poi tre. Poi l’isolamento e l’illusione della vicinanza virtuale, che ci ha lasciati boccheggianti davanti agli schermi, alla ricerca di un solo, vero contatto. Poi l’attesa, che ci ha coperti di polvere e di incertezze, di mascherine per respirare a metà e guanti per fare la spesa. Poi i cari che si sono ammalati e hanno smascherato la vulnerabilità delle certezze che avevamo accuratamente costruito sul nulla. Poi i pensieri, profondi e leggeri, piccoli e limpidi. Poi, d’improvviso, la fine. L’inizio. Nuovo. E io l’ho fatto, subito: ho trasgredito e ho superato il confine.

Novantanove centimetri. Sono lì, la pelle tesa in questa rinvenuta sensazione di scoperta, e tu sei in piedi di fronte a me. Lo sappiamo che non siamo più chi eravamo prima della pandemia. I segni del tempo, i tragitti percorsi con la fantasia, i pensieri che hanno veleggiato lontano durante la reclusione domestica. Io, Donna e tu, Uomo, ci ritroviamo spogli dei nostri sessi e ci riconosciamo nuovamente semplici e meravigliosi Esseri Umani. Guardami attentamente, qui, nel profondo degli occhi. Sono passati secoli, millenni, prima che potessimo imbatterci in questa situazione. Denudati. Pupille nelle pupille, in silenzio, anime nelle anime.

Dall’ alto Emmeline Pankhurst con accanto Maya Angelou seguendo Irena Sendler e Frida Kahlo

Respiriamo la stessa aria e siamo vulnerabili agli stessi attacchi. Non che non lo sapessimo già, quando ci sentivamo invincibili, ma forse adesso che lo abbiamo visto da vicino faremo più fatica a dimenticarcelo. Siamo uguali. E se mi guardi non voglio che tu veda la paura che provo nei confronti della tua forza e della tua violenza. Non voglio più vedermi sposa-bambina, non voglio più vedermi schiava. Se, come scriveva Virginia Woolf, «per tutti questi secoli le donne hanno avuto la funzione di specchi, dal potere magico e delizioso di riflettere raddoppiata la figura dell’uomo», oggi non c’è più bisogno di ingigantire nessuno di noi. Siamo stati sconfitti, insieme, abbiamo lottato, insieme, e ci siamo rialzati. Lascia che ti spieghi. Dalla lontana notte dei tempi voi Uomini siete nati Vincitori e noi Donne siamo cresciute Guerriere.

Farfalle di ferro, se dovesse descriverci Oriana Fallaci. Voi siete venuti al mondo, generazione dopo generazione, vestendovi del diritto di voto o di possesso, arrogandovi il vanto di pater familias, di patriarca, di padrone. È sempre stata vostra la padronanza (e qui l’etimologia parla da sé) della scrittura e della poesia, delle arti, della pittura. Noi abbiamo dovuto lottare per tutto, per ogni granello, per ogni dettaglio. «Ogni volta che una donna lotta per se stessa», scrive Maya Angelou, poetessa afroamericana del Novecento, «lotta per tutte le donne». Così noi tutte veniamo al mondo sguarnite di privilegi ma tenendo stretti nel cuore i nomi – per lo più sconosciuti – di Emmeline Pankhurst, Irena Sendler, Amelia Earhart, Rosa Parks, Artemisia Gentileschi, Margaret Heafield, Nujood Ali e Marie Curie che però, guarda caso, portano nella storia il cognome di un padre o di un marito. Smettiamo tutto questo. Avviciniamoci di qualche altro centimetro. Non ti dico che vorrei nascere Vincitrice, perché un corpo come il mio, in grado di generare la Vita, non può mai smettere di lottare. Però vorrei che mi guardassi così, immobile e consapevole di tutte le battaglie che dobbiamo affrontare ogni giorno e che potremmo non combattere se solo riuscissimo ad allearci e a guardarci, finalmente, uguali, accettando la grande avventura di essere noi stessi. «Non fare caso a me», diceva Frida Kahlo, «perché io vengo da un altro pianeta. Io vedo orizzonti dove ancora tu disegni confini».

Dall’alto Oriana Fallaci e Rita Levi Montalcini, seguendo Simone de Beauvoir e Virginia Wolf

Smettiamo di farci la guerra. Allunga la mano verso di me, adesso, in questo confine fatto di cellule che hanno ancora paura di sfiorarsi e di riprendere a vivere come facevamo prima, quando tutto era scontato e tutto andava come doveva andare, senza possibilità di cambiarlo. Oggi è il giorno giusto per ricominciare. Oggi vorrei che ci guardassimo per la bellezza della complessità che abbiamo, per le nostre capacità, per la nostra abilità di stupirci dei nostri sorrisi. Vorrei che parlassimo, insieme e a lungo. Vorrei che venisse stabilito, in ogni angolo del globo, che non esistono professioni, stipendi, riconoscimenti e posizioni con un genere. Vorrei che fosse scritto che non esistono più discriminazioni solo perché io sono io e tu sei tu. Donna e Uomo. E questo non per lasciare spazio a strani e ancor più retrogradi pensieri di genitori numerati che non valorizzano le meravigliose sfumature umane di ciascuno di noi, ma per aprire una strada verso la qualità, il rispetto e la meritocrazia. Ci vorrà fatica, per cominciare questa danza invisibile. Sarà necessaria dedizione, per non pestarsi i piedi a vicenda. E attenzione, per non inciampare negli stessi errori commessi in passato. Ma ora senti, i nostri corpi finalmente adesi e quieti, così perfetti e preziosi, avvolti in un abbraccio di cui si sentono solamente i mormorii dei battiti e dei respiri. Non lasciamo che questo momento non ci abbia insegnato nulla, non permettiamo a nessuno di distrarci o a niente di dividerci di nuovo. «Rare sono le persone che usano la mente, poche coloro che usano il cuore, uniche coloro che le usano entrambi», affermava Rita Levi Montalcini. Unici siamo Noi, tutti.

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