Vivere con un medico e Zona Rossa in casa. Amore ai tempi del Coronavirus | Il Bullone

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Di Loredana Beatrici

«POSSO VEDERLA PER UN ISTANTE?»

Questa è la richiesta pronunciata da un padre, desideroso di poter guardare sua figlia di 40 giorni, solo per pochi secondi. Mantenendo la distanza di sicurezza. Trattenendo il respiro. Indossando guanti e mascherina. 

Questa è la frase che mi rimbomba nella testa da ieri sera, quando ho sentito la porta della camera aprirsi timidamente (quasi a portarsi dietro un ingiustificabile senso di colpa) e ho visto brillare quegli occhi, l’unica parte ancora riconoscibile del volto tirato del mio compagno. Occhi felici di scorgere in penombra, per un solo istante, quel batuffolo raggomitolato nelle lenzuola. 

Occhi stanchi, seri, spaventati. Occhi che vorrebbero solo guardare quell’espressione di vita racchiusa in 56 centimetri. Occhi che invece nel quotidiano sono costretti a guardare la sofferenza.

Da giorni noi, come immagino molte famiglie in cui c’è un medico o un operatore sanitario, viviamo con zone rosse e zone arancioni in casa. 

Ci sono stanze in cui può entrare solo lui, la sera tardi, quando rientra e si spoglia di tutto mettendolo in un sacco e facendosi una doccia, quasi a voler lavar via la giornata. 

Ci sono stanze in cui io e la piccola Ginevra trascorriamo la nostra vita, che per lui sono off limits

Poi c’è la cucina, dove la sera, indossati anch’io guanti e mascherina, ci incontriamo noi due. Per pochi istanti. A distanza di sicurezza. Lo guardo mentre mangia svogliatamente la cena fredda e mi racconta la sua giornata. Il suo bollettino di guerra. Ogni giorno sempre peggio. Ogni giorno (e me ne accorgo anche da dietro la mascherina) ha sempre più paura. Ha paura per lui, ma soprattutto ha paura per noi. Ha paura di non riuscire ad esserci, di non riuscire a mantenerci, di non riuscire a proteggerci. Io lo ascolto, impotente. Vorrei alleviare quel suo dolore, ma non ci riesco, perchè l’unica medicina che allevia il mio di dolore in questo momento, è raggomitolata nelle coperte, in zona rossa, e lui non vi può accedere.

Allora provo a raccontargli la mia giornata, fatta di poppate, cambi pannolino e piccoli, grandi progressi di nostra figlia. «Lo sai che secondo me ha gli occhi chiari?!» «No, non è possibile, devo vederli!». «Non ti preoccupare, domani proverò a fare delle foto alla luce!». Mi si stringe il cuore, perché anche a me manca la luce, quella del sole di primavera. 

Provo a scaricare la tensione, mostrandogli i meme simpatici che circolano in chat e che ironizzano sul virus e la quarantena. Sembra fuori luogo, ma voglio fargli assaporare un po’ di leggerezza. Lui sorride, ma è un sorriso tirato (e me ne accorgo anche da dietro la mascherina).

Poi… la voce di nostra figlia. «Eccola! Sta piangendo. È ora della pappa. Tempo scaduto. Io vado. Buona notte!». E lo lascio solo, a disinfettare tutto quello che ha toccato nella zona arancione, nemico a casa propria, mentre io torno nella bolla, fatta di me e di lei.

Si è richiusa la porta, sempre timidamente. Ho appena assistito a quell’incontro a distanza tra padre e figlia, che mi ha commosso. Siamo di nuovo sole io e Ginevra, questa volta sono i suoi di occhi a colpirmi. Occhi svegli, occhi dolci, occhi pieni di promesse. «Era papà piccola! Vedrai che tra pochi giorni  tornerà a stringerti (lo faceva ogni sera, era il suo modo di rilassarsi, se la teneva tra le braccia mentre continuava a lavorare da casa). Ti prometto anche ti farò vivere la tua prima primavera. Ti farò vedere gli alberi in fiore, il cielo terso, i parchi che si riempiono. E se non potrò mostrarteli, te li racconterò». La guardo assopirsi. È serena, almeno lei. Torno a pensare che sì, è vero, le probabilità che il virus COVID-19 sia pericoloso per un neonato sono basse… e a volte ai miei occhi tutto questo sembra esagerato. Ma in questi giorni ho imparato a guardare le cose con gli occhi del mio compagno, che quotidianamente vede troppe vite scivolare via. Ho imparato che è nell’indole di un medico la necessità di salvare il mondo. Ho imparato che è nella natura di un padre rinunciare alla propria vita, pur di proteggere i figli. Ho imparato che è nella natura di Giuseppe (perchè ha un nome) voler salvaguardare le persone che ama, a costo di privarsi di tutto, anche del sorriso. Ho imparato, infine, che la vita è fatta di istanti, in cui si trattiene il respiro e si guarda nella penombra un fagottino raggomitolato nelle coperte e due occhi lucidi sopra una mascherina. 

Ecco, proviamo a imparare qualcosa da questa esperienza. Proviamo ad assaporare gli istanti, perchè preziosi.

#amoreaitempidelcoronavirus

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