VISITA ALL’INTERNO DELL’ISTITUTO DI RICERCHE FARMACOLOGICHE MARIO NEGRI

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Di Emanuele Bignardi

Abbiamo visitato l’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri in una giornata un po’ grigia di fine Gennaio. All’entrata abbiamo firmato per la nostra presenza e ci è stato consegnato un badge di un bel verde con scritto «visitor». Devo dire che l’emozione era forte, ci trovavamo in un luogo dove le idee si concretizzano in esperimenti e poi, dopo un lungo e tortuoso percorso, in nuove cure per le malattie più disparate, dai tumori alla sclerosi multipla e molte altre. Ci ha accolto il professor Maurizio D’Incalci, direttore del Dipartimento di Oncologia.

La nascita dell’Istituto è stata straordinaria, esattamente come il lavoro che viene fatto ogni giorno nei suoi laboratori. Un gioielliere milanese, Mario Negri (1891-1960), era profondamente interessato alla biologia e alla ricerca e aveva visto nell’entusiasmo e nella passione di giovani ricercatori una grandissima potenzialità. Per questo nel suo testamento destinò una parte del suo patrimonio alla costruzione di un centro di ricerca biomedica e farmacologica, dove le idee potessero concretizzarsi in nuove cure.pastedGraphic.png

Dall’incontro tra Negri e il prof. Silvio Garattini, nasce l’idea di un istituto di ricerca dalle caratteristiche un po’ «speciali», cioè con l’agilità delle strutture private, ma con solidi principi, come l’assenza di scopo di lucro e l’essere completamente votato alla ricerca biomedica.

La nostra visita è iniziata nei laboratori, dove ogni giorno la ricerca fa dei piccoli passi verso nuove cure contro il cancro. E il primo passo è proprio «conoscere» il tumore, capirne le caratteristiche e il funzionamento, così da trovare dei «punti deboli» che possano essere sfruttati per lo sviluppo di una cura. Entriamo in una stanza dove una ragazza in camice bianco sta lavorando al bancone. Dietro di lei, un robot si sposta con movimenti ripetuti e sembra quasi danzare. Il dott. Sergio Marchini, responsabile dell’unità di Genomica Traslazionale, ci spiega che quella macchina sta facendo l’equivalente di una settimana di lavoro «umano». Tutto questo, dice, per riuscire a conoscere a fondo il DNA dei tumori, proveniente da biopsie di pazienti malati. Infatti, nella sua unità si studia il genoma tumorale, che racchiude tutte le informazioni e le caratteristiche della neoplasia. Il DNA viene «letto» in un altro laboratorio da macchinari molto sofisticati e costosi – uno di essi può valere quanto un appartamento a Milano. Ciò che si ottiene è una mole enorme di dati, di informazioni sul tumore, che devono essere catalogate e comprese.