Tempo e bellezza a San Vittore. Guardare oltre le sbarre | Il Bullone

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Illustrazione in evidenza di Giada De Marchi

Di Giada De Marchi e Sarah Kamsu

TEMPO

Di Giada De Marchi

Tante emozioni ho provato durante l’incontro con i detenuti di San Vittore, tante le parole chiave che ne sono nate, in particolare una mi ha colpito più delle altre: TEMPO.

Perché è di questo che si compone la nostra vita, il Tempo.

Con il Tempo si cresce, si vive, si ama, ci si odia. Una cosa che mi spaventa particolarmente è che il Tempo è qualcosa che abbiamo e subito dopo non c’è più, i secondi passano, l’orologio non si ferma mai, fino al nostro ultimo respiro.

È sempre tutta una questione di Tempo, e quando si è chiusi in una cella, piuttosto che in un reparto d’ospedale, quel secondo lo conti tutto, fino a quando non arriva il prossimo e quello dopo ancora.

Foto: Ludovica Sagramoso Sacchetti

Ma alla fine il Tempo passa, eccome se passa e durante il suo passaggio accade di tutto, basta veramente poco perché il mondo ti crolli addosso, ma al Tempo non importa se stai annegando nel buio più totale: tu ti senti bloccato e non ti rendi conto che lui passa, e succede così che i secondi diventano minuti, ore, giorni, mesi, anni. 

Forse delle volte è proprio a causa del Tempo che si commettono gli sbagli più grossi. Delle volte la sua pressione è talmente tanta da levarti il respiro, perché non puoi neanche finire di fare una cosa qualsiasi, che il Tempo diventa subito il passato e quello che c’è nel passato dovrebbe rimanere lì, invece ti perseguita. 

Ma il Tempo non è solo motivo di paura o preoccupazioni. Il Tempo è anche colui grazie al quale possiamo rialzarci in piedi, cresciamo, capiamo, ci rimarginiamo.

Ho capito che devo dargli un’altra occasione, al Tempo, perché non mi fa più paura, non ho più paura di stare sola con lui. 

BELLEZZA

Di Sarah Kamsu

Entrare in carcere mi ha fatto ricordare i miei ricoveri al San Paolo, salire quelle scale a chiocciola fino alla Nave, è stato come salire le scale che portavano al quarto piano di epatologia. Il cibo nei corridoi, le stanze, le celle, una dopo l’altra, e la tua, quella in cui avresti trascorso non sai quanto tempo e con chi.

Durante la riunione più che in un carcere sembrava di essere in un Simposio greco. Tutti in cerchio, perfettamente uguali, stavamo lì a parlare di bellezza, di sogni, ad ascoltare le nostre voci intrepide e a cercare metafore, cose che ci rendevano simili nelle nostre storie, così diverse e uniche. 

In un mondo in cui tutto gira intorno all’io, e capiamo solo che cos’è utile, «Dov’è il business? Quanto ci guadagni? Quanto mi diverto? Non ho tempo per me, figuriamoci per gli altri!», valori come bellezza e amore vengono considerati secondari, eppure sono quelli senza cui tutto il resto cade, sono il nostro nutrimento.

Se una persona non ha l’amore dentro, è difficile che riesca a costruire qualcosa nella vita.

Ma l’amore e la bellezza non li compri, non esistono in farmacia. L’amore, o lo dai, o lo ricevi, o muori; senza amore e senza bellezza ci sei, ma sei uno Zombie, non esisti.

La bellezza qui è la giusta mescolanza tra bellezza di idee, di anime, di corpi. E non si parla di anime singole, ma di anime che si abbracciano, che si capiscono e si incontrano.

Questa esperienza è andata oltre il nostro immaginario: ci ha rapiti, non eravamo solo spettatori, ma veicoli di qualcosa di soprannaturale che stava accadendo.

È stata un’alleanza di cervelli, di spiriti.

Facciamo le cose piccole in grande, col cuore, non facciamo le cose tanto per farle, ma perché le sentiamo. Una cosa bella non è bella perché lo dice un gruppo di esperti, è bella perché dentro sentiamo che è così.

Il nostro vero io è più potente dell’immagine che vediamo allo specchio. Io so di avere fede ma non in senso religioso; mi alzo ogni mattina e non penso alla malattia, il mio limite, ma penso alla salute. Ecco, la mia fede è questa, avere fiducia nella realizzazione del mio desiderio, la mia non è semplice speranza, non spero di guarire e vi dico: non sperate, credete in ciò che desiderate, e ci riuscirete. Meritiamo tutti un finale felice. L’ho visto negli occhi di molti a San Vittore, questo desiderio.

Foto: Ludovica Sagramoso Sacchetti

E mi chiedo: quando passavano il cibo dalle sbarre, pensavano davvero che sarebbe bastato quello a tenerli in vita? Si erano forse dimenticati che essi erano uomini?

E un uomo non lo tieni a bada con del cibo, un uomo ha bisogno di comunicare, di amare, di elevarsi, di sentirsi utile, ha bisogno di stimoli, di un obiettivo.

Ogni volta che vado in carcere mi colpisce la capacità di ascolto dei detenuti: sembrano più pronti ad ascoltare, desiderosi del contatto con l’esterno, mai annoiati o scontrosi, non hanno bisogno di qualcuno che dica loro «aprite bene le orecchie», loro le hanno già spalancate. Come diceva Steve Jobs: «Stay hungry», loro sono affamati di vita, di conoscenza, di scoperta.

Si ritorna ad essere ciò che si è. Lontano da tutti, così è stato per me in ospedale e forse per molti qui in prigione.

Si può dire che è bello un carcere in cui mercoledì fai yoga, sabato giochi a calcio, e ti confronti con te stesso e gli altri, è bello un carcere dove puoi sognare.

È bello che un detenuto o malato percepiscano il luogo in cui si trovano non come una punizione, ma capiscano che la carcerazione, il ricovero, esistono per aiutarli, non per giudicarli, per farli vergognare.

Allora lì cambia tutto. 

E in questa umanità, in questa fiducia, si cresce.

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