Special Stage, il talent che porta allegria in ospedale – Interviste agli Eugenio In Via Di Gioia e ai Selton| Il Bullone

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Di Irene Nembrini

Aria di festa ed auditorium sold out per la presentazione di Involontaria, la nuova serie tv di Officine Buone: una serata di musica insieme ai tantissimi artisti che nel corso degli anni si sono sfidati sul palco di «Special Stage», il talent show che porta la musica nei reparti d’ospedale di tutta Italia. Accanto ad artisti già affermati come Willie Peyote, Selton e gli Eugenio In Via Di Gioia, moltissimi volti nuovi, da Paolantonio a Emit, vincitore dell’ultima edizione di «Special Stage»,.

Abbiamo avuto l’occasione di scambiare due chiacchiere con i Selton, trio brasiliano dal ritmo folk-rock, e gli Eugenio In Via Di Gioia, creatori della sigla di InvolontariaL’Unico Sveglio e concorrenti della prossima edizione di Sanremo Giovani.

EUGENIO IN VIA DI GIOIA: 

Siete stati selezionati tra gli artisti di questa edizione di Sanremo Giovani con il vostro nuovo singolo, Tsunami: cosa ci potete dire di questo pezzo e di questa nuova esperienza?

«Innanzitutto, il testo di Tsunami è stato scritto a quattro mani da Eugenio e Lorenzo, mentre abbiamo tutti lavorato sulla musica: è stato un processo lungo ed a tratti faticoso. Fino alla fine non eravamo sicuri di volerla presentare, non credevamo che Sanremo potesse essere il posto giusto per noi. Sapevamo però che la nostra canzone ha un significato molto importante ed un enorme potenziale; è per questo che abbiamo deciso di metterci in gioco, affinché il suo messaggio potesse arrivare ad un pubblico grande e variegato come quello del Festival». 

Come funziona il vostro processo creativo? Come scrivete le vostre canzoni?

«Le nostre canzoni nascono per strada, ci piace trarre ispirazione dalla gente che passa, da ciò che accade intorno a noi. Poi ci troviamo in studio per lavorare sulle nostre idee e sugli spunti che abbiamo raccolto, per poi iniziare a registrare e ad assemblare le nostre canzoni: è quasi un lavoro “artigianale”, in cui cerchiamo di incorporare suoni che arrivano dalla nostra quotidianità a ciò su cui stiamo lavorando».

Eugenio in Via Di Gioia (Foto: radioliberatutti.it)

La vostra quotidianità e le vostre esperienze appaiono anche nei testi? Quanto sono importanti per voi?

«Le nostre canzoni sono completamente autobiografiche, ci piace parlare delle nostre esperienze personali, da quelle più emotive a quelle più logiche e razionali: raccontiamo spesso storie attraverso immagini e metafore, cercando di razionalizzarle e di dare un senso a ciò che ci succede. Altre volte, invece, le nostre canzoni non sono altro che un flusso di emozioni e sensazioni messe in musica».

I B.Livers hanno tre parole che li rappresentano, quali sono le vostre?

«Chiedersi, provare, approfondire».

SELTON:

È da poco uscito il vostro nuovo singolo Pasolini, un pezzo molto energico ma soprattutto estremamente ironico, che voi stessi definite una canzone «finta superficiale». Non è raro trovare sarcasmo ed ironia nei vostri pezzi, ma che significato hanno nella vostra musica?

«Noi siamo sempre stati molto sarcastici, sia nelle nostre canzoni che tra di noi. Diciamo che questa canzone è un esperimento: Pasolini porta un po’ all’estremo l’ironia e la giocosità, è diversa da quello che facciamo di solito ma resta comunque molto personale e seria. Però il prossimo album non sarà tutto così!».

Come funziona il vostro processo creativo? Come scrivete le vostre canzoni?

«Diciamo che abbiamo seguito percorsi diversi per ogni nostro album: da pezzi dal vivo a canzoni nate on the roado davanti ad un computer, passando per il nostro ultimo album, registrato in uno studio a Londra in soli 15 giorni. Avevamo ovviamente idee in mente e spunti da cui partire, ma in quest’ultima occasione siamo un po’ ritornati alle origini: tre ragazzi in una band con la voglia di fare musica».

Selton (Foto: @Seltonmusic / Twitter)

Uno degli ultimi numeri del Bullone titola «Tiriamo giù i muri, alziamo lo sguardo». Voi arrivate dal Brasile e avete girato il mondo con le vostre canzoni: secondo voi cosa può fare la musica per abbattere questi muri?

«Secondo noi non c’è una vera ricetta: il prossimo album, ad esempio, è stato registrato in Brasile, e lì abbiamo notato come nel nostro paese la musica venga ascoltata e vissuta più con il corpo che con la testa. Oltre ai messaggi che vengono trasmessi attraverso le canzoni, c’è anche bisogno di vivere la musica “fisicamente”. La musica non deve essere solo parole per essere efficace, ma deve essere anche partecipazione: spesso questo aspetto non viene considerato, ma è ciò che ci unisce di più come persone».

I B.Livers hanno tre parole che li rappresentano, quali sono le vostre?

«Per molto tempo abbiamo avuto due parole che ci accompagnavano dietro le quinte, una sorta di rito scaramantico: concentração ed entrega, concentrazione e “lasciarsi andare”. L’equilibrio perfetto da mantenere sul palco».

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