Spazio 3R e moda sostenibile | Il Bullone

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Immagine in evidenza: le donne dello Spazio 3R con un gruppo di B.Livers

Di Elisa Tomassoli

Entrando nel piccolo laboratorio in viale Lazio 20, la prima cosa a colpirmi sono i centinaia di rotoli di tessuti accatastati sugli scaffali: scampoli, nastri e bottoni mi circondano, quasi mi abbracciano; in mezzo a macchine da cucire e matasse, scorgo cinque volti, fasciati in veli colorati. Sono alcune delle tante donne che rappresentano lo Spazio 3R, un laboratorio che offre la possibilità a chi «sta attraversando un periodo di fragilità» di imparare a cucire, non solo a livello amatoriale, ma costituendo una vera e propria «piccola azienda». Renata Turati e Chiara Ceretti accolgono madri e mogli approdate in Italia da tutto il mondo: queste donne non conoscono ancora la lingua, ma i loro occhi comunicano molto, esprimono la determinazione di voler ricostruire un futuro che le guerre e la povertà hanno distrutto. 

Le donne del progetto

Kadija: viene dal Marocco, il suo sguardo è umile e gentile, e quando parla ha una cadenza per cui termina le frasi come se fossero una domanda, come se ci chiedesse il permesso di parlare. Ci spiega che lei realizza giacche e pantaloni, e tra le sue parole riesco a scorgere l’orgoglio di una donna che, poco a poco, si sta convincendo che forse la vita le riserva ancora tanta felicità.

Rania: è la più giovane tra le donne che ho conosciuto, è egiziana, e ha saputo dello Spazio 3R grazie al C.I.F (Centro Italiano Femminile), presso cui frequentava un corso di italiano. Rania è la nuova tutor, e ci tiene a specificare che la forza e la determinazione per continuare, le sono state date da suo marito, che l’ha incoraggiata a inserirsi in una nuova realtà culturale, e a non abbattersi di fronte alle barriere linguistiche e alle difficoltà di apprendere nuove abilità.

Alima: è in Italia da tre anni, e ci spiega che la sua più grande difficoltà è la lingua, anche il lavoro a volte le appare ostico, ma dice che «insieme non è difficile». Alima si sente protetta in questo piccolo laboratorio, e anche se a volte non viene capita da Renata, la loro insegnante, si sente compresa, come in una famiglia.

Fateya: di lei mi colpisce lo sguardo, incorniciato dalle piccole rughe che l’età le ha regalato. Non è particolarmente anziana, ma sorride molto, e nei suoi occhi brilla una luce che si è accesa nell’esatto momento in cui ha iniziato a parlare. Ha un figlio di vent’anni, disabile, che è riuscito a inserirsi in un centro dove viene aiutato: «è felice, si trova bene», dice Fateya senza smettere nemmeno per un attimo di sorridere.

Shaira: le piace cucire, e riconosce il centro come un porto sicuro in cui ha saputo ritrovare la serenità e la tranquillità che non riusciva a provare in una città caotica e sovraffollata come Milano; guarda Renata e Chiara con gentilezza, grata dell’affetto che ha ricevuto e che pensava di non essere legittimata a chiedere.

Cosa fa Spazio 3R

«Riciclo, Ricucio e Riuso», questo è il motto di Spazio 3R, un progetto nato nel 2016 da Associazione IRENE in partenariato con il CIF, Centro Italiano Femminile, Provinciale e Comunale di Milano, cofinanziato da Fondazione Cariplo fino a fine 2018 e dal 2019 finanziato da Fondazione Canali e da donazioni di privati. La sua missione è insegnare, ma anche promulgare uno stile di vita più sostenibile. Infatti la produzione è costituita da materiali riciclati, pervenuti al laboratorio, grazie alle donazioni di negozi di tessuti o di arredamento. Proprio per via della visione etica, Spazio 3R è entrato in contatto con Cora Bellotto, una giovane stilista milanese specializzata in moda sostenibile, parte del movimento globale Fashion Revolution, che fonda il suo lavoro e il suo stile «sfruttando» nel modo più conveniente tessuti riciclabili, ma anche indossabili: i suoi abiti sono realizzati con materiali vintage, con lino e con canapa, che non necessitano di lavaggi aggressivi (i cui residui non inquinano le falde acquifere) e vengono prodotti senza spreco di acqua. Ascolto Cora attentamente, mentre ci spiega che per produrre una singola t-shirt di cotone bianca, un indumento che si trova in quasi tutti i negozi di abbigliamento, vengono utilizzati 2500 litri d’acqua, pari a quanto beve un essere umano in due anni; rimango stupita di fronte alla mia ignoranza rispetto a questo argomento, perché spesso attraverso le corsie dei negozi accarezzando sete, velluti o lane che, senza che nessuno lo sappia, hanno privato intere famiglie dell’acqua potabile, o hanno contribuito a danneggiare un ecosistema già aggredito dall’industria.

Queste donne ci mostrano orgogliosamente le loro creazioni e, anche se riesco a trovare delle cuciture ancora incerte, mi sorprendo nel voler indossare gran parte di questi vestiti: i tessuti sono di qualità e lo stile incontra il gusto di un’ampia clientela. Mentre il nostro pomeriggio giunge al termine, convengo nel fatto che queste donne hanno conquistato una parte del mio cuore, perché, nella loro fragilità, dimostrano che la vita a volte può farci piegare senza spezzarci, e che, in fondo, l’arte del cucito è un po’ una metafora della nostra esistenza: tante parti diverse, magari di tessuti diversi, possono essere assemblate in un unico capo, da un filo, da qualcosa che le unisce e conferisce resistenza, stringendole insieme in un’unica bellissima creazione.

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