Sono Cheope, il figlio di Mogol | Il Bullone

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Intervista ad Alfredo Rapetti Mogol

Di Sofia Segre Reinach

Alfredo Rapetti Mogol, in arte Cheope, è artista a tutto tondo, paroliere e pittore di parole, fa di grafemi e musica la costante del suo lavoro. 

È nipote e figlio d’arte: il nonno, Mariano, in arte Calibi, era autore di canzoni come Vecchio scarpone e Le colline sono in fiore, mentre il padre Giulio, in arte Mogol, è diventato celebre per aver scritto i testi di innumerevoli brani di successo per svariati artisti e grazie al sodalizio con Lucio Battisti; la madre Serenella De Pedrini è una disegnatrice di moda.

Nato a Milano nel 1961, ha firmato una serie di testi iconici della canzone italiana, collaborando con Laura Pausini, Raf, Celentano, Mango, Nek, Ron, Elisa, Arisa, e tanti altri. 

Un figlio deve rimanere nel solco del padre o andare per la sua strada?

«Io credo che questo dipenda dall’inclinazione naturale di ciascuno. È importante ascoltare dove ti porta il tuo sentire: se la scelta è forzata o di comodo si vivrà di frustrazione e senza autostima e fatalmente non si arriverà da nessuna parte».

Le è mai venuta voglia di prendere un’altra strada, totalmente diversa, dimenticando o cercando di «fuggire» dalla sua storia? 

«Da ragazzo ero molto affascinato sia dall’archeologia che dalla storia, ma l’amore per la parola e la scrittura si sono dimostrati più forti. Sono “fuggito” – se così si può dire –  attraverso la pittura, riconoscendomi totalmente in essa solo quando, venticinque anni fa, ho incominciato a dipingere parole. Così il cerchio si è chiuso».

Alfredo Rapetti Mogol, paroliere e pittore italiano (Foto: storiereali.blogspot.com).

Quando è riuscito a riconoscere che la strada delle parole era quella autenticamente «sua»? 

«Solo quando mi sono sentito gratificato dal pubblico mi sono reso conto che la scrittura era e poteva diventare veramente la mia strada».

Qual è la responsabilità di un figlio? E quella di un padre? 

«Di non deludere l’altro».

Che cosa le è rimasto dell’insegnamento «umano» di suo padre? 

«L’umiltà».

C’è stato un momento in cui ha rinunciato ai suoi insegnamenti, o in cui ha dovuto trasformarli?

«Quando avevo 15 anni, dopo un paio d’anni di matite rosse e blu sui miei testi, ho deciso di non sottopormi più al suo giudizio. Ma ancora oggi, quando tiene le sue lezioni, sono il primo a prendere appunti».

Un padre si abbraccia o si condanna?

«Si abbraccia, ma si può e si deve anche giudicare con serenità, se necessario».

L’esperienza quanto conta e quanto si può trasferire? 

«L’esperienza conta moltissimo e penso che gran parte di essa si riesca anche a trasferire e a trasmettere».

Mogol, paroliere, produttore discografico e scrittore (Foto: superguidatv.it).

Anche suo nonno era un’artista, così come sua mamma… l’esperienza artistica si può trasmettere?

«Io ho sentito moltissimo l’influenza di questo gene creativo, di questo “brodo di coltura” in cui sono nato».

Quali i suoi maestri di vita?

«Maestro di vita per me è chiunque dica delle cose che mi arricchiscono spiritualmente e culturalmente».

Mogol è il nome d’arte di suo padre, ma è diventato anche parte del suo cognome. Che effetto ha avuto questo sulla sua identità?

«Mi scambiano spesso per lui, mi prendo molti più complimenti di prima quando ero “solo” un Rapetti. Parlando seriamente, è una responsabilità e un onore portare il nome di un monumento della storia della canzone conosciuto da tutti».

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