Prima malata, poi infermiera e la mascherina sempre fedele compagna | Il Bullone

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Di Debora Marchesi

Mai avrei immaginato, quando ho iniziato il mio percorso di studi 3 anni fa, che avrei iniziato a lavorare come infermiera proprio nel bel mezzo di una pandemia. Mi sono laureata il 20 novembre e tra le procedure di iscrizione all’albo e la ricerca attiva, ho iniziato a lavorare proprio qualche giorno prima che Codogno, e i vari comuni limitrofi, fossero dichiarati zona rossa. Non avrei mai nemmeno immaginato che quella mascherina che spesso usavo quando ero immunodepressa e sotto chemioterapia, per proteggermi anche da un banale raffreddore, sarebbe tornata ad essere una fedele compagna.

Che in fin dei conti me lo ricordo benissimo che cosa volesse dire avere 600 globuli bianchi contati e non poter nemmeno andare a scuola come tutti i miei coetanei, ma esser costretta a mandare compiti e verifiche via mail tenendomi aggiornata sul programma dai miei compagni di classe. E in fin dei conti un po’ questa paura torna e spesso mi dico che sarebbe proprio una grande barzelletta se dovessi sviluppare problemi gravi per il corona virus dopo aver vinto un tumore! Non lo accetterei. Ci ho messo molto tempo ad accettare quello che mi era successo, a ringraziare la vita che mi aveva dato la possibilità di continuare a vivere nonostante tutto. Il tumore spesso e volentieri (ad eccezione di alcuni tumori per cui invece esistono fattori di rischio conosciuti e screening specifici) è una patologia che non possiamo prevenire, non possiamo evitare, soprattutto in età pediatrica e in fin dei conti la sensazione oggi è un po’ la stessa. È la sensazione di avere a che fare con qualcosa che sembra più grande di me e che può infettarmi da un momento all’altro, mettendo a rischio, però, anche la mia famiglia e le persone che amo.

Eppure, ogni giorno mi sveglio e vado a fare il lavoro che mi sono scelta e che amo. Presto estrema attenzione, certo, ma la nostra professione ci impone di essere in prima linea, soprattutto e a maggior ragione in situazioni come queste. Fortunatamente lavoro in un reparto in cui non ricevo pazienti con sospetto di coronavirus, o con infezione conclamata. Sono in una riabilitazione specialistica e ho quasi sempre gli stessi pazienti da mesi, ma stiamo restringendo le visite ai parenti. Inoltre, spero nel buon senso di tutta l’equipe: medici, fisioterapisti, infermieri dei quali purtroppo non posso sapere i contatti al di fuori del reparto. Nove anni fa mi piaceva fantasticare sul «dopo», quando sarei guarita, mi aiutava a mantenere la speranza. Ecco, oggi mi piace fantasticare e sperare che tra qualche mese potremo dire tranquillamente: «ti ricordi quando c’era il coronavirus?» E saremo tutti qui. Esattamente come ora.

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