Porti aperti o chiusi? La storia di Sagor, immigrato integrato a Milano | Il Bullone

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Nell’immagine in evidenza Sagor con il suo tutore volontario Carlo

Di Chiara Malinverno

Avete presente quegli argomenti che sono sulla bocca di tutti, ma che nessuno conosce davvero? Pensate alla questione porti chiusi o porti aperti. Sfido chiunque a non averne sentito parlare almeno una volta, così come ad averne capito qualcosa. Personalmente non so cosa significhi aprire o chiudere i porti. Anzi, non so nemmeno come sia possibile chiudere i porti che sono per definizione i confini aperti di ogni Stato. L’unica cosa che mi è sembrata di capire è che con l’espressione «porti chiusi» si vuole indicare lo stop agli sbarchi sulle coste italiane, mentre le parole «porti aperti» sintetizzano la volontà di accogliere chi è costretto a scappare dal proprio Paese. Se le cose stanno così come credo, penso che l’unica espressione che vale la pena utilizzare sia «porti aperti», se non altro per solidarietà umana. Ora però non voglio dilungarmi in opinioni personali, preferisco raccontarvi la storia di un ragazzo per il quale i porti sono rimasti aperti.

Il ragazzo di cui desidero scrivere, si chiama Sagor ed è nato in Bangladesh nel 2001. La sua vita è cambiata nell’estate del 2017, quando ha perso la casa a causa di una violenta alluvione. Questo ha comportato l’aggravarsi della situazione economica della sua famiglia, costringendolo ad abbandonare gli studi per iniziare a lavorare come elettricista. Il padre di Sagor ha quindi deciso di raccogliere del denaro fra amici e parenti, per permettere al figlio di inseguire il sogno europeo. Così nel 2018 Sagor raggiunge in aereo Bengasi, da dove si sarebbe imbarcato dopo alcuni mesi alla volta dell’Europa. Proprio per potersi pagare quest’ultima parte di viaggio, Sagor inizia a lavorare come lavapiatti nella città libica. Nel lavoro Sagor purtroppo non trova solo l’occasione di racimolare denaro, ma anche violenza e abusi.

La sua odissea si conclude nell’agosto del 2018, quando riesce ad approdare clandestinamente sulle coste siciliane per poi essere inserito nel Sistema di protezione per i rifugiati e i richiedenti asilo. L’essere inserito in questo sistema comporta per i minori non accompagnati l’affidamento a una casa di accoglienza e, in virtù della legge Zampa del 2017, a un tutore volontario. Nel concreto questo ha significato per Sagor essere affidato a Villa Amantea(associazione del sud-ovest milanese che dagli anni 80 si occupa di giovani in situazioni di disagio) e a Carlo, tutore volontario dal 2018. È proprio attraverso Carlo che ho conosciuto Sagor e la sua storia. Formalmente il tutore volontario è un privato cittadino che si rende disponibile ad esercitare la rappresentanza legale di minori arrivati in Italia senza adulti di riferimento, garantendo la tutela dei loro interessi e dei loro bisogni. Nella sostanza però, il tutore volontario è molto di più. Carlo mi confessa che per lui Sagor è come un figlio, tanto che anche ora, nonostante Sagor sia diventato maggiorenne, non smettono di sentirsi e di vedersi. Mi racconta che oggi Sagor vive in un appartamento messo a disposizione dalla stessa Villa Amantea, che lavora in un ristorante e che continua a perfezionare il suo italiano.

Al netto di tutto, possiamo dire che Sagor è stato fortunato. I porti per lui sono rimasti aperti. E non solo i porti del mare. Sagor è stato accolto da Carlo, dalla sua famiglia e dalla comunità in cui è stato inserito. Ora mi chiedo com’è possibile che per Sagor i porti potessero essere chiusi. Come è possibile chiudere i porti a chi scappa? Pongo la stessa domanda a Carlo e in particolare gli chiedo se non si senta un pesce fuor d’acqua, alla luce del clima di odio che sembra attraversare l’Italia. Carlo mi risponde che , un po’ pesce fuor d’acqua si sente. Però questo non sembra dargli fastidio, anzi, mi confessa un suo timore. Carlo teme che fra qualche anno si guarderà ai migranti, come oggi si guarda alle vittime della Shoah. «Ci chiederanno, come è stato possibile che tutto accadesse nell’indifferenza generale», dice. Indifferenza, una parola che fa male più di altre. Si può essere indifferenti in tanti modi. Si può essere indifferenti lasciando i porti aperti, ma abbandonando chi arriva, così come si può essere indifferenti chiudendo i porti e dimenticandosi di chi vorrebbe arrivare. Ora, non credo che la storia di Sagor sia servita a capire cosa significhi aprire o chiudere i porti, semmai a capire per chi i porti possono essere chiusi o aperti. E se i porti per Sagor fossero rimasti chiusi? 

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