Perché gli uomini governano e le donne vogliono cambiare il mondo | Il Bullone

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Di Loredana Beatrici

«Fra 200 anni comanderanno le donne, magari fra 50 anni… La mente femminile funziona meglio in questo periodo storico, perché, mentre gli uomini vogliono governare il mondo, le donne vogliono cambiarlo».

Piero Bassetti

Un mese fa Piero Bassetti, classe 1928, primo Presidente della Regione Lombardia, ci ha salutato, dopo una lunga chiacchierata, con questa affermazione. Forse una lucida previsione. Forse una folle profezia. Di certo ci ha dato da pensare e da discutere. 

La storia, da sempre, è costellata di donne che hanno cambiato il corso degli eventi. Nel 411 a.C. Aristofane narrava di Lisistrata, che per fermare la guerra tra Sparta e Atene, spinse le donne ad adottare lo sciopero del sesso, convincendo così gli uomini a deporre le armi. Nel 1400 potremmo citare il coraggio della tredicenne Giovanna D’Arco. Nel 1800, il Premio Nobel Marie Curie fu la prima donna che ottenne il permesso di insegnare. L’8 Marzo 1917, mentre la guerra funestava il mondo intero, a San Pietroburgo un gruppo di donne scese in piazza chiedendo pace e pane. Questi sono alcuni esempi storici di avanguardie, di donne che in mezzo alle difficoltà hanno trovato la forza di immaginarsi un mondo migliore e hanno lottato, senza armi, per ottenerlo.

Tornando ai giorni nostri basta ascoltare un TG, leggere un quotidiano, navigare sul web per incappare in racconti di donne, ragazze e bambine, che con il loro coraggio stanno cambiando le sorti del mondo. 

Partendo da Greta Thunberg, che a 15 anni ha deciso di scioperare da scuola, costringendo il governo del suo Paese a prendere in considerazione il problema climatico. Questa piccola donna ha ispirato i ragazzi di tutto il mondo, diventando la paladina di un nuovo movimento ambientalista. 

Infografica di Susanna Celeste Castelli

Negli Stati Uniti l’undicenne Marley Dias è diventata portavoce della cultura afroamericana, lanciando l’hashtag #1000blackgirlbook, per raccogliere 1000 titoli di libri i cui protagonisti siano di colore, protestando contro l’assenza di multietnicità dei testi scolastici.

C’è poi l’indiana Anika, abbandonata dai genitori a 12 anni e diventata attivista in difesa delle spose bambine. Non si può non citare la pachistana Malala Yousafzai, oggi Premio Nobel per la Pace, a cui hanno sparato alla testa quando aveva solo 14 anni. La sua unica colpa era quella di voler studiare, ma si è scontrata con la mentalità talebana. Malala, oggi nascosta in Inghilterra, continua a difendere i diritti delle bambine. 

Hillary Yip, 13 anni, ha creato un’app che permette ai bambini di imparare le lingue; Ella Casano, che soffre di una malattia rara, ha inventato un orsacchiotto per coprire il contenitore delle flebo, rendendo più dolce la degenza dei suoi coetanei; Bana Alabed, con estremo coraggio, denuncia quotidianamente su Twitter i soprusi in Siria. E ancora, l’undicenne canadese Capri Everitt ha viaggiato per 80 Paesi raccogliendo fondi per i bambini abbandonati. Bindi Irwin, a soli 8 anni, lotta per la conservazione delle specie animali. Emma Gonzalez, diciottenne, è portavoce della lotta contro la diffusione delle armi in America. Amika, in Inghilterra, ha promosso una campagna per distribuire assorbenti, in favore delle ragazze indigenti che non possono andare a scuola durante il ciclo mestruale.

Vorrei fermarmi qui, ma apro un magazine comprato per caso in aeroporto, e leggo della giornalista curda Hevrin Khalaf, lapidata a 37 anni (lapidata!), perché si batteva per la pace e per la parità dei diritti. Giro pagina e leggo della ginnasta Simone Biles, diventata un modello, perché è riuscita a riscattarsi dall’abbandono dei genitori e dall’abuso sessuale del medico della federazione, che ha avuto il coraggio di denunciare. E ancora la modella Laura Brioschi che difende i diritti di chi è diverso. E poi lo sciopero delle donne di Dio, il gruppo tedesco Maria 2.0, che protestano contro il ruolo bistrattato delle donne nella Chiesa Cattolica.

Chiudo il giornale. È veramente un momento storico di grande cambiamento al femminile. Secondo Katrín Jakobsdóttir, leader del governo islandese, il mondo oggi ha bisogno di «più leadership femminile, per promuovere una politica di giustizia sociale, gender equality, onestà e valori familiari».

Ma cosa vuole dire leadership femminile? Esistono davvero delle differenze biologiche che portano la donna a essere più sensibile ai problemi sociali e a lottare per i cambiamenti? 

Statua di Giovanna D’Arco

Effettivamente, sì. È stato dimostrato che i codici primari femminili sono quelli dell’interconnessione, dell’intuizione, dell’empatia e del sentimento. Questo è dovuto all’11% in più di neuroni nel cervello femminile nell’area dedicata al linguaggio e alle relazioni. Anche le zone nell’ippocampo, collegate alle emozioni, sono più grandi che negli uomini. E sono meno presenti i circuiti neuronali nell’amigdala, zona in cui si attivano le risposte aggressive. I codici maschili, invece, sono quelli della settorializzazione («una cosa per volta, grazie»), sistematizzazione, leadership e ragione. 

Ma non dimentichiamo che oltre all’aspetto biologico, gli esseri umani sono influenzati anche dall’ambiente, sono dotati di volontà e possono, con la ragione, modificare i loro istinti.

Nella storia abbiamo assistito a esempi di donne in posizione di comando, assumere atteggiamenti assolutamente «maschili»: Margaret Thatcher lasciò morire in carcere gli attivisti nordirlandesi in sciopero della fame. Stava solo attenendosi alle regole dei maschi. Anche Angela Merkel è robotica e maschile quando pretende che i conti righino dritti. Così come ci sono esempi di uomini che hanno spostato le masse, promuovendo l’empatia e la non-violenza. Vi dice qualcosa il nome Gandhi? Non dovremmo parlare, quindi, di uomini e donne, perché in ognuno di noi c’è una componente maschile e una femminile. Per gli sciamani dovremmo essere l’unione perfetta delle due. Nelle filosofie orientali si parla di Yin (mente femminile) e Yang (mente maschile) presenti in ognuno di noi.

Forse Piero Bassetti non voleva dire che saranno le donne a comandare, ma la mentalità e l’energia femminili. A tal proposito la scrittrice Michela Murgia dice: «Dovremmo cominciare a pensarci come Matria (ndr. mater, donna, madre terra), anziché come Patria (ndr. pater, uomo), poiché in nome di quest’ultima abbiamo commesso soprusi e atrocità. È ora di reindirizzare la nostra appartenenza al materno, dove è importante quello che si offre e che viene offerto». Forse era questo che voleva dire Piero Bassetti: siamo pronti a deporre le armi e a usare la parola, siamo pronti alla rivoluzione del femminile.

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