Perché dobbiamo sempre dimostrare il nostro talento | Il Bullone

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Di Ella D’Onghia

Durante la reclusione degli ebrei nei campi di concentramento veniva loro ordinato di costruire con mattoni e cemento pareti altissime, ben strutturate, perfette. Il lavoro li aiutava a non pensare e con tenacia arrivavano a fine giornata soddisfatti per ciò che avevano costruito, se non fosse che, al calar della sera, veniva richiesto loro di distruggere il muro che avevano innalzato. Qual è la tortura più grande per un uomo, se non quella di renderlo inutile? E giorno dopo giorno, questa pratica li portava alla disperazione, molto di più che facendoli stare fermi a non far nulla, perché distruggere puntualmente ciò che hai costruito con determinazione, porta la mente a non immaginare più, a non sperare, a non vedere più la luce.

Oggi, in un mondo in cui tutti dobbiamo dimostrare di essere persone di talento, intelligenti, capaci, geniali, attivi, positivi, unici e brillanti, il problema non è tanto quello di doverlo fare, ma piuttosto di dover ricominciare sempre da zero, ogni giorno. 

Una corsa ad altissima velocità che non si ferma mai, dire sempre la cosa giusta al momento giusto, cercare l’approvazione o la stima di tutti e senza «pit stop», dimostrare all’altro che siamo dei vincenti.

Se lo fai oggi, devi farlo anche domani, e poi per sempre e guai se ti fermi, guai a svelare fragilità e paure, mai mettere in folle.

La differenza sta nel fatto che la condizione di «migliore» la dobbiamo mantenere sempre e costantemente in qualsiasi contesto: amicale, relazionale, lavorativo, sociale e familiare. 

Ma chi è che distrugge la nostra stima? Chi la distrugge se non noi stessi? Quante volte ci è capitato di pensare di essere stati unici e ricordare quella sensazione con fiducia? Ecco, quella sensazione non può passare, non deve scorrere, bisogna fissarla in noi per evitare che dopo pochi passi saremo costretti a richiederci perché oggi non lo siamo stati, e capire che la fame di dimostrare che valiamo, è qualcosa che riguarda solo noi e la nostra identità.

Cosa significa non avere talento? Cosa significa avere talento? Il talento c’entra con la lealtà e con il rispetto? Il talento c’entra con la fiducia? Qual è il nostro obiettivo? Quali sono i valori che vengono premiati in questa società? Dobbiamo ripartire da questo, dai valori

E se non crediamo più che i valori possano renderci unici, allora abbiamo un problema.

Qualcuno potrebbe dire che sono solo sciocchezze e che il denaro, il potere e la fama sono le cose che contano e che con i valori non si mangia. Sì è vero, con i valori non si mangia, perché la nostra società non li ha mai messi al primo posto, ma noi abbiamo bisogno di ricentrarci attorno a ciò che siamo, perché essere se stessi offre le più alte possibilità per essere felici.

Che mondo sarebbe quello in cui le persone per conoscersi dovessero chiedersi: «Che valore hai?» e non «Che lavoro fai?». Iniziamo a chiederci quali valori abbiamo, quali valori siamo, entriamo in contatto con noi stessi, ci avete mai pensato? Che cosa rispondereste?

ACCETTIAMO L’IDEA DI PERDERE

Di Elisa Tomassoli

Sin dai tempi di Darwin, la scienza ci ha insegnato che non esiste evoluzione senza competizione: secondo lo scienziato, la progenie delle specie che si riproducono molto, rischiano di non avere risorse alimentari sufficienti; mai più di oggi la società riflette perfettamente il modello sociale che Darwin aveva osservato già centocinquant’anni fa. Nella società capitalista di oggi sembra che tutti siano contro tutti, in una continua gara per emergere come unici vincitori. Personalmente odio le competizioni, le ho sempre odiate: nella mia mentalità, se non potevo vincere una competizione, l’unica opzione valida era escludermi da essa; così mi sono accorta che non solo non ero in grado di stabilire un rapporto con gli altri senza effettuare continui confronti (in cui io, costantemente, ne uscivo sconfitta), ma allo stesso tempo avevo imposto a me stessa un ideale di perfezione irraggiungibile e inesistente.

Quindi, la tanto esasperata competitività, che a scuola e in casa tutti sostenevano, invece di fare da sprone a migliorarmi come persona, mi aveva rinchiusa in un piccolo recinto al di fuori del quale non osavo guardare, temendo tutte le sfide che immancabilmente non avrei potuto vincere. Solo oggi, dopo tanto tempo, ho capito che l’unico modo per sopravvivere alla competizione, è accettare l’idea di poter perdere, e soprattutto di apprezzare ciò che la sconfitta ci insegna: essa ci ricorda che ognuno di noi è diverso, e che possiede i suoi punti deboli e i suoi punti di forza, e che invece che «confrontarci» con chi ci circonda, dovremmo semplicemente «essere». La mia esperienza con la malattia mi ha insegnato che ogni giorno è un dono nella sua semplicità e nella sua imperfezione, e tutte le energie che prima incanalavo nella rincorsa ostinata all’eccellenza, avrei potuto dedicarle a fare ciò che mi rendeva davvero felice, ad apprezzare la compagnia di coloro che mi volevano bene, e a rispondere a mia volta con affetto. Secondo me il modello di «competizione» dovrebbe essere associato a quello di «cooperazione», sia per evitare una continua ansia da prestazione, sia per poter pienamente amare noi stessi.

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