Nella sala d’aspetto – Oncologia | Il Bullone

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Di Annagiulia Dallera

Ospedale, piano terra, ambulatorio 17, sala d’aspetto del reparto oncologico. Il caldo è opprimente, mentre fuori piove a dirotto. La prima cosa che si nota è il banco dell’accettazione. Ci sono delle persone che chiedono informazioni. E come nei migliori aeroporti c’è sempre bisogno di qualcuno che ti indirizzi al gate giusto. C’è chi invece ha controllato il tabellone e ha già la sua carta d’imbarco. La sala è sempre piena. C’è un ricambio continuo di persone. Gente che va e gente che viene. C’è chi è vestito benissimo, come se dopo avesse un appuntamento di tipo diverso, una festa o un evento molto elegante. Come se questa fosse solo una tappa obbligata, ma insignificante rispetto al resto degli impegni della giornata.

Una coppia che sta andando via. Lui le ha messo il braccio intorno al collo. Lasciano la sala in quell’abbraccio caloroso e intimo. L’attenzione ora è su chi è seduto e sta ancora aspettando il suo turno, il suo «volo».

La maggior parte è accompagnata: facile riconoscere nei loro volti quelli di un fidanzato, di un padre, di una madre, di un figlio, una figlia. Molti hanno una valigia e sembra che siano appena arrivati dopo un lungo viaggio e stiano facendo scalo proprio lì. Non tutti riescono a stare seduti. C’è chi ha bisogno di stare in piedi e cerca di contenere il palese nervosismo con qualche ondeggiamento del corpo e sbuffo. Si sentono starnuti, mormorii, bottigliette che si aprono, i passi dei medici lenti ma decisi. La gente fa conversazioni leggere, poco impegnative, perché già il motivo per cui si trovano lì dev’essere qualcosa di pesante da reggere. Con una signora commentiamo il tempo e ci sorridiamo per concludere quel breve scambio di battute. Le porte continuano ad aprirsi e chiudersi: vengono chiamati dei nomi. C’è chi non risponde alla chiamata e chi invece si alza e cammina a passo spedito verso la stanza delle visite. I medici sorridono quasi sempre quando aprono quelle porte. Si sente uno di loro accogliere una sua paziente con la frase: «Adesso mi deve raccontare…», come un vecchio amico che non ti vede da tanto. Le persone sembrano rilassarsi con quelle poche parole, con quel sorriso accogliente e incoraggiante. 

Ciò che più stupisce in quella sala d’attesa, sono la dignità, il contegno delle persone. Tutti hanno paura però nessuno piange, nessuno si lascia andare. C’è quasi un’atmosfera di immobilismo, dove le emozioni vengono cristallizzate all’interno di ciascuno dei presenti. 

Nella sala d’aspetto ci si guarda, si è curiosi di chi è seduto vicino a te. Si nota questa attenzione. Quegli sguardi pare che significhino: «Chissà cosa ha lei… guardala è così giovane». La possibilità di poter essere scambiata per una paziente dà una sensazione strana, quasi come se indirettamente per quei trenta minuti di attesa lo si diventasse per davvero. Si condividono emozioni e sensazioni con tutte quelle persone, si prova un misto tra nervosismo e impazienza. Una ragazza propone a sua mamma di sentire qualche canzone insieme per ingannare l’attesa. Ma anche lei, come tutti gli altri, è troppo nervosa e impaurita per  ascoltare musica. Qualcuno esclama «santa pazienza!», probabilmente infastidito dai tempi di attesa. Alla fine tutti però avranno la possibilità di «imbarcarsi», di fare quel viaggio per cui hanno aspettato, per cui hanno avuto paura, per cui non sapevano cosa aspettarsi. I medici continueranno a girare in gruppo o da soli con i loro camici, pronti ad assistere tutti i «passeggeri» di quel giorno.  «I controlli» sono certamente la parte più noiosa dei nostri viaggi, ma servono per stare più tranquilli, per togliere le cose che non vanno e quando sono finiti, ci lasciano proseguire per la nostra strada, per lasciarci andare a quelle feste, a quegli appuntamenti per cui ci siamo vestiti bene e che ci faranno dimenticare tutta la paura provata in quei trenta, infiniti minuti di attesa.

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