Nella sala d’aspetto – Disturbi del Comportamento Alimentare | Il Bullone

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Di Alessia Piantanida e Margherita Luciani

Nella sala d’attesa del reparto dei Disturbi del Comportamento Alimentare, nessuno ha molta voglia di parlare: ragazze con occhi cerchiati, sguardi tesi, volti tristi e provati dalla sofferenza. Genitori distrutti dalle litigate con i figli per pochi grammi di pasta. Al reparto DCA di Niguarda arrivano ogni giorno decine di ragazze e ragazzi che cercano aiuto: vengono da tutta Italia, alcuni sono ricoverati, altri tornano ogni giorno in day-hospital, altri una volta a settimana o una volta al mese, a seconda dello stadio della malattia. Qui ci sono ragazzi che cercano di riprendersi il corpo che hanno perduto e di riconnetterlo con la propria anima. Ci spiega bene quello che si prova G. (iniziale di fantasia): «Prima di ogni visita sono impaurita perché quando si è cosi, si è divisi in due: la parte razionale sa di essere malata, sa che deve essere curata, vuole vedere che è aumentata e che ne sta uscendo; la parte malata invece è impaurita perché non vuole aumentare, anzi, vuole continuare a diminuire. Hai paura che potrebbero ricoverarti e mandare in fumo i tuoi piani. Per esempio, io frequento l’università e non so se potrò continuare». Le parole di G. ci commuovono, le auguriamo di riuscire a farcela. 

Anche F. ci racconta che cosa prova prima della visita: «Alla prima visita sei inconsapevole, ti domandi: “cosa ci faccio qua?”, poi con il tempo capisci il senso di essere qui. Prima di una visita hai sempre paura di tornare indietro, a quando le cose andavano male, ma ragionando, capisci che hai già fatto un percorso, sei più forte e quindi le cose possono andare bene e addirittura migliorare». Uno dei problemi più comuni è il senso di colpa verso i genitori: «All’inizio si risponde in modo cattivo, senza volerlo, perché ci sembra di essere nel giusto. Il senso di colpa con il tempo si fa sentire più spesso, perché si diventa più dipendenti dai genitori». Nel caso di F. l’iniziativa di iniziare un percorso di cura è stata presa dalla mamma e lei l’ha assecondata per non farla preoccupare, solo dopo ha interiorizzato la decisione e ha capito che era per il suo bene. F. ci dice che c’è una frase che si ripete spesso e che la aiuta ad andare avanti: «Io sono più forte della mia malattia». 

In sala d’attesa abbiamo incontrato due sorelle legatissime, si capiscono al primo sguardo: D., sorella maggiore, aspetta con ansia che A. esca dalla visita e sembra volerle dire: «Qualunque cosa succederà io sarò con te». Infatti quando la intervistiamo, capiamo che c’è un legame speciale e ci racconta: «All’inizio non è stato semplice accettare che mia sorella era malata e portarla qui. La malattia ti colpisce e non è sicuro se guarirai. Sono sempre stata vicina a mia sorella, sono molto legata a lei, quando ha qualche debolezza cerca conforto nelle mie parole».

L’approccio con chi soffre di disturbi alimentari è molto complesso anche per gli operatori sanitari, una dietista del reparto ci racconta che «è psicologicamente impegnativo, anche se poi si impara a “staccare” il personale dal professionale. Queste ragazze, infatti, cercano di coinvolgerti dal punto di vista affettivo per crearsi un alleato da portare dalla loro parte. Con il tempo poi, si instaurano rapporti buoni, anche se all’inizio ti vedono come il nemico che vuole farle ingrassare e non come qualcuno che vuole portarle fuori dal tunnel. Pian piano, stando meglio, si rendono conto del problema e ti ringraziano. È un lavoro molto duro ma di molta soddisfazione. I primi tempi (ora sono passati vent’anni) di notte avevo degli incubi di gente che mi buttava i piatti addosso».

L’anoressia è come un urlo silenzioso di ragazze disperate, che non riuscendo a verbalizzare il loro disagio, distruggono inconsapevolmente il proprio corpo, un grido che può essere curato solo insieme a professionisti. Solo grazie al loro aiuto è possibile ritrovare una relazione sana col cibo, col proprio corpo, con la propria anima, grazie al sostegno psicologico, ai controlli alimentari, e all’umanità sincera, gratuita e vera, fatta d’amore e di attenzione.

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