Lettera a Monza. Avanti con il ricordo di chi non c’è più | Il Bullone

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Di Debora Marchesi

Tutta Monza nelle scorse settimane si è sentita toccata da questa vicenda scioccante che vi ha riguardato da vicino e credo che proprio questo dramma così importante, necessiti di una riflessione, una lettera aperta a voi studenti, che per primi vi starete interrogando su come fare per andare avanti, nonostante questo momento di profondo dolore legato alle tragiche morti dei vostri compagni.

Sono Debora, una ragazza di 25 anni che abita a Monza e di professione faccio l’infermiera. Mi sono laureata a fine novembre all’Università degli studi di Milano Bicocca, presso il San Gerardo di Monza e da meno di un mese lavoro in un ospedale in provincia di Milano.

Mi sono sentita colpita dalla vicenda sia come abitante di questa città (e dello stesso quartiere di uno dei vostri due compagni di scuola), sia come ex alunna del vostro vicino istituto Mosè Bianchi che ho lasciato ormai nel lontano 2014; ma soprattutto, ho una storia da raccontare che risale ad ancora prima, nella primavera del 2011, quando da appena sedicenne ho dovuto affrontare un lungo percorso di cure per un tumore del sangue.

In questo momento di profonde riflessioni da parte di tutta la scuola, credo che sia di fondamentale importanza poter dare un aiuto a voi ragazzi e perdonatemi se forse in questa lettera non troverò mai davvero le parole adatte a poter alleviare questa sofferenza, ma vorrei solo cercare nel mio piccolo, di portarvi una ventata di speranza e un pizzico di forza per affrontare questo momento.

Credo che nel momento del lutto sia importante la rete sociale, gli amici, i parenti, una persona che con un semplice gesto quale scrivere una lettera, possa alleviare anche solo per un attimo il vostro dolore.

Così come è capitato a me ormai 9 anni fa, la vita a volte ci mette di fronte a delle situazioni che ci sembrano insormontabili, delle sfide che ci sembrano forse insuperabili e momenti così difficili da non capire nemmeno come fare ad affrontarli. «È reale tutto ciò?“, «sembra solo un brutto incubo da cui non riesco a svegliarmi», «perché mi è capitata questa cosa così orribile proprio a me che sono così giovane?». Queste sono solo tre delle tante frasi che spesso mi sono ripetuta negli anni a seguire.

Durante i mesi difficili delle terapie, andavo a scuola per inerzia, i compagni improvvisamente mi sembravano solo un insieme di stupidi ragazzini che se la prendevano per qualche brutto voto, le interrogazioni non avevano più importanza per me, che in quel momento avevo solamente la testa piena zeppa di confusione e di brutti pensieri.

Mi immagino la vostra difficoltà nell’accettare la difficile realtà e nel comprendere le motivazioni di ciò che è accaduto e vi dirò che non sempre c’è un perché a ciò che ci accade nella vita, spesso, quasi sempre, vi troverete di fronte a situazioni che non vi sareste mai immaginati, ma inaspettatamente scoprirete anche di avere un’incredibile forza per superare tali momenti.

Mi piace particolarmente la parola «resilienza», che se cercate sul vocabolario non è altro che la capacità di un materiale di assorbire un urto senza rompersi e, in psicologia, la capacità di un individuo di affrontare e superare un evento traumatico o un periodo di difficoltà.

Forse ci vorrà un pochino, ma vi scoprirete improvvisamente in grado di riorganizzare la vostra vita positivamente, rimanendo estremamente sensibili alle opportunità che la vita vi offrirà, trovando le giuste risorse per una nuova fase di crescita e di affermazione.

Purtroppo mi è capitato di dover dire addio a dei ragazzi che ho conosciuto nel mio percorso in ospedale, ho dovuto accettare che la vita li abbia strappati via troppo giovani, e convivo tutt’oggi con la grande domanda del secolo: «perché loro non ce l’hanno fatta e io sì?».

Ho trovato pace quando ho capito che qualunque sia la ragione che può portare alla morte di una persona, quello che ci spaventa è sempre e solo dover gestire un dolore mentale che non riusciamo ad accettare come parte della normalità, ma che invece, purtroppo, ne fa proprio parte.

Forse mi direte: «facile parlare così, dire che bisogna semplicemente accettare la cosa», ma qui non si tratta di accettazione, non si accetta che qualcuno ha deciso di togliersi la vita, o che il cancro abbia deciso di avere la meglio, si tratta di provare ad elaborare un lutto e raggiungere un benessere psicologico nonostante il dolore, la perdita e la sofferenza mentale. In gergo, ci si deve convivere o almeno bisogna provare a farlo.

Tornando alla mia storia, ho dovuto riorganizzare molte cose dopo la malattia, ho dovuto piano piano immergermi di nuovo nella quotidianità, provando anche solo per qualche istante ad accantonare il pensiero del tumore e dei difficili momenti passati, cercando di trasformare ciò che mi era capitato, in una ricchezza. In qualcosa che non doveva essere necessariamente negativo.

L’esperienza in ospedale per esempio, mi ha fatta innamorare del mondo della medicina, e più volevo a tutti i costi imparare il nome dei farmaci che mi somministravano e a che cosa servivano, più capivo che quel mondo mi apparteneva, e ne ho fatto un lavoro.

Tanti mi dicono: «tu sei matta a fare l’infermiera dopo quello che hai passato», ma io rispondo che sono forse stata un po’ più brava degli altri a trasformare ciò che mi è accaduto in un’opportunità (tralasciando il fatto che non tutti, a prescindere, amano il mondo della medicina e sono portati per lavorarci).

Vorrei spronarvi ad essere resilienti, portando avanti le battaglie e gli ideali in cui credevano i vostri compagni. Tenete vivo il loro ricordo, ma non riempitevi la testa di «perché?». Ricordatevi che la morte è sempre esistita, semplicemente prima la guardavate da lontano, con il binocolo, ora la vedete con la lente di ingrandimento e distogliere lo sguardo diventa difficoltoso, ma anche questo serve per poter dare inizio a una nuova fase della vostra vita.

Foto dell’istituto Paolo Frisi di Monza

Il commento di un’insegnante

Di Monica Colombo

Sono un’insegnante del Liceo Frisi di Monza. Ho vissuto per due volte il trauma che due studenti non sarebbero stati più tra noi dopo essersi tolti la vita. Per due volte, la domanda: «Perché? Perché? Perché?», con il dolore lancinante che l’accompagna, ha traforato la mente e l’anima. Nelle classi non aveva più senso fare lezione, ci sentivamo annichiliti. Insieme abbiamo pianto, parlato e raccontato, ma il vortice di «Perché? Perché? Perché?» non si arrestava, spingendoci nella prostrazione più profonda. Perché quel ragazzo del mio quartiere che conoscevo sin da piccolo, che vedevo giocare con le mie figlie e che poi ho ammirato al Liceo mentre recitava a teatro, mentre suonava al Concerto di Natale e mentre esponeva le sue idee per essere eletto come rappresentante, ha fermato la sua esistenza?

Ai miei studenti ho detto di confidarsi o di scrivere quando qualcosa sembra schiacciarli, per scoprire così che ciò che opprime non è insuperabile e ho chiesto loro, in qualità di futuri scienziati, di studiare il male dell’anima. 

Il lutto vuole i suoi tempi di sofferenza e memoria. Gli sono dovuti. So che Elia e Benjamin sono stati con noi e con noi rimangono, poiché da adesso in poi lavoreremo anche per loro.

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