LE TESTIMONIANZE – Fare lezione in pigiama. Vivere la quarantena nella zona rossa | Il Bullone

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Di Maddalena Fiorentini

Più che di isolamento forzato, parlerei di sacrificio necessario. In un primo tempo nessuno ha imposto la quarantena alla mia famiglia, ma, con la consapevolezza che uscire recava danno ai più deboli, abbiamo scelto di stare a casa. Sono abituata a dover dipendere dai miei genitori per vedere gli amici, perché abito in cascina. Ciò che cambia adesso è che, anche volendo, non si può uscire e questo è destabilizzante. Ho pensato spesso di sgattaiolare via in bicicletta, poi però sono arrivate le brutte notizie e ogni proposito di uscire è crollato. Ognuno reagisce in modo diverso: mio papà mi ha detto che la cosa più importante è cercare di capire gli altri, soprattutto quando le loro reazioni ci sembrano così eccessive da volerle giudicare e condannare. Mi sta anche insegnando che in questi momenti vicino alle persone che parlano e basta, ce ne sono altre che riflettono e agiscono razionalmente. Sono queste ultime che, con il tempo, risolvono il problema. È facile andare a caccia dell’untore, ma non è più importante accogliere e comprendere il problema e poi agire senza lasciarsi prendere dal panico? È stato folle l’assalto dei primi giorni ai negozi di alimentari, come se fosse imminente l’apocalisse. Era inutile svaligiare i supermercati perché, aveva assicurato il governo, il cibo sarebbe sempre stato disponibile e consegnato a domicilio. Quindi era importante non mischiarsi a quella ressa che ha solo favorito il contagio

Anche nella mia famiglia le reazioni sono state diverse. La salute è sempre stata fondamentale per i miei genitori, per mia mamma in maniera più sentita. Parte della sua eccessiva attenzione nasce dal suo carattere e dall’istinto materno, e dal fatto che io sono sopravvissuta alla leucemia. Ero troppo piccola per ricordare, ma la cicatrice che ha lasciato su di lei, ha ripreso a bruciare con la parola «emergenza sanitaria». Lei avrebbe voluto mandarmi fuori dalla zona rossa, in disaccordo con papà che, più realisticamente, affermava che il focolaio era talmente esteso che ormai non ne valeva la pena. Non ha aiutato poi, il fatto che come sono rientrata a casa da un viaggio, mio fratello ha scoperto di avere la febbre. Questo ha chiuso la mamma in una sorta di bolla alienata, passando l’intera serata a chiamare numeri e persone di riferimento. Ne sono uscita scossa. Non sapevo che cosa significasse vivere in isolamento e non avevo mai vissuto un così forte contrasto di idee tra i miei genitori. Non sapevo come reagire e non riuscivo a riconoscere i miei posti: le strade deserte, in cascina ognuno chiuso in casa sua, flaconi di amuchina e mascherine sui mobili e candele avanzate da vecchie festività religiose, improvvisamente accese. 

Mentre ero via cercavo di tenermi aggiornata con i social che si sono rivelati un’arma a doppio taglio. Fake news o commenti cattivi erano fastidiosi, perché fatti da chi non stava vivendo direttamente la situazione. Guardavo i video di Fanpage e riconoscevo sempre qualcuno tra gli intervistati, cosa che mi faceva quasi ridere: siamo rimasti invisibili per così tanto tempo che vedere i giornalisti tra le vie dei nostri paesi era surreale. Poi scorrevo i post di persone che giudicavano e ridicolizzavano la situazione. Questo mi ha fatta riflettere. Così ho smesso di leggere i commenti e di scriverne, e invito tutti a fare lo stesso. Come dice mio papà, ognuno reagisce a modo suo e se lui è riuscito a sopportare la mamma (sdrammatizzo un po’…), possiamo sforzarci di diffondere le nostre idee solo se volte al bene comune.

Mi sono imposta di tenere il conto dei giorni, perché è facile perdersi nella monotonia. In questa situazione, però, i social si rivelano di nuovo fondamentali. Prima di tutto per la scuola. Confesso che svegliarsi tardi e autogestirsi nell’apprendimento è stata una «pacchia» nelle prime due settimane, perché nessuno sapeva ancora come reagire e i professori si erano organizzati per fornirci solo materiale da vedere in autonomia, fiduciosi che presto saremmo tornati a scuola. Organizzavo il mio lavoro come preferivo e dormivo un po’ di più. Adesso, con la chiusura prolungata, i professori hanno iniziato a pianificare lezioni in videochiamata, rendendo la tecnologia uno strumento ancora più presente nella nostra quotidianità. Fare lezione in questo modo permette maggior concentrazione e comodità (sto in pigiama!), ma dà anche un gran senso di solitudine non avere una presenza fisica con cui scambiarsi sguardi o piccole chiacchiere. Questo eccesso di tecnologia sta diventando pesante. Tante volte vorrei spegnere il telefono… Comunque ormai ci siamo abituati alla nuova routine e ammiro come, in un modo o nell’altro, riusciamo a trovare sempre una soluzione. Mi auguro che il personale sanitario, la protezione civile e i volontari ricevano presto i dovuti riconoscimenti, perché stanno svolgendo un lavoro fondamentale. E spero che tutto si risolva al più presto. Sarà difficile rinunciare alle lezioni in pigiama, ma tornare alla libertà sarà più importante. La casa è una gabbia comoda, invisibile e sicura, ma rimane chiusa a chiave.

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