Le storie dell’Ufficio Immigrazione di Milano | Il Bullone

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Di Ella D’Onghia

L’ufficio immigrazione della Questura di Milano, in via Montebello 26, ha una sala d’attesa a cielo aperto: asfalto, transenne e una coda perenne. Non ci sono sedie, giornali, bagni, c’è solo il tempo che scorre un millimetro alla volta, passo dopo passo, sotto il sole, sotto l’acqua, sotto a chi tocca. L’attesa a volte è di qualche ora, a volte di un’intera giornata.

Chi c’è in coda?

Persone. Ci sono persone di ogni provenienza e di ogni estrazione sociale: giovani, anziani, famiglie, bambini, donne, uomini, dottori, camionisti, commercialisti, modelle.

Da quale Paese provengono?

Albania, Nigeria, Cile, Ecuador, Perù, Colombia, Egitto, tutto il mondo.

Perché sono in coda?

Per ottenere il permesso di restare in Italia. Si parte per amore o per cercare una qualità della vita più alta, la spinta ancestrale di ogni essere umano è «volersi migliorare».

Da quanto sei in Italia?

C’è chi parla un italiano perfetto perché vive in Italia da sempre, chi lo parla meno bene perché è qui da qualche mese, un ragazzo racconta: «Io sono albanese e italiano, parlo entrambe le lingue e Milano é la mia città da quando avevo tre anni, ma non sono nato qui e allora oggi mi tocca stare in coda».
É difficile accedere alle informazioni quando non si parla bene la lingua, soprattutto quando la legge cambia, e se ti sfugge qualcosa rischi di buttar via mesi di tentativi e speranze. 

Che lavoro fai? Qual è il lavoro dei tuoi sogni?

Una ragazza nigeriana, appartenente alla tribù Igbo, scappata dalla sua pericolosa terra è stata accolta per 8 mesi a San Colombano, la ex casa dei richiedenti asilo, e ci racconta che è stata salvata da un «destino fatale»; ha raccolto le fragole in Calabria e oggi vorrebbe fare la parrucchiera perché è il lavoro dei suoi sogni, vuole rendere belle le ragazze. Parla in inglese e capiamo che i ricordi dolorosi del suo Paese sono tanti, quando ci dice che qui in Italia ha trovato la sua «pace mentale».

Cosa significa per te essere immigrato oggi?

Per qualcuno é uno stato di sospensione, una terra di mezzo, un’eterna ed infinita risalita, per altri la normalità, e una donna ci dice: «È brutto essere migranti perché lo si è per tutta la vita».

Cosa ami e cosa non ami del tuo Paese di origine? e dell’Italia?

Il cibo. Tutti rispondono il cibo, tutti pensano al cibo meraviglioso che offre l’Italia, e al cibo meraviglioso, che manca, della loro terra. Ciascuno cita un piatto tipico, una salsa, una verdura esotica da ricordare: dalla Colombia l’Ajiaco, dalla cucina Punjabi il Pani Puri, etc. Ridiamo e scherziamo: il cibo é inclusione, riconoscimento, é lo strumento che ci mette tutti sullo stesso piano e che strappa un sorriso a una donna egiziana avvolta nel suo velo, che ci racconta come cucina il suo piatto preferito e questo le permette di entrare in connessione con noi.
Durante questi incontri abbiamo ascoltato spaccati di vita di chi ha superato i propri confini,  personali e fisici, l’uomo segna confini da sempre per tracciare la fine da cui ripartire e dobbiamo renderci conto che ciascuno di noi ha diritto al proprio rifugio, a un porto sicuro, a un sogno.

Avete mai provato la sensazione di non poter uscire dal vostro Paese? Come reagireste se da un giorno all’altro vi fosse tolto un diritto umano fondamentale, il diritto alla mobilità?

«Nessun essere umano ha scelto, o sceglie, il luogo dove nascere; tutti devono vedersi riconosciuti il diritto di scegliere il luogo dove vivere, vivere meglio e non morire. Il processo migratorio è spesso un’emergenza, una drammatica emergenza. Ma è soltanto la punta dell’iceberg dell’inevitabile ordinario spostamento di milioni di esseri umani; tale fenomeno è connesso alla globalizzazione, alle crisi economiche e politiche di lungo periodo»*.

*Io sono persona, Mobilità Umana Internazionale – Carta di Palermo 2015, “Dalla migrazione come sofferenza alla mobilità come diritto umano inalienabile”.
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