L’Artico si scioglie. Colpa della stupidità umana | Il Bullone

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Di Eleonora Prinelli

Recentemente ho assistito a un interessante incontro dal titolo «La febbre dell’Artico» presso l’ISPI (l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale), promosso in occasione dell’uscita del numero della rivista Limes, dedicato a questo tema. A presentare l’argomento «caldo» sono intervenuti Giorgio Cuscito, analista di Limes; Marzo Mian, giornalista di The Artic Times Project e ISPI; Federico Petroni, redattore di Limes e Alessandro Vitale, professore dell’Università Statale di Milano. Attraverso i loro interventi ho potuto riflettere sul ruolo cruciale che il Polo Nord sta assumendo per il nostro Pianeta, e sulla crescente necessità di proteggerlo dal cambiamento climatico già in corso. Questo è ciò che è emerso.

L’Artico era un luogo remoto e misterioso, perennemente avvolto dai ghiacci. Così me lo sono sempre immaginato, con panorami mozzafiato e acque cristalline che sfiorano le sponde del ghiaccio. Un posto magico, incantato. 

Oggi l’Artico è invece al centro di una serie di trasformazioni epocali che coinvolgono tutto il Pianeta. Sempre più raggiungibile dalle potenze mondiali che vi vedono una nuova opportunità economica. Sempre più minacciato da navi rompighiaccio e crolli di pareti in scioglimento. E sempre meno ghiacciato. Si prevede che già tra una ventina d’anni, durante l’estate, assisteremo alla quasi totale scomparsa dei ghiacci nel Mare Artico. Tuttavia, mentre c’è chi si dispera all’idea che si stiano condannando il Pianeta e i suoi abitanti al collasso, alcuni tra i più grandi decisori politici del mondo si sfregano le mani al pensiero di poter tracciare nuove rotte commerciali e rafforzare la propria posizione geopolitica nel quadro internazionale.

Dal momento che si tratta di un territorio ricco di risorse naturali e che possiede una posizione geografica strategica – non dimentichiamo che separa l’America del nord dall’Eurasia – l’Artico rappresenta anche il luogo di incontro e scontro tra le tre potenze mondiali attuali: gli USA, la Russia e la Cina.  

«Quella dannata cosa si sta sciogliendo!», ha commentato il segretario della US Navy, Richard Spencer. L’America, ancora massima potenza del globo, non è «artica» e non vuole esserlo. Tuttavia la sua apolarità ha radici profonde, antiche quanto la presenza dell’uomo al Polo Nord. Ossia da quando nel 1909 l’esploratore Robert Peary vi piantò la bandiera degli Stati Uniti comunicando al presidente d’allora, William Howard Taft, che il Polo Nord era a sua disposizione, e ricevette in tutta risposta una frase del tipo: «La ringrazio della cortese proposta, ma non saprei che farmene». Gli USA non vogliono andare nell’Artico perché banalmente non sanno come starci e non ne hanno i mezzi. Si limitano quindi a sfruttare il proprio vantaggio geografico e l’amicizia con la NATO e con alcuni Paesi vicini, come Canada e Groenlandia, mantenendo una timida militarizzazione degli ingressi artici ed evitando che dal Mar Glaciale fuoriesca una minaccia. Ce la faranno?

La Russia è invece il Paese che si trova nella posizione più vantaggiosa al momento, anche perché è per definizione un paese artico: la sua costa artica è la più estesa rispetto a quella di tutte le altre nazioni. Oggi la Russia ha la necessità di controllare un’area estremamente vasta con nuove prospettive, soprattutto energetiche e commerciali. Con lo scioglimento dei ghiacci si aprirebbero nuove rotte marittime che sarebbero determinanti in futuro. Basti pensare alla rotta a nord della Siberia, che collegherebbe l’Asia orientale con l’Europa occidentale, decisamente più veloce rispetto a quella che oggi passa dal Canale di Suez. Ovviamente la Russia presenta anche degli interessi a livello strategico e militare, come testimonia un incremento della militarizzazione nell’area e il dispiegamento di nuovi armamenti, soprattutto dopo la crisi del 2014 in Ucraina e l’annessione della Crimea allo Stato russo. Tuttavia, questo processo non rappresenterebbe necessariamente una minaccia, ma può essere considerato come l’ampliamento di vecchi progetti, che mirano alla protezione delle proprie aree artiche dopo molti anni di disattenzione. La Russia difatti non ha interesse a provocare gli altri Paesi nell’Artico, dal momento che estrae gran parte delle risorse nella propria area di sfruttamento esclusivo.

Infine vi è la Cina, che non si affaccia sul Mar Glaciale Artico, ma che presenta un grande interesse per l’area su tre fronti: l’energia, l’estrazione mineraria e le infrastrutture. L’Artico è infatti ricco di gas naturale e petrolio, elementi di cui la Cina è alla costante ricerca per soddisfare il proprio fabbisogno e per sopperire all’enorme inquinamento dato ancora dall’utilizzo del carbone. Inoltre la Cina, sempre più ostacolata dagli Stati Uniti, avrà bisogno di nuove rotte commerciali. Collaborando con la Russia (cosa che sta già facendo) e attendendo lo scioglimento dei ghiacci estivi, potrebbe in futuro essere la prima a percorrere la rotta transpolare e dare vita alla «via artica della seta».

Non dimentichiamo poi che il cambiamento climatico avrà pesanti conseguenze soprattutto nel continente asiatico, il quale vedrà emigrare milioni di abitanti costieri verso l’interno, per via dell’innalzamento dei mari. Questo la Cina lo sa, pertanto meglio tenersi un posto nella corsa verso la regione artica. 

Insomma, l’Artico è un territorio estremamente ricco di risorse e quindi conteso da molte nazioni, ben più di quante io ne abbia citate. Ma questo rappresenta anche una forte minaccia per il Pianeta, a maggior ragione dal momento che non vi sono organismi in grado di gestire un’eventuale crisi in quest’area. Uno dei possibili contenziosi potrebbe riguardare il pesce, che rappresenta la seconda risorsa mondiale dopo il petrolio e che si sta spostando sempre più a nord a causa del surriscaldamento globale. Si tratta di una vera e propria emergenza, perché moltissime aree costiere del mondo basano il proprio sostentamento sulla pesca. L’Artico, specialmente per le nazioni asiatiche estremamente popolose, rappresenterebbe un bacino di 2,5 milioni di chilometri quadrati di mare non ancora saccheggiati dalla pesca intensiva.  Preoccupante è anche il turismo di massa che inizia a minacciare l’area, con 4 milioni di visitatori l’estate scorsa e ben 30 navi da crociera solo nel mese di agosto. Così il Mar Glaciale Artico sta diventando il «nuovo esotico», con tutti i rischi che ciò comporta.

Oggi la regione artica è il Far West: senza controlli, senza mappature e con migliaia di infrazioni delle leggi di navigazione. Se non lo proteggeremo con una convenzione di non sfruttamento (che esiste già per l’Antartide) rischieremo di perdere per sempre le sue meraviglie, e a quel punto sarà troppo tardi per rimediare.

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