LA SCUOLA SOPRA TUTTO – intervista a Gianni Canova «Formazione significa condivisione» | Il Bullone

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Le riflessioni dei cronisti del Bullone su questi giorni di dolore e sull’incognita del dopo Coronavirus. Che cosa ci lascerà? Non sarà più come prima. Cambierà il modo di fare lezione. La distanza e la tecnologia modificheranno i rapporti professore-studente.

Cornice di Carol Rollo

Di Stefania Spadoni

La scuola e il coronavirus. Con lo slogan «la scuola è un’aula, non un video», l’Accademia della Crusca rivendica il diritto al ritorno fra i banchi e a una giusta istruzione per tutti. Servono interventi attenti e mirati delle istituzioni, investimenti dedicati e una vera presa di coscienza sull’importanza della formazione per il futuro della società. Ne parliamo, in un’intervista telefonica con Gianni Canova, rettore dell’Università IULM di Milano, critico cinematografico, autore televisivo, direttore artistico, scrittore e accademico italiano.

Dal 2018 lei è rettore dell’Università IULM di Milano e ha quindi un punto di vista privilegiato sul sistema scuola oggi. Come stanno funzionando scuole e università in questo periodo, in cui tutto, lezioni, esami, persino lauree, è passato al digitale?

«Vorrei iniziare rendendo onore alla scuola, perché in tempi record ha trasferito tutta la didattica online, è stata una sperimentazione di massa senza precedenti. In Italia uno dei problemi maggiori riguardava proprio il Digital Device e mi sarei aspettato un piano pubblico per attenuare questa difficile fruizione della didattica in remoto. L’emergenza ci obbliga a sperimentare soluzioni che non devono essere alternative, ma complementari a quelle dell’aula, che resta comunque il momento centrale del percorso formativo, perché formazione significa condivisione e socialità. Ma oggi non costerebbe molto dotare di un computer le famiglie più svantaggiate, fare accordi con le grandi società che portano il wi-fi nelle case degli italiani e chiedere anche a loro, che hanno lucrato in maniera incredibile negli ultimi anni, un contributo. Questo servirebbe e invece si prendono provvedimenti sciagurati, come quello della ministra Azzolina che ad aprile ha annunciato il “tana liberi tutti”, con il suo “tutti promossi”. Forse l’unica soluzione possibile, è vero, ma perché annunciarlo ad aprile, demotivando studenti e docenti che stavano prendendo sul serio la cosa? I ragazzi stanno dando segnali di serietà e maturità che molti della nostra classe dirigente non hanno. Quelle parole è come se avessero privato una generazione del diritto ad essere formata seriamente, lo trovo scandaloso. Sento che stiamo pagando il costo di un Paese che non si è mai preoccupato, negli ultimi anni, di formare una classe dirigente degna di questo nome».

Come sarà l’università del futuro?

«Sarà una sfida, trasformare una coercizione in un’opportunità. Bisognerà reagire, sperimentare, innovare, nulla sarà più come prima e sarebbe un errore negarlo. Stiamo ridisegnando i percorsi formativi, perché l’Italia post pandemia avrà bisogni, esigenze e necessità diversi. I nuovi professionisti dovranno essere visionari per provare a immaginare e disegnare il mondo come vorremmo che fosse in futuro, nella speranza di fare meglio di quello che ci siamo lasciati alle spalle».

Quanto influenza il media video la relazione disciplinare e lavorativa? Siamo diventati tutti registi dei nostri incontri, questo cambia le relazioni?

«Più che registi direi scenografi o costumisti, ma questo avveniva già sui social. Oggi sicuramente l’attenzione al visivo è molto forte e io non posso che esserne felice. Noi siamo un popolo segnato da un analfabetismo iconico, mai formato a una costruzione del visivo, senza consapevolezza semantica e comunicazionale. Oggi viviamo sempre più connessi a uno schermo, guardare, vedere, decodificare immagini è l’attività che occupa il maggior tempo della nostra vita».

Gianni Canova rettore IULM, critico cinematografico, autore televisivo, direttore artistico, scrittore, volto popolare di Sky (Foto: fondazionemilano.eu)

Che cosa pensa della comunicazione di questi mesi?

«C’è stata un’incapacità di costruire una comunicazione credibile, manchiamo di leader capaci di parlare al cuore del popolo. Questo stanco rito dei numeri annunciati senza pathos, in maniera piatta e algida, dentro un sistema comunicativo basato sulla contraddittorietà, l’incapacità di parlare con voci accordate e corali, di spiegare i termini del dibattito socio economico. Una comunicazione seria dovrebbe avere come primo obiettivo, far capire al numero massimo d’utenti di cosa si parla e invece, come sempre, abbiamo avuto una comunicazione di propaganda». 

La comunicazione televisiva e dei giornali sarà più consapevole?

«Temo di no, è una questione di vanità umana. Guardi solo cosa accade oggi in tv, questa corsa ad accaparrarsi il virologo, l’immunologo, l’epidemiologo come se fossero la stessa figura, senza tener conto delle diverse competenze disciplinari. Vengono invitati ad esprimersi come se tutti avessero le competenze su tutto». 

Si è rischiato la caccia all’untore, guariremo dalla paura di tutto e di tutti?

«La paura è un sentimento antropologicamente fondato e più che comprensibile. Negare di aver paura oggi sarebbe da ipocriti. La nostra educazione ti induce a tenere a freno le paure e oggi più che mai bisognerebbe generare messaggi di tranquillità; la nostra classe politica, invece, incita e aizza. Questo è il male oscuro dal quale il nostro Paese non riuscirà mai a liberarsi».

Quale sarà il futuro per il cinema, esisterà ancora la fruizione comune o funzioneranno solo le piattaforme streaming?

«La pandemia è arrivata in un momento florido per il cinema, ma sicuramente ci sarà bisogno di uno scatto di fantasia oggi. Il cinema dovrebbe sperimentare nuove formule, fare come la scuola, usare di più le nuove piattaforme e reinventarsi. L’incremento mondiale degli utenti su Netflix è stato di 16 milioni in questi mesi, perché c’è una fame di film. Perciò, se abbiamo nuovi film pronti, perché tenerli fermi? Non si può continuare a ragionare come prima, perché il prima non esiste più». 

Mi immagino questa nuova generazione di esseri umani impegnata in dirette, streaming, video call, come una nuova generazione di registi di cortometraggi. Il mezzo video nelle mani di tutti nuocerà alla professionalità?

«Io sono per la democratizzazione del mezzo e della cultura, magari scopriremo nuovi talenti». 

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