«La palestra dello scrittore» un laboratorio di ricerca sul linguaggio. I consigli di Lorenzo Carpané su come affrontare il foglio bianco | Il Bullone

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Di Lorenzo Carpané

La palestra dello scrittore è un laboratorio di ricerca sul linguaggio nato nel 2015, un luogo pensato per sperimentare soluzioni nuove, sviluppare percorsi cognitivi e trasferire conoscenza. La scrittura aiuta a sperimentare come le parole agiscono sul pensiero: dalla pubblicità alla politica, dall’economia alla scienza. Le due anime della Palestra sono la ricerca e la formazione, che si articola in quattro filoni principali: scrittura, relazione, cambiamento e strategia. Queste esperienze sfociano in libri, pubblicati in autonomia, con il marchio Centopagine. In questo periodo in cui è richiesto di restare a casa, la Palestra propone tutti i giorni, da lunedì  al venerdì 30 minuti di allenamento guidato dai trainers e 15 minuti di domande- risposte.

Perché scrivo? Perché ho qualcosa da dire. «Sì ma cosa?» …… [silenzio]. 

Ecco, questo è quello che accade, spesso, quando ci si accinge a scrivere. La sensazione di aver qualcosa da dire, forse molto, ma che non riusciamo a rendere con le parole. Risultato? Foglio bianco, sul quale non riusciamo a digitare nulla, un po’ quello che accade al protagonista del racconto di Edo.

Il tema è dunque questo: come faccio a far diventare parole quell’insieme di sentimenti, passioni, timori, piaceri, desideri che compongono il mio universo interiore?

Ricette valide in assoluto non esistono: le vie della parola sono infinite. Esistono alcuni stratagemmi che possono funzionare.

Primo. Non pensare a cosa dire. Sì, esattamente così. Svuotare la mente da bei concetti, valori, sentimenti, emozioni. Togliere cioè tutto quello che è astratto, le belle parole, belle ma asfittiche.

Ecco, l’avete fatto? 

A questo punto guardatevi attorno, e osservate la vita che si snoda davanti a voi, osservate gli esseri umani, i loro comportamenti, le loro movenze. Questo è il secondo passo. Osservatela, ascoltatela, annusatela, gustatela, toccatela la realtà che si dispiega davanti ai vostri occhi. Meglio, mettete in moto tutti i sensi per dire con parole ciò che accade.

Scrivere è quindi questo: raccontare ciò che accade, cioè far avvenire dei fatti, far succedere qualcosa alle persone. Il che concretamente significa usare verbi, perché i verbi indicano azioni

Lorenzo Carpanè scrittore e ghost writer Fondatore della Palestra dello scrittore, un laboratorio di ricerca sul linguaggio. Ha già lavorato con i B.Livers aiutandoli a scrivere il loro primo libro La Compagnia del Bullone, edito da Sperling&Kupfer (2017)

Ecco il terzo passo: mettere nero su bianco in una pagina un percorso, per cui un personaggio parte, percorre una strada, arriva in un altro posto, superando una serie di prove, con l’aiuto di qualcuno o di qualcosa. E alla fine non è più quello che era, magari anche solo per una minima parte.

Il percorso non è necessariamente una strada, possono essere esperienze fatte nello stesso luogo, ma in uno svolgersi temporale. 

Avete scritto questa sintesi? Guardate, è quella che nel cinema, ma anche nell’editoria, chiamano sinossi. Chiamiamolo anche riassunto, va bene.

Il quarto passo è scrivere. Seguite la vostra sinossi, ma sentitevi anche liberi di modificarla, perché l’appetito della scrittura viene scrivendo. Man mano che andate avanti vedrete crescere i vostri personaggi, vi verrà in mente quali avventure o disavventure possono loro accadere. Non preoccupatevi della correttezza grammaticale o sintattica, scrivete, scrivete, scrivete.  State solo attenti che non ci siano contraddizioni, che un personaggio non nasca adulto e finisca più giovane… 

Quinto passo. Rileggere, riscrivere, correggere, in modo da trovare via via un vostro stile, per eliminare i luoghi comuni, le banalità, le ripetizioni, gli errori. E per fare in modo soprattutto che i vostri personaggi abbiano un’identità, cioè che parlino con un loro stile, che si muovano con un loro stile, che si vestano con un loro stile.

Come può accadere tutto ciò? Accade se si accettano alcune fatiche.

Prima fatica: scrivere. Scrivere è faticoso. Un po’ come andare in montagna: finché non si arriva in cima o al rifugio non si può godere del percorso fatto; finché non si ritorna alla partenza non si può godere della fatica fatta. Quindi, solo alla fine, fino a quando non si è finito non si può godere di ciò che si è raggiunto.

Seconda fatica: il fallimento. Vi capiterà, vi è capitato già forse, di cominciare, andare avanti, e poi rendervi conto che quella storia non vi appartiene più o che siete finiti in un vicolo cieco. È successo a tanti: a Giacomo Leopardi, Italo Calvino, Italo Svevo, tanto per citarne tre. È inevitabile che accada, è bene che accada. Solo dagli errori, dai fallimenti riusciamo a crescere.

Terza fatica: ricominciare da capo. Dopo un fallimento ricominciare non è facile, come non lo è nella vita. Ma il fallimento della scrittura è a costo zero. Il massimo negativo che può succedere è di buttare nel cestino reale o virtuale quello che avete scritto, aver magari impiegato qualche ora o qualche giorno a pensare, immaginare, creare. Che non sarà mai tempo sprecato.

Quarta fatica: farsi criticare. Un bell’esercizio di umiltà è il compagno di viaggio ideale. Farsi leggere i propri testi, lasciare che altri entrino dentro il mondo che abbiamo creato non è facile, eppure quanto ci serve! Perché ci fa capire che ciò che scriviamo va trattato, per certi aspetti, come un figlio. Lo desideriamo, lo generiamo, lo facciamo crescere e poi, a un certo punto, lo lasciamo andare per la sua strada: camminerà con le sue gambe.

Quinta fatica: accogliere il punto di vista altrui. In parte collegata alla precedente. Vuol dire varie cose. Per esempio, che il bello dello scrivere è entrare nei panni di altri, magari in questo modo vedere noi stessi (o il nostro alter ego narrativo) con gli occhi di un altro. Capiterà che così scopriamo, magari, che a volte siamo un po’ ridicoli, o che ci sono altri modi di vedere i fatti.

Alla fine il busillis è proprio qui: scrivere, e intendo soprattutto, ma non solo, scrivere narrativa è esplorare il mondo che sta al di fuori di noi, toccare con mano, quella che scrive, la grande varietà delle vicende umane. Vedete, molti ma molti anni fa il commediografo latino Terenzio, mise in bocca a un suo personaggio questa sentenza: «homo sum, humani nihil a me alienum puto», cioè, «sono un essere umano e nulla di ciò che è umano mi è estraneo». Tutto mi riguarda, tutto mi interessa. Don Lorenzo Milani, uno di quei preti che hanno fatto la storia recente della Chiesa e dell’Italia, sui muri della sua canonica-scuola aveva fatto scrivere «I care», cioè «me ne importa». Ecco, quando vi metterete a scrivere, a continuare il bel racconto di Edo per creare un altro pezzo di storia, pensate sempre che scrivere significa prendersi cura di se stessi e degli altri, perché scrivendo ci mettiamo in gioco, mettiamo a disposizione nostra e degli altri il nostro punto di vista, lo offriamo come un dono prezioso, ben fatto, curato, lucente, perché anche loro possano crescere con noi, in un gioco che è il più bello dei giochi, cioè condividere con gli altri la nostra umanità attraverso ciò che ci distingue da ogni altro essere vivente: la parola.

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