La favola di Giancone, il dinosauro sopravvissuto | Il Bullone

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Illustrazione in evidenza di Alice Guazzo

Di Martina Dimastromatteo

Giancone Corythosaurus discende da una famiglia antichissima e quando passa è difficile non notarlo. Giancone è alto, altissimo. A farlo sembrare ancora più alto ci pensa la sua ampia ed elaborata cresta, che sfoggia con grande stile. Fin da quando è nato, predilige una dieta vegana, a base di foglie verdi, le sue preferite. Giancone ha poi un eccellente udito e un’ottima vista: può vedere a metri e metri di distanza, ma soprattutto ha un olfatto molto sensibile che gli ha permesso di sviluppare un buonissimo intuito.

È questo che l’ha salvato, 66 milioni di anni fa, quando un asteroide si schiantò sul suolo terrestre, precisamente in Messico. Questo terribile impatto generò una serie di tsunami e di incendi, sollevando nell’aria miliardi di tonnellate di detriti di ogni tipo, comprese rocce ricche di zolfo, che causarono un rapido crollo delle temperature, portando all’estinzione circa il 75% delle specie esistenti. A questo, si sommarono terremoti continui e potenti eruzioni vulcaniche – a partire dall’Altopiano del Deccan – che, a loro volta, liberarono nell’atmosfera milioni di sostante chimiche, oscurando il sole e rendendo l’aria tossica, così come alcune piante.

Illustrazione di Alice Guazzo

Insomma, i problemi climatici e i cambiamenti da affrontare furono talmente numerosi e repentini, che i dinosauri non riuscirono ad adattarsi. Non tutti, perlomeno. I loro cugini uccelliche avevano sviluppato quello che in gergo tecnico si chiama «avversione condizionata al gusto», ovvero capire quando una cosa ci fa male ed evitarla − avevano più volte provato a dar loro consigli e indicazioni, ma non c’era verso. I dinosauri delle famiglie più diverse e distanti, rispondevano: «Ma che dici? Non fare l’esagerato. È la solita pianta!». O ancora: «Seeeeh vabbeh, mo’ ci estinguiamo tutti». C’era poi qualcuno che ipotizzava: «Secondo me questi vogliono prendere il nostro posto, hanno creato tutto in qualche grotta nascosta». Nonostante i volatili si affaticassero, a grandi stormi, per proteggere i pochi lucertoloni rimasti, questi ultimi continuavano la loro vita come se nulla fosse, ma  poco a poco, si spegnevano senza che nessuno se ne rendesse conto, in mezzo alla coltre di fumo e detriti.

Giancone, invece, si era voluto fidare. Certo, gli pesava molto dover rinunciare ad alcune delle piante di cui andava ghiotto, ma se questa privazione si fosse potuta tramutare in anni di vita, era più che disposto a seguire le regole e a cambiare qualche abitudine. Nell’attuale Alberta, dove si trovava, l’aria era sempre più pesante e per provare a prendere un po’ di fiato, Giancone aveva deciso di mettersi in cammino verso il mare, arrivando finalmente sulla costa della Columbia Britannica. Si era ormai fatta sera e, stremato dal viaggio, guardò la luna specchiarsi nell’Oceano Pacifico e si accasciò in un sonno profondo. Quella notte, arrivò l’ennesima scossa. Giancone, però, che aveva il sonno pesante, non si accorse di nulla, nemmeno che la zolla su cui si trovava si staccò ed iniziò a navigare lentamente, trasportata dalle onde, fino a che… «Facundo… Facundo, corri!», «Che c’è, Sofaura?», «C’è un dinosauro, sulla riva!», «Ma… ma!», «Muoviti!».

Giancone dormiva ancora, beato e ignaro. «Non ho il coraggio. Guarda tu, Facundo… Respira?», «Sì, sta dormendo, tranquilla.», «Grazie al cielo!». In quel frangente, frastornato, Giancone si svegliò e, trovandosi due musi a fissarlo, fece un balzo all’indietro: «Chi siete? Dove mi trovo?», domandò spaventato. 

«Tranquillo, sei al sicuro. Io sono Facundo e lei è mia moglie, Sofaura. Viviamo su quest’isola in mezzo all’Oceano Pacifico da qualche anno. Tu, invece, chi sei?».

«Quest’isola…?», ripetè, incredulo. Si voltò e vide tutto blu, intorno. Il cielo splendeva limpido e si rifletteva nelle acque calme. Era da così tanto tempo che non lo vedeva, che si era quasi scordato quanto fosse rassicurante quella sfumatura di indaco. «Io sono Giancone, Giancone Corythosaurus e ieri mi sono addormentato sulla costa canadese. Come faccio ad essere qui?», «Questo non lo so, ma qui sei il benvenuto», gli rispose Facundo. «Hai bisogno di reidratarti. Stavo preparando della limonata, ti va?», «Che cos’è la limonata?», «È un succo che ricavo dai limoni», «E cosa sono i limoni?», «Giusto… dovrei smettere di dare per scontato certe prelibatezze! I limoni sono i frutti che ci regala l’isola. Avevamo un albero di limone fuori dalla nostra grotta, in Cina. Quando ci siamo trasferiti, abbiamo portato alcuni semi con noi e ora continuano a crescerne, spontaneamente. Tieni, assaggia». Giancone, ancora frastornato, accettò la ciotola che Sofaura gli porse e assaggiò quel nettare, che mai aveva visto prima. 

Era tutto nuovo per lui, eppure tutto così naturale su quell’isola. Sofaura e Facundo erano una coppia splendida, che viveva nel rispetto reciproco e venerando la propria terra, che in cambio li sostentava e donava loro una fauna incantevole. Giancone, ancora oggi, gode di tutta questa bellezza e ogni giorno ringrazia la sua caparbietà, la sua testardaggine nell’ascoltare il prossimo, il suo attaccamento alla vita, che gli ha restituito in dosi maggiori tutto ciò di cui, per tanto, si era dovuto privare.

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