Intervista al dottor Ernesto Leva | Il Bullone

by

Di Andrea Pravadelli

Abbiamo avuto l’onore di conoscere il Professor Ernesto Leva, primario di chirurgia neonatale presso il Policlinico di Milano (oggi centro d’eccellenza proprio in questo ambito) che il 15 agosto, con un team di professionisti, ha portato a termine con successo una delicatissima operazione su un bambino di appena un giorno di vita. Grazie a questo intervento è stata risolta una malformazione rara che colpisce un neonato su 4000. 

Quando ha deciso di fare il medico e perché ha scelto di specializzarsi in chirurgia neonatale?

«Perché quando ero all’università, durante una lezione di pediatria, il professore ha detto una cosa che mi è rimasta impressa: “lavorare con i bambini e per i bambini significa lavorare per il futuro”.  Questa frase mi ha veramente aperto gli occhi su cosa avrei voluto fare, così sin dall’inizio ho deciso che il mio lavoro di medico sarebbe stato dedicato a una branca della pediatria

Il medico invece avevo già deciso di farlo prima, ero in terza liceo, sebbene io venga da una famiglia nella quale non ci sono medici. Anche in quel caso ho avuto la fortuna di sapere fin da subito ciò che volevo fare e quindi ho puntato direttamente al mio obiettivo. Da lì ho cominciato a pensare di lavorare con i bambini e ho valutato, ed ero attratto, dalle specialità che richiedono più manualità rispetto alla sola applicazione mentale. La chirurgia pediatrica è stata la mia scelta, ho cominciato a frequentare il corso che ero ancora al terzo anno di università, molti miei compagni erano sorpresi da questo, però, rispetto a loro, sono stato il primo ad essere assunto. Poi sono diventato chirurgo pediatrico».

Quanto è importante il team e che consiglio ci può dare per costruirne uno valido?

«Credo che sappiate bene quale sia la differenza tra un boss e un leader: il primo è quello che cerca di provare e di ribadire ai suoi compagni di lavoro che lui è il capo; il secondo è quello che non ha bisogno di dirlo perché sono i compagni di lavoro a riconoscerlo come tale. Io sono fortunato perché faccio un lavoro che mi piace e che tutte le mattine mi fa pensare che sto facendo qualcosa di buono, non mi sento un leader. Questo è fondamentale nel nostro lavoro: cooperare in un team e fare in modo che sia il più affiatato possibile, perché un ottimo chirurgo è nulla se non ha un ottimo anestesista, è nulla se non ha un buon neonatologo che stabilizzi e prepari il neonato, è nulla senza un’ottima squadra. 

Bisogna motivare chiunque sia coinvolto, spiegando ciò che facciamo, mettendolo al corrente del caso. E anche fare piccole cose come prendere insieme il caffè. Le persone all’interno di un team devono avvertire un senso di appartenenza, i bravi leader sono quelli che riescono a trasmetterlo. Certe cose si possono fare solo quando tutti mettono da parte la loro personale gloria e lavorano perché credono in ciò che fanno. In medicina, il ballerino solitario non funziona».

Come si descrive l’emozione di avere cambiato la vita a un neonato di un giorno? 

«Non si prova nulla: per noi deve essere uno dei tanti bambini, noi non ci dobbiamo emozionare per quello che facciamo, dobbiamo esserlo ogni giorno in cui veniamo a lavorare, ma ogni caso deve essere trattato ugualmente. Certo è che nel corso del tempo continuiamo a vedere questi bambini, vediamo che crescono, vediamo le loro famiglie, il primo giorno di scuola, la prima, fidanzata, ecc.: quelle sono per noi emozioni. È sicuramente una grossissima emozione veder crescere come gli altri un bambino al quale abbiamo sistemato una patologia. Anche molti di noi sono mamme e papà».

Il Professor Ernesto Leva in compagnia di alcuni B.Livers (Foto: Martina Dimastromatteo)

Come è arrivato ad elaborare la tecnica dell’intervento che avete svolto il 15 agosto sul neonato di un giorno d’età, affetto da una patologia rara?

«L’intervento doveva risolvere una patologia che colpisce un bambino su 4000 ed è la ragione per la quale andai a New York ad approfondire questa materia; chi inventò questa tecnica, nel 2005 mi invitò per insegnarmi i trucchi del mestiere. È stato il mio mentore e ho continuato a chiedergli consigli, anche a distanza. Oggi cerco di insegnare ai ragazzi il concetto di Steve Jobs “stay hungry, stay foolish”. Cercando di capire come migliorare la tecnica, sono arrivato a ridurre, da tre ad un intervento, per ricostruire l’anatomia. È una tecnica sulla quale ho molto ragionato, poi mi sono confrontato con il professore che a New York mi aveva chiamato e preso sotto la sua ala: anche lui trovò il mio metodo valido e quindi cominciai ad applicarlo. Sono casi molto limitati, in 5 anni ho eseguito 10 interventi di questo genere, e tutti e 10 sono andati bene, quindi la tecnica è corretta e riproducibile. Credo che sia nostro dovere cercare di migliorare la medicina, anche studiando tecniche diverse, avendo il coraggio di smontare convinzioni inviolate da anni».

Parlando dei periodi che ha trascorso all’estero, quanto è importante l’elasticità mentale e quanto questa è data da esperienze fuori dal proprio ambito? 

«Avere un’apertura mentale è fondamentale, ti permette di non avere paura di provare esperienze all’estero e queste esperienze, lontano dal tuo Paese, ti aprono ancora di più la mente, ti fanno venire ancora più voglia, più fame di vedere cose nuove. È un vortice che si alimenta da solo: da un lato tu sei aperto a nuove esperienze, dall’altro sono queste ultime a portarti ad altre ancora». 

Come si fa a mantenere la freddezza di fronte a certe situazioni, soprattutto riguardo ai bambini?

«Lo si fa grazie a dei buoni maestri che da giovani, quando si è ancora emotivamente molto sensibili, ti insegnano a controllare le emozioni e a non trasmetterle ai genitori e ai pazienti. Noi ragioniamo per nucleo familiare: dietro a ogni nostro paziente ci sono tante persone, è fondamentale riuscire a capire quali sono le parole che devi dire a una famiglia, a un nucleo, e devono essere parole di speranza, non negative. Devi anche saper dare brutte notizie per non creare illusioni o false speranze quando non ci sono. Quindi il non trasmettere le emozioni viene molto da un insegnamento che ricevi da giovane da chi è più esperto di te, e ti insegna a moderare i tuoi comportamenti nei confronti delle famiglie. Come in tutte le cose e in medicina, che è chiamata “ars medica” – e io sono convinto che sia davvero un’arte – i maestri sono fondamentali e i maestri esperti sono quelli che possono garantire che la medicina rimanga una buona medicina, perché hanno saputo trasmettere ai giovani quello che hanno imparato nella loro esperienza».

 Come concilia la sua vita privata con una professione così «intensa»?

«Una delle mie fortune è stata quella di avere una famiglia che mi facesse sentire libero, che quando vengo chiamato per un’emergenza, sa che il mio lavoro ha la priorità».

You may also like

Leave a Comment

Your email address will not be published.