Intervista a Gianrico Carofiglio – Come le parole cambiano il mondo e il nostro futuro | Il Bullone

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Cornice di Paola Parra

Di Margherita Luciani

Viviamo un momento storico di grande difficoltà e di fronte al caos ci sentiamo spesso impotenti. Abbiamo avuto l’opportunità di intervistare Gianrico Carofiglio, noto scrittore e magistrato, che ci ha raccontato come dare senso alle difficoltà e molto altro.

Il concetto del tempo le è molto caro e sappiamo che lei ha scritto un libro La misura del tempo, che riconnette il passato al presente. Come possiamo far sì che le nostre esperienze passate ci aiutino a vivere questo momento presente?

 «Il nostro tempo è stato spezzato in modo irrimediabile con il coronavirus. L’ evento che stiamo vivendo fa in modo da poter dire che c’è stato un prima e un dopo, nella consapevolezza che il ricordo delle cose passate può essere un grande aiuto per dare senso al momento presente. Molto dipende da come siamo capaci di raccontare a noi e agli altri quello che ci è accaduto, anche se non siamo scrittori. Buona parte della felicità e delle infelicità dipende da come ce le raccontiamo, dal senso che diamo loro».

Cosa possiamo fare per ricostruire un nuovo senso al tempo del coronavirus e dopo il coronavirus?

«Non condivido l’opinione di quelli che sostengono che il virus sia arrivato per darci degli insegnamenti. Con questa premessa però, posso dire che l’epidemia è comparsa in un momento in cui non eravamo capaci di stupirci e di essere grati per tutto quello che abbiamo. Mettere tutto in discussione, come durante un evento epocale di questo tipo, dovrebbe insegnarci a dare meno per scontate le cose. Ciò significa avere un’attenzione diversa per il mondo esterno. Ci permette di praticare la gratitudine, una delle più grandi cause della felicità: questo ridefinisce l’approccio alle cose, è importante ricordare la necessità di riscoprire la loro natura e avere una forma diversa di attenzione. Così si potrebbe mettere in moto un cambiamento più duraturo».

Questo vuol dire riguardare in modo nuovo e con stupore la realtà. Lei ha scritto molto sulla verità, pensa che questo concetto possa aiutarci in questo momento?

«Sì, noi tutti abbiamo un dovere di verità: chi ascolta un messaggio di un altro deve potersi fidare del fatto che l’altro dice la verità. Il tema della verità definisce un’ecologia sociale: non c’è una sola verità, essa è un’identità complessa. Non è una roccia, ma è un mare di fili d’erba mossi dal vento. È un tema centrale nelle nostre vite». 

Nel suo libro Le tre del mattino, parla di un ragazzo epilettico e del senso della malattia. Lei sostiene che questo momento di difficoltà apra delle strade nuove…

«Questo romanzo mi ha dato emozioni molto intense, considerata la natura particolarmente delicata del tema. Ho poi incontrato donne e uomini epilettici che mi hanno detto che con il mio libro si sono sentiti davvero capiti. Una giovane professoressa, a una presentazione del libro, si è alzata in piedi e ha detto: “io sono epilettica ed è la prima volta che ho il coraggio di dirlo in pubblico”. La storia parla di come esperienze traumatiche siano capaci di cambiare molto la persona. Il senso del libro è racchiuso nell’idea del saltare all’improvviso da un’altra parte, vedere cose che credevamo di conoscere, in un modo completamente diverso». 

Ci sentiamo molto coinvolti come B.Liver, perché anche noi facciamo sì che da un’esperienza spiacevole come una malattia o un trauma, si possa ricavare qualcosa di bello, cerchiamo di cambiare un punto di debolezza in un punto di forza…

«Sì, il protagonista del mio libro sente lo stigma dell’epilessia, ma un giorno viene visitato da un medico e nella conversazione viene fuori che i più grandi geni di tutti i tempi erano epilettici. In quel momento il personaggio ha sperimentato una rotazione totale di prospettiva».

Passando invece alla scrittura, la parola può essere terapeutica?

«Sì, assolutamente. Come scrive Shakespeare nel Macbeth: “Date parole al dolore, il dolore che non parla sussurra al cuore oppresso e gli dice di spezzarsi”».

Possiamo fare cose con le parole?

«Le parole cambiano il mondo, il modo in cui ci raccontiamo la nostra vita e il nostro futuro. È un potere radicale di cui spesso non siamo consapevoli. Le parole performative sono azioni che possono cambiare il mondo».

Cambierà il mondo dopo il coronavirus? Ci sarà più umanità?

«Io non ho una visione pessimistica dell’uomo. Sto scrivendo un libro che si chiamerà Della gentilezza e del coraggio: gli uomini hanno conquistato il mondo per la solidarietà, da questo è dipesa la sopravvivenza della specie. Dopo il coronavirus non tutti saranno più buoni, ma forse alcune cose potremmo portarcele dietro per cambiare il modo di distribuire la ricchezza».

Rispetto alla sua esperienza di magistrato, il mondo della giustizia e della scrittura sono molto intrecciati nella sua identità. Che cosa ci può dire a questo proposito?

«Non sarei lo scrittore che sono se non fossi passato attraverso la magistratura, e in particolare, attraverso la mia esperienza di pubblico ministero, quando mi occupavo di criminalità organizzata. Ho avuto occasione di vedere pezzi del mondo che non avrei potuto vedere e questo ha influito e influisce sulle storie che racconto».

Rispetto alla politica, c’è veramente molto fango? Chi è che si sporca le mani?

«Come disse Orwell, i pensatori della politica si dividono in quelli che hanno la testa tra le nuvole e i piedi nel fango. Entrambi non vanno bene. Secondo me c’è una terza via: il fango per me è un territorio in cui ci si muove a fatica, ma in cui bisogna andare quando dobbiamo aiutare gli altri. A volte è faticoso entrare in contatto con cose spiacevoli e dolorose, oggi, per esempio, gli operatori sanitari sono nel fango, stanno lavorando in condizioni difficili e stanno aiutando gli altri». 

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