Il muro di Gerusalemme. Quando israeliani e palestinesi si tengono per mano | Il Bullone

by

Nell’immagine in evidenza, il muro che circonda la tomba di Rachele a Betlemme. (Foto: Alessandra Parrino)

Di Alessandra Parrino

Capita che le nostre vite vengano «limitate» da barriere che creiamo noi stessi o che vengono create da altri; queste ci possono inibire o possono accrescere in noi la voglia di scoprire come sarebbe se non ci fossero. 

Succede che queste «barriere» da aleatorie si trasformino in reali, formando veri e propri muri. Questo è quello che è successo, e tuttora accade, attorno a Gerusalemme, città emblema del conflitto interno tra palestinesi e israeliani, città contornata da un muro provocatorio e nato per dividere. Conflitti politici che si dimenticano che le vite hanno lo stesso valore, che il sangue che scorre ha lo stesso colore. 

Eppure all’interno e all’esterno di questi muri si è creata un associazione un po’ particolare, un associazione che, a dire dei partecipanti, «é nata per morire». Quest’associazione si chiama Parents Circlee nasce dalla necessità di israeliani e palestinesi colpiti dal dolore della guerra, di non rispondere alla violenza con altra violenza, ma di aprirsi a un clima di ascolto. 

Abbiamo avuto l’occasione, durante un piccolo viaggio in Terra Santa, di incontrare due rappresentanti di questa associazione: David, un padre che ha perso una figlia, e Aràb, che nel conflitto ha perso una sorella. Loro ci hanno permesso di capire la pesantezza che sta dietro al conflitto, un dolore che non lascia altro che vittime dietro di sé. Nonostante tutto, ci sono comunque più di quattrocento famiglie che hanno scelto di reagire alle proprie perdite cercando di creare un clima di ascolto reciproco. Durante i loro racconti la cosa che più ci ha colpiti è stato un gesto semplice: mentre parlava, Aràb era molto emozionato e ha cercato istintivamente la mano di David, come un figlio cerca la mano sicura di un padre, tenendogliela stretta intanto che continuava il suo discorso. Forse una stretta di mano è una cosa banale, no? Però quelle mani erano di un palestinese e di un israeliano, una cosa che non ci si aspetta in questo periodo. 

Proprio a partire da quelle mani che si (ri)cercano si dovrebbe partire per abbattere i muri… il muro. 

Israele è, purtroppo, nettamente divisa tra zone israeliane e zone palestinesi, e tutto ciò che li contorna sono barrire atte ad aumentare l’astio e la lotta tra queste due popolazioni. Tanto che, durante il nostro viaggio, siamo stati oggetto di come questa rabbia possa prendere forma. 

Per passare dalla Palestina al territorio israeliano, bisogna passare dei check point e noi uno di questi lo abbiamo trovato chiuso, così abbiamo dovuto continuare a viaggiare in Palestina per altri quaranta chilometri. Sulla strada dei ragazzi palestinesi, vedendo il nostro pullman, si sono alzati dai tavolini dove erano seduti e ci hanno lanciato dei sassi. Uno dei quali ci ha rotto un vetro. 

Foto di: Hosny_salah – fonte: Pixabay.com

Perché ci hanno tirato dei sassi? Perché la targa del nostro pullman era israeliana. Ecco, solo una targa gialla o bianca crea tutto questo. 

Ora penserete che noi siamo arrabbiati con quelle persone che ci hanno tirato i sassi, e certamente sul momento ci siamo spaventati, ma appena la calma è tornata, nessuno di noi è risultato arrabbiato, anzi, dopo tutti gli incontri dei giorni precedenti abbiamo compreso un piccolo pezzettino di quella rabbia che nasce laddove tutto ti viene tolto, dove la terra che era stata dei tuoi padri non sembra più appartenerti. 

Il muro attorno Gerusalemme è solo l’emblema di tutto quello che si è creato in questi territori, un tangibile e visibile esempio di dove può spingersi l’uomo in un clima d’odio. Ciò nonostante, nel cuore delle persone continua a brillare quella luce che ci fa riconoscere tutti uguali, padri, figli e fratelli che possono vivere in un clima di pace sulla stessa terra, distruggendo i muri per costruire ponti. 

Perché, come ci ha ricordato David, «Se non impariamo a condividere quello che c’è sulla Terra, continueremo comunque a condividere quello che c’è sotto». Così quando costruiamo barriere, ci dimentichiamo della nostra umanità, ci dimentichiamo che la fragilità la possiamo mostrare all’altro, possiamo cercare la sua mano in un momento di difficoltà, senza aver in mano un fucile puntato.

Non possiamo permetterci che le nostre vite vengano confinate, limitate da idee di superiorità, perché per poter crescere come persone, dobbiamo poterci specchiare nel volto dei nostri compagni di viaggio, dei nostri fratelli. Ricordandoci che il male è ripetitivo, compie sempre le stesse azioni di distruzione, mentre l’amore è creativo, ci permette di trovare soluzioni nuove che possono tramutare il dolore in bellezza.

You may also like

Leave a Comment

Your email address will not be published.