Il muro del lavoro. Cosa da dignità? | Il Bullone

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Di Nicolò Gigliola

La Costituzione Italiana, figlia delle bombe della Seconda Guerra Mondiale, oltre a inserire il lavoro tra i fondamenti dell’ordinamento Repubblicano, stabilisce che è compito della Repubblica «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

Un diritto, quello al lavoro, che viene dunque implicitamente inteso come diseguale, è infatti compito dello Stato permettere che ogni cittadino, attraverso il proprio lavoro, possa realizzare il pieno sviluppo della propria identità, sia nella dimensione individuale che in quella collettiva. La Costituzione della Repubblica Italiana costituisce la legge fondamentale dello Stato, ovvero il vertice primo della gerarchia delle fonti che definisce l’ordinamento giuridico di uno Stato di diritto. Da ciò, la naturale conseguenza che, ogni norma di grado inferiore, per essere legittima, non debba essere in contrasto con i principi da essa stabiliti. Ma la storia insegna che tra l’essere in contrasto con un principio e l’attuazione dello stesso, la strada non è così semplice. Dunque se è vero che, da un punto di vista teorico, la Repubblica Italiana si assume l’onere di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana, è altrettanto vero che, di fatto, questo compito venga storicamente disatteso.

Solo nel 1942, con il «nuovo» codice civile viene dettata la norma cardine, da cui ancora oggi prende avvio ogni ragionamento in tema di lavoro. L’art. 2094 c.c., antecedente alla promulgazione della Costituzione, 27 dicembre 1947, regge la struttura intorno a cui è costituito il diritto del lavoro in Italia. Il primo limite all’autorità del datore del lavoro viene riconosciuto solamente nel 1966, con la legge n. 604, che per la prima volta configura la previsione, almeno teorica, della necessaria giustificazione del licenziamento. Nel frattempo continuano ed esplodere bombe, finiscono vecchi conflitti e ne cominciano di nuovi, il mondo si trasforma e con esso anche il lavoro. A partire dal 1980 infatti, la destrutturazione dell’impresa fordista rese necessaria una maggiore flessibilità della prestazione lavorativa, venne così meno il punto di partenza ed arrivo di ogni riflessione giuslavorista. Il lavoro subordinato, inteso come contratto a tempo pieno e indeterminato, che aveva costituito il fulcro di ogni tutela lavorativa, non poteva più rappresentare l’unica forma di contratto. Con il nuovo millennio, veniva dettata una nuova disciplina in materia di lavoro, trovarono così fondamento giuridico un’ampia gamma di contratti: lavoro a tempo parziale, lavoro a termine, lavoro ripartito, lavoro a chiamata. La diffusione di queste nuove tipologie contrattuali, invece di eliminare quegli «ostacoli di ordine economico e sociale», ha piuttosto dato forma a vere e proprie tipologie di lavoratori. Non veniamo più catalogati solo per il tipo di lavoro che svolgiamo, ma anche per la durata e la tipologia contrattuale. Oggi il dibattito politico sul tema del lavoro è quasi del tutto slegato dai principi cardine stabiliti dal testo costituzionale, i lavoratori rappresentano un numero, un numero che viene utilizzato da ogni parte politica per attirare a sé i consensi di un elettorato interessato a conoscere esclusivamente il numero di persone che non sono parte integrante del mondo del lavoro. Si parla di occupati ma non di lavoratori.

I giornali parlano solo di numeri relativi all’occupazione, percentuali di crescita o decrescita, prodotto interno lordo, numero di laureati che emigrano all’estero, numero di contanti «regalati a chi non fa niente». Se il lavoro fosse solo una questione di numeri e costituisse un elemento accessorio nella vita di ogni individuo, allora si potrebbe soprassedere a una simile dialettica. Il lavoro è però una questione umana, il lavoro è fatto dall’uomo e per l’uomo. «Il lavoro nobilita», certo, ma cosa c’è di nobile in un contratto a tempo determinato nel supermercato del quartiere più periferico della città, a sistemare biscotti sugli scaffali, con la consapevolezza che dopo un mese ricomincerà l’infinita trafila di chiamate con l’impiegata dell’agenzia interinale? Cosa c’è di nobile in un lavoro a chiamata basato sul numero di turisti scesi da un treno o da una nave da crociera? Uno stage senza speranza di continuità a tre euro l’ora? Nulla, se non l’alienazione del singolo, consapevole che per ottenere un prolungamento dovrà prevalere sull’altro. Dominati da un costante senso di angoscia e precarietà, non ricerchiamo più un lavoro, ma solamente un contratto, un contratto che possa almeno definirsi tale. Dunque mi rifaccio alle parole del filosofo Leonardo Caffo che, intervistato dai B.Livers, sostiene la necessità di una totale riorganizzazione della società, per superare il sistema economico neoliberale e ripensare al concetto di lavoro. Far riferimento al tema giuslavorista come uno scontro generazionale è ormai cosa superflua, già Aristotele, in Etica a Nicomaco,libro VIII, sosteneva che i giovani fossero inclini solo ai propri desideri, preferendo le belle azioni alle azioni utili. Uno scontro antico che non risparmia nessuna epoca, Fedor Dostoevskij, nel Sosia, pubblicato nel 1846, attraverso le parole dello scrupoloso impiegato Goljadkin, critica i giovani, accusati di permettersi di arricciare il naso davanti a una persona perbene. Insomma un incontro/scontro che pervade il concetto stesso di umanità, e che è necessario superare al fine di dare attuazione a quel principio, retto dalla nostra carta costituzionale, che auspica il pieno sviluppo della persona umana, giovane o vecchia che sia.

L’uomo cambia, muta con il passare degli anni e si trasforma, cambiano le idee e le predisposizioni. Tutto cambia, l’uomo, il lavoro e il tempo. Ce lo ricorda la parabola di un impiegato che dopo aver scelto una vita di compromessi, asservito alla mediocrità di una vita programmata, consapevole della sua colpa di fronte all’indifferente accondiscendenza al potere, si risveglia da un sonno febbrile e tenta di scagliare quel «parente artigianale costruito su scala industriale» contro il Parlamento.  Una rivolta personale, individuale e disperata, il tentativo di mettere a tacere, ribellarsi all’automatica sottomissione al potere, il tentativo di non sentirsi più coinvolto. Solo in carcere, «tra gli altri vestiti uguali», comprende che la pluralità, di cui aveva ignorato l’importanza, è l’unica possibilità di dar seguito a un’idea imprescindibile, «non ci sono poteri buoni». Troppe bombe devastano ancora vite umane, troppi morti l’umanità si è lasciata alle spalle, troppe guerre sono state causate per meri interessi economici. Troppe guerre sono esplose per dare lavoro. Il risultato è un mondo diviso e spaventato, un mondo a velocità diverse in una continua lotta tra il bene e il male. Ma cosa sia il bene e cosa sia il male, credo che nessuno sia più in grado di affermarlo. Sarebbe dunque opportuno creare un nuovo patto, non generazionale, ma umano, «un patto di fiducia», al fine di far capire, all’insieme di vite, anime, storie che popolano questa vasta Terra, che il bene comune porta vantaggi a tutta l’umanità.

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