Il Biotestamento è libertà di scelta | Il Bullone

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Di Stefania Spadoni

Sono seduta al pub sotto casa e bevo una birra col mio vicino, Massimo, 50 anni, OSS di sala operatoria. Per 3 anni ha lavorato nell’unità chirurgica del Pronto Soccorso del San Raffaele e ne ha viste veramente tante, troppe. Gesti compiuti dopo questo percorso lavorativo e personale? Ad esempio vendere il motorino: troppi incidenti, troppi traumi in arrivo alle ore più assurde del giorno, troppe persone che per una disattenzione propria o altrui, hanno compromesso la loro vita, troppo pericoloso e lo scooter non perdona. Oppure depositare in Comune il Testamento Biologico, un documento legale redatto da una persona per specificare in anticipo i trattamenti sanitari da intraprendere nel caso di una propria eventuale impossibilità a comunicare direttamente a causa di malattia o incapacità. Seduti al pub mi mostra fiero la sua tessera ed è bello poter avere quel pezzo di carta in mano. Autodeterminazione. Scelta libera. Io decido per me stesso. Mi piace questa cosa e lo farò anch’io, senza aspettare ulteriormente.

Per parlare di questo tema così delicato, ho deciso di prendere Massimo ad esempio, per via del suo lavoro, così continuamente ed empaticamente a contatto con la sofferenza altrui. Perché di questo tema se n’è parlato per anni, ci sono state battaglie grandissime, barriere immense da superare e la cosa che più mi ha infastidito di questo processo d’evoluzione è stato sicuramente il fatto che a compierlo, nel bene e nel male, fossero troppo spesso persone e personalità così lontane dalla sofferenza, così distaccate dalla realtà di quello che accade al corpo di un malato che, stremato da una vita che non è più vita, da un dolore così grande da voler solo avere un po’ di pace, da un’impossibilità così devastante nel fare qualsiasi cosa, voglia semplicemente decidere per se stesso. Io sono da sempre per la libertà di scelta in tutto e queste mie righe lo confermeranno, ma indipendentemente da questo, un pensiero mi muove dentro un disagio estremo e fatico a tenerlo a freno: possiamo fare tutti quanti un passo indietro e smettere di decidere per cose che neanche conosciamo lontanamente? 

«Vita è la donna che ti ama, il vento tra i capelli, il sole sul viso, la passeggiata notturna con un amico. Vita è anche la donna che ti lascia, una giornata di pioggia, l’amico che ti delude. […] Purtroppo ciò che mi è rimasto non è più vita, è solo un testardo e insensato accanimento nel mantenere attive delle funzioni biologiche».

Fonte Onepolis sui dati INSTAT.
Infografica e illustrazione di Paola Parra

Sono le parole di Piergiorgio Welby, che per anni, grazie alla forza di sua moglie Mina, ha lottato per ottenere il diritto di decidere per se stesso. «Vi prego interrompete le cure che mi tengono in vita, questa non è vita». Morì il 20 dicembre 2006 a seguito del distaccamento del respiratore artificiale e previa somministrazione di sedativi, dopo aver chiesto più volte di porre termine alla sua vita a causa delle sue condizioni. Per questo gli fu negato il funerale religioso. Altri esempi? Giovanni Nuvoli che si è lasciato morire soffrendo di fame e sete, perché quando il medico anestesista ha provato ad addormentarlo per aiutarlo ad andarsene senza dolore, fu fermato dai carabinieri. Eluana Englaro o Dj Fabo che hanno smosso l’odio dei più accaniti contro questa legge sul testamento biologico, fino a spingerli nella sede del Parlamento italiano a urlare la parola «assassini» a persone come Emma Bonino e peggio ancora, a Beppino Englaro, suo padre, o alla madre di dj Fabo. Una legge, quella sul testamento biologico, che ci ha messo 32 anni ad essere approvata, 32 lunghissimi anni dalla prima deposizione in Parlamento da parte di Loris Fortuna. Ho i brividi solo a pensarci, eppure è tutto vero. Quante persone, quante famiglie inondate dal senso di colpa, come se fossero i peggiori criminali, solo perché amavano e rispettavano i loro cari, o semplicemente comprendevano che arrivare a desiderare la morte, non per un capriccio, ma per un dolore così grande da sopportare, era una richiesta semplicemente umanaDignitàè la parola che mi si posa sulle labbra e che vorrei urlare al mondo, o più semplicemente in Parlamento a quegli stessi politici che presumono di conoscere e di poter decidere per la vita degli altri. Il dolore non si pensa, si sente, l’ideologia deve farsi da parte. Il rispetto per i sentimenti umani anche i più difficili da gestire, da comprendere, da affrontare, deve essere la priorità. Più forte della politica, più forte della religione, più forte di ogni forma di egocentrismo. La decisione spetta a chi soffre, a chi vive una vita che non è più vita, a chi in maniera lucida e cosciente firma le sue volontà. A fronte di questa determinazione di se stessi e di quello che vorremmo per noi stessi, se dovesse accaderci qualcosa di terribile, nessuno può mettere parola. Sono grata che oggi il biotestamento sia un atto possibile, sono felice di poter compilare un modulo o di poter scrivere di mio pugno le Disposizioni Anticipate di Trattamentoper non leggere mai più frasi come questa: «S’è lasciato morire di fame, perché lo Stato non gli ha dato la possibilità di morire dignitosamente».

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