I muri servono a fare pipì | Il Bullone

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A cosa servono i muri? La risposta dei bambini di terza elementare

Di Paola Reggiani

Ultima ora in una terza elementare, piccolo estratto: -Il muro serve per nasconderti quando fai la pipì. – Il muro del castello serve per tenere lontani i nemici e se non basta si mettono tanti coccodrilli nel laghetto intorno. – Nei muri dei castelli ci sono anche le fessure: si usavano per spiare o per sparare – Il muro solo muro è brutto, ci vuole una porta. – Se è basso come quello di casa mia in montagna,  ti ci puoi sedere sopra. – Mio nonno sul muro fa arrampicare le piante. – Il muro delle prigioni è alto, così i delinquenti non possono scappare.  

Pudore, paura, aggressività, disponibilità, pragmatismo, romanticismo, giustizia. Ci è parso di capire che ci sono muri buoni e muri cattivi. Si tratta ora di stabilire quando un muro è buono e quando è cattivo. Poca roba! Da dove cominciare? Lébh shoméá. Si comincia sempre da qui.                                                                                                                    Dio gli disse: «Chiedimi ciò che vuoi»«Lébh shoméá», rispose Salomone: «Dammi un cuore che ascolta».  Non chiese nient’altro. Ascolto di chi, di cosa? Il testo non lo specifica, suggerendo un’apertura totale: ascolto di Dio, degli altri, dei nemici, delle cose, di tutto.  Il magico suono delle parole ebraiche è entrato in classe nostra in prima elementare. Bello bello! Che brava la maestra! C’è però un piccolo problema: se un compagno  ti fa lo sgambetto o ti scarabocchia il disegno o ti prende in giro, i casi sono tre: o lo meni, o piangi e/o vai a spifferare tutto alla maestra. Violenza, lacrime, spie: muri. Divisioni.  Praticamente la guerra. I piccoli bipedi già rivelano come la guerra sia una costante della dimensione umana.  A sei anni la pulsione per la guerra sembra essere dotata di una carica libidica fenomenale, fortunatamente pari a quella per l’amore e la solidarietà. Il concetto di ascolto è comunque lontano come Plutone. Lébh shoméá,un ignoto lemure del Madagascar.                                                                                                                        Christian: «Salomone è tonto!».                                                                              Io: «Secondo me Salomone non ha detto una stupidaggine: prima di tutto è un re, e poi è famoso da secoli,  e rimarrà famoso sempre, sicuramente più di Fedez. Ci possiamo fidare, che ne dite».?         

L’universo mi perdoni se, nel desiderio di condurre la mia platea alla  saggezza, sfrutto la deplorevole fascinazione del potere e della fama.                                                                                                               Vabbè, e poi? Poi che si fa? Poi che ci vuole? Nella vita, a teatro, a scuola, ci vogliono sempre le stesse cose. Tempo: e se non basta ti inventi come farlo bastare. Spazio: se è brutto nascono idee brutte. Per questo il nostro «Pensatoio», dove vittime e persecutori (ammesso sia possibile distinguerli) vanno a riflettere in solitudine, è un angolo tappezzato con disegni di cuori con le orecchie, e la sedia e il poggiapiedi sono dotati di cuscini in velluto rosso. Su una gruccia corona e mantello regale. Sul banco uno scrigno tempestato di pietre preziose e pergamene su cui scrivere. È un privilegio finirci, non un castigo.  Perché chi ha saputo ascoltare diventa un re e, se vorrà, potrà regalarci il distillato del suo pensiero da leggere il venerdì. Infine ci vuole  fiducia: se ogni re abbatte anche solo un mattone del suo muro cattivo, muro invisibile quindi ancora più cattivo… «Je fais ma part»,diceva il colibrì facendo cadere dal becco una goccia d’acqua sull’incendio.

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