Giuseppina Torre – Life Book è un inno al coraggio | Il Bullone

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Di Oriana Gullone e Martina Dimastromatteo

«Life Book è per me l’inizio di un nuovo percorso di vita, un inno al coraggio, alla forza e alla determinazione di riuscire a voltare le spalle al passato e godere delle meravigliose sorprese che la vita ti riserva».

Così Giuseppina Torre, pianista siciliana, riassume il suo ultimo album. L’abbiamo intervistata dopo averlo ascoltato in anteprima.

«Sono felice e onorata di quest’intervista, quello che fate vi fa onore in questo mondo che vive in superficie. Siete un occhio profondo. Come donna, ho capito che un conto è guardare le cose da spettatore e un conto è viverle. A chi mi giudica dico sempre: guarda quello che ho vissuto con i miei occhi, solo allora potrai esprimere un parere».

Come ti presenteresti a chi non sa chi sei?

«Sono una donna che è stata una bambina, una ragazza che ha sempre avuto la fortuna di avere un oggetto con sé, il mio prolungamento: il pianoforte. Al di là di tutti i riconoscimenti, rimango sempre quella ragazzina sognante. E mi ritengo fortunata perché sono rimasta pura. Guardo alla vita con occhi disincantati, curiosi. Il pianoforte è stato il mio compagno più fedele, non mi ha mai tradito. Ecco, questa è Giuseppina».

«La verità è che la musica mi ha salvato», canta Tricarico. È così anche per te?

«Sì. È stata la molla che la mattina mi fa alzare in piedi, l’isola felice in cui mi sono rifugiata. Senza di lei, senza il piano, sarei impazzita, mi sarei lasciata andare… C’è stato un momento in cui avevo quasi deciso di abbandonare: il mio cuore era vuoto e ritenevo di non poter dare e dire più nulla. Una persona mi ha fatto cambiare idea. Sono qui grazie alla musica».

Ci sono stati momenti in cui hai smesso di suonare o comporre?

«No, in realtà. Ho sempre sentito il bisogno di scrivere musica mia. C’è chi scrive versi, chi racconti, il mio linguaggio prediletto, invece, è la musica. Non c’è una sola giornata in cui non mi metto al pianoforte e scrivo le mie idee musicali, che poi sono emozioni, ricordi, aiutano a tornare con la memoria a precisi istanti».

Sappiamo che hai un figlio. Quanti anni ha? Suona?

«È un ragazzo, ormai, di 14 anni. Ha suonato quando era piccolo, ma mi ha detto: “Mamma, di pianista ne basta uno, a casa”».

Cosa vorrebbe fare da grande?

«Lui vorrebbe fare l’ingegnere informatico, il programmatore. Anche lui è un creativo, ma gli piacerebbe inventare qualcosa di innovativo a livello tecnologico».

Portalo da noi! Paolo, uno dei B.Livers, ha una protesi alla gamba che funziona collegata ad un’app sul telefono.

«Pazzesco, ci diventerebbe matto».

Quando vuoi, le porte della redazione sono aperte.

«Volentieri. Incrociamo le dita per maggio allora. Ho inviato la candidatura per Piano City, se passo vi invito ufficialmente al concerto. Voglio conoscervi tutti!».

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