Felicità ai tempi della perfezione – Intervista a Silvia Vegetti Finzi | Il Bullone

by

Di Margherita Luciani 

“La felicità è silenziosa e non ha bisogno di un palcoscenico”

Il perfezionismo e la tendenza a voler dimostrare agli altri quanto siamo perfetti nelle azioni che compiamo e nei sentimenti che proviamo è un problema molto diffuso oggigiorno. La smania di felicità e il desiderio di ostentarla sono una delle piaghe del nostro tempo, soprattutto sui social media: ho avuto la fortuna di intervistare Silvia Veggetti Finzi, nota psicologa e psicoterapeuta, per chiederle che cosa ne pensa. 

Perché tendiamo sempre ad essere perfetti?

«La società ci chiede costantemente di avere alte prestazioni, tutti ci chiedono che cosa riusciamo a fare, e nessuno ci chiede le dimostrazioni dell’essere, che cosa noi siamo veramente. Interessa di più il “che cosa fai” e mai “che cosa sei”. Quando ci incontriamo per la strada di solito la domanda è “come stai?” e poi subito si va oltre nel terrore che una persona ci dica veramente come sta. non si ascolta neanche la risposta: C’è il terrore della risposta perché ci farebbe perdere tempo. La cosa più preziosa di questa società è sempre stato il tempo, abbiamo un tempo coatto e sottratto. Tempo e spazio diventano improvvisamente le cose più importanti e I beni più preziosi». 

La dimostrazione dell’essere sempre migliori ha quindi preso tutto il nostro tempo?

«Siamo vissuti nel segno della fretta, ci perseguita. Come dice Baumann la fretta è diventata una parolaccia perché siamo preda della fretta. Non abbiamo avuto tempo per nulla. Nel mio ultimo libro che si chiama “l’ospite più atteso” cerco di recuperare l’attesa per eccellenza, l’attesa di un figlio, cosa che le donne sempre meno riescono a fare, prese sempre più dagli impegni inderogabili, lo studio, il lavoro, la carriera e il successo e questa che è sempre stata l’attesa femminile per eccellenza è passata in secondo piano. Per esempio a Tante donne non cambia niente la gravidanza e questa è una perdita di felicità molto grande: le donne durante la gravidanza non cambiano niente, continuano a uscire a lavorare. E quel mancato cambiamento è invece una Perdita di felicità. Ma non c’è tempo per questo». 

Silvia Vegetti Finzi

C’è un’attenzione sempre costante all’efficienza e al successo.

«Ma anche quando uno arriva al successo, poi si accorge che non era tutto, che è un’efficienza che non regala niente, è una cosa solo momentanea. Dopo aver raggiunto il successo una si accorge che il meglio o il tutto non era quello».

Che relazione c’è tra la voglia di essere sempre perfetti e la fiducia? Di solito quando diamo fiducia a una persona infatti dobbiamo lasciare un po’ il controllo di una parte di noi… 

«Spesso il sentirsi inadeguati deriva dai rapporti tra donne: siamo noi donne quelle più esposte. È il nostro sguardo che ci fa sentire non all’ altezza delle aspettative delle nostre amiche, colleghe, conoscenti. Gli uomini sono diversi, hanno altre categorie che sentono come importanti, salvo il momento in cui cercano la seduzione. Le donne invece sono attente a tutti I particolari, perché c’è tra di noi una relazione invidiosa. Per secoli le donne non hanno avuto modo di competere davvero non hanno avuto un piano di competizione come gli uomini che avevano la guerra, lo sport e la politica. Le donne erano chiuse in casa e vivevano di rapporti di sola parentela e questo creava dell’invidia di cui non ci siamo ancora liberate. L’inadeguatezza è una cosa che concerne soprattutto le donne: abbiamo per esempio espressioni ambivalenti come ‘oggi ti vedo bene’, ‘oh con questo vestito mi piaci’ ‘oh finalmente ti vedo in ordine’, il che sottende di solito invece no. C’è un modo ambiguo per farti sentire inadeguata. La madre chiede alla figlia “hai fatto colpo?” e non “ti sei divertita” perché anche la proiezione della madre è competitiva: la madre deve essere la madre della figlia migliore del mondo, la figlia deve essere migliore delle figlie delle amiche. Tutti I nostri rapporti sono pervasi da competitività. C’è pero anche qualcosa di positivo nell’invidia delle donne: l’attenzione. Noi siamo molto attente all’altro. Mentre invidiamo e critichiamo, noi osserviamo e cogliamo stati d’animo e disagi. C’è un vantaggio in questo che gli uomini non hanno: loro parlano sempre di altro, del calcio della politica e del lavoro e mai della relazione tra loro e l’altro». 

Mi puoi fare un esempio?

«Io faccio sempre l’esempio del vagone ferroviario. Uno scompartimento in cui ci sono solo due uomini e il treno si ferma. Cosa faranno due uomini soli nel vagone? Staranno zitti a lungo non si guarderanno e poi il più audace dirà ‘”mi presta la gazzetta?” “Da quanto siamo fermi?”. Cosa faranno invece due donne sole nel vagone in mezzo alla campagna? Non importa se una sia giovane o vecchia ricca o povera: parleranno di speranze, di riflessioni, di fatti della vita. Si scambieranno impressioni e parleranno della vita e della morte, dei figli, delle malattie, delle speranze».

Le donne rimuginano di più. Diciamo sempre “Se avessimo fatto x invece di y…”

«Siamo acqua nell’acqua. Se un uomo entra in un happy hour seleziona la vecchia e la brutta, fa subito una gerarchia. Noi donne invece non lo facciamo o lo facciamo meno, quando non siamo sottoposte allo sguardo dell’uomo». 

La competizione e la dimostrazione sui social media? C’è sempre una continua smania di far vedere che si è felici.

«Proprio oggi ho visto una giovane donna che conosco che snocciola su facebook la sua ricchezza… quanto è bella la sua casa, quanto è bello quanto va a sciare con I suoi figli, quanto sono felici, tutte espressioni di grandi felicità che possono dispiacere a chi non è altrettanto felice e a chi si sente tagliato fuori dal paradiso della vita. Perché questa esibizione? Chi ha bisogno di esibirlo non è davvero felice. Io dico sempre che la vera felicità è silenziosa e non ha palcoscenico».

E la dimostrazione del perfezionismo a livello di gruppo?

Tra colleghe per esempio c’è sempre una certa competizione perché c’è chi è scelta per un incarico prestigioso e chi no… E anche per esempio a livello di gruppo sportivo è terribile: c’è quella che viene messa in panchina che non si rassegna, è un confronto continuo, lo sport per esempio è competizione allo stato puro. Invece bisognerebbe dare il meglio di sé per sé e non per superare continuamente gli altri ma non è certo facile per un giovane.

Che effetto ha la continua tensione del perfezionismo sulla nostra autostima?

«L’esito peggiore è quello di chi si ritira dalla competizione, il modo più clamoroso è quello dei giovani nenè: sono I giovani che non studiano non lavorano e non cercano ma si chiudono nella loro stanza. Si chiudono e non hanno più desideri. Spesso accade in questo caso che non si hanno più aspettative e si muore, si sopravvive. Vivere fa troppa paura ed è sentito come troppo rischioso ed allora si preferisce morire alla vita e sopravvivere».

You may also like

Leave a Comment

Your email address will not be published.