COSA TI SPINGE A GUARIRE – L’esperienza di Giulia

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Di Giulia Menini

La guarigione è forse il periodo più complesso per le persone che, come me, sono state nel limbo della vita. Dove abbiamo visto e sfiorato con le dita il nostro assente futuro.

Stavamo per cadere in un vortice nero, senza saperne il perché eravamo giunti in quel torbido vuoto dentro la nostra anima.

La morte è facile da raggiungere, è la vita che è complicata da portare avanti. Ma noi siamo delle guerriere pronte con la nostra armatura, a sconfiggere almeno una parte del mostro che c’è in noi.

Nel mio periodo oscuro di grave anoressia nervosa, fui ricoverata a Niguarda da un medico che quel giorno salvò la mia vita.

Ho passato una settimana in alta intensità medica per i miei 30 battiti al minuto. Il mio cuore si stava spegnendo.

Grazie alla forza e al coraggio che sono dentro ad ognuno di noi, IO quel giorno decisi che non sarei tornata a casa se non guarita.

Giulia Menini

Secondo voi cosa mi spinse a scegliere la strada più complicata? Potevo benissimo arrendermi in partenza, ma non sarei qui a testimoniare la mia storia.

Furono la stanchezza e l’iperattività che prosciugarono tutte le piccole forze che mi rimanevano; la voglia di non sentire più quelle voci orribili nella mia testa, che continuavano a insultarmi! Mi facevano sentire piccola come un granello di riso, che neanche riuscivo a mangiare!

E così fui spostata in medicina generale. È stato durante quei mesi che ripresi in mano una seppur piccolissima quantità di cibo, non parlo di un piatto di pasta o una coscia di pollo, o del pesce, semplicemente di una pastina in brodo con le verdure al vapore. 

Ora io volevo guarire, ma non ero ancora cosciente del male che mi stavo facendo ormai da due anni.

Così provai a mangiare, solo per vedere negli altri la soddisfazione che provavano guardandomi non più digiunare, ma cercando di introdurre qualcosa nel mio esile corpo.

Dopo il ricovero passai al day hospital con casa a Milano, perché non avevo il coraggio di entrare tra quelle mura nelle quali c’erano tutti i miei incubi, la famiglia.

A Milano migliorò nettamente la situazione. Imparai a mangiare non più per il volere di altre persone, ma ricominciai da zero. Cosa volevo mangiare io?

Per un mese andai avanti solo con fette biscottate a pranzo e a cena e forse uno yogurt, quando mi capitava di sentirmi troppo debole.

Se non sai rispondere a questa domanda, quella che ti pongo è: «Che pensiero hai su quel cibo? Se lo trascuri gli attribuisci una così grande verità di dolore, che non saresti mai in grado di condividerla, se non con un percorso psicologico o comunque medico».

Secondo me le uniche forze che possiamo avere contro la malattia sono il dolore e la sofferenza di chi non vuole più una vita asciutta e sottile come un filo, ma anche il coraggio e la forza che incentivano il nostro amore verso la vita, per far sì che quel filo crei un’opera d’arte.

Guardiamoci attorno: in questo momento ognuno di noi sta lottando con il proprio ostacolo. La gara però giunge al termine e anche se non siamo i primi, abbiamo comunque sconfitto la paura di non sapere se al traguardo ci saremmo arrivati o meno.

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