Commento all’articolo 27 della Costituzione – L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva | Il Bullone

by

Di Ivan Gassa

Articolo 27 della Costituzione Italiana. «La responsabilità penale è personale. L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è ammessa la pena di morte». Il concetto della responsabilità personale nel processo penale e la presunzione di innocenza fino all’ultimo grado di giudizio, sono indice di una tutela democratica che i padri fondatori della Costituzione, hanno voluto per eliminare i processi sommari, marchio di tutte le dittature. Un aspetto collegato è  la prescrizione processuale. Si tratta di una norma che stabilisce la durata massima di un processo, oltre il quale si estingue il reato. Questa regola sacrosanta vuole tutelare l’imputato da una lunghezza sproporzionata del processo ed è oggetto, da anni, di innumerevoli commissioni e proposte di modifica. Che le pene non siano disumane mi pare indiscutibile per una società democratica. Come pure l’abolizione della pena di morte , dato che l’Italia fa parte della moratoria internazionale per l’abrogazione. Quello che manca nella realtà, è il tentativo di redimere il condannato per potergli garantire una vita normale post pena. Siamo abituati a pensare che un condannato una volta espiata la pena, ritorni a delinquere, ed è cosi nella maggior parte dei casi poiché non esistono veri percorsi riabilitativi. È un tema di difficile soluzione, legato al mondo del lavoro che rimane l’unica possibilità di redenzione. Come fare allora? Non esiste una ricetta miracolosa, ma penso che solo l’impegno di tutti, imprenditori, Stato, parti sociali possa dare una risposta. Una vera rivoluzione sarebbe favorire la produzione industriale artigianale – con sgravi fiscali per le aziende che ora delocalizzano la produzione all’estero – reinserendo i detenuti nei processi lavorativi. Il grande tema è come iniziare, sono sicuro che esistano già delle piccole realtà di questo tipo, la sfida è come fare per renderla fruibile a tutti. Può sembrare utopico, ma l’unica ricetta che conosco per rendere liberi è il lavoro e lo è ancor di più per chi ha espiato una pena. La grande bellezza della nostra Costituzione è questa totale interazione degli articoli, per cui si parla di pene detentive, ma si finisce per parlare di lavoro.

Il Commento

Di Emanuele Bignardi

«La responsabilità penale è personale. L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è ammessa la pena di morte».

Ragionando sull’articolo 27 della nostra Costituzione mi sono reso conto di come questo sia complesso e molto importante, perché regola le conseguenze di un reato penale; a un primo sguardo il suo contenuto potrebbe quasi sembrare scontato, tanto siamo abituati ai concetti che esso contiene. Tuttavia, immagino il momento storico in cui è stato scritto, cioè nel dopoguerra, a seguito di più di vent’anni di regime fascista, in cui le pene non avevano certo lo scopo di rieducare il condannato. Quindi questo articolo della Costituzione è fondamentale come riparo da eventuali deviazioni autoritarie ed è importante che sia stato inserito nella nostra Carta.

Il primo punto riguarda la responsabilità penale, che è personale. In qualche modo, mi piace pensare che i padri fondatori dell’Italia volessero responsabilizzare ogni cittadino, esortandolo a non delinquere, quasi ricordando come deterrente la propria responsabilità personale. Ognuno di noi dovrebbe avere chiaro il proprio ruolo, evitando di commettere atti penalmente perseguibili.

Come in molti altri articoli della Costituzione, oltre a moniti e vincoli, nell’articolo 27 si ritrovano anche delle «tutele» per il cittadino: in primo luogo, la presunzione di innocenza, valida fino alla condanna definitiva. Penso che anche questa parte sia frutto dello sforzo di superare gli anni del fascismo. Inoltre, permette all’imputato di difendersi e di portare prove a dimostrazione della propria estraneità ai fatti; purtroppo, tante volte questo passaggio dell’articolo viene «sfruttato» per evitare la pena, ma ciò non dipende dalla Costituzione, semmai dalla coscienza di ognuno. Un’altra tutela che viene posta dalla nostra Carta è la tipologia di pena e penso che questa parte sia davvero rivoluzionaria, sia per i tempi attuali che per l’epoca in cui l’articolo è stato scritto. Infatti, sancire che le pene non possono essere inumane, anzi, hanno lo scopo di rieducare, è qualcosa di straordinariamente forte: ritengo che il concetto alla base sia che lo Stato vuole credere nella rieducazione e non considerare la pena come una mera vendetta. A mio avviso, in altre Nazioni questo concetto non è sempre così netto, soprattutto quando si parla di pena di morte, l’ultimo punto dell’articolo 27. Personalmente penso che punire con la morte sia deleterio per almeno due motivi: il primo è che non si ha diritto di togliere la vita ad una persona, qualunque cosa possa aver commesso. Infatti, credo che in questo modo lo Stato si metta allo stesso livello di chi si macchia di un reato grave e ripugnante come l’omicidio e ciò sminuisce il senso dello Stato, cioè quello di governare e sostenere i propri cittadini. In secondo luogo, la pena di morte non ha insito il concetto di rieducazione e questo ne dimostra la sua inutilità: non serve al condannato, ma nemmeno ai parenti delle vittime. Infatti, la vendetta non va d’accordo con il termine «giustizia». Forse mi sbaglio, ma penso che da un punto di vista umano sia fondamentale concedere anche a chi commette dei reati gravi la possibilità di pentirsi. Ciò non significa, ovviamente, ignorare quello che hanno commesso e la severità della pena deve essere giustamente commisurata alla gravità del reato, ma senza dimenticare che anche un ergastolano deve poter avere la possibilità di pentirsi delle sue azioni, anche se non uscirà mai di prigione. Credo che questo sia la vera vittoria della Giustizia, quella con la lettera maiuscola, un valore molto più grande della sola vendetta. 

You may also like

Leave a Comment

Your email address will not be published.