CICATRICI A CATANIA | Il Bullone

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Intervista a Ornella Laneri, Francesca Andreozzi e Ugo Consoli

INTERVISTA AD ORNELLA LANERI – L’ARTE CHE RISANA LE CICATRICI DELLA MIA SICILIA

Di Eleonora Prinelli

Ornella Laneri, presidente di Fondazione Oelle Mediterraneo Antico, ci ha stregato sin dal primo minuto. Con un carisma e una forza eccezionali ci ha raccontato di sé come imprenditrice (è AD dell’Hotel Four Points Sheraton di Catania), come madre e compagna, oltre che come mecenate dell’arte. Il tema delle cicatrici non si è fatto attendere: la Fondazione di Ornella Laneri è nata in seguito a una sua profonda cicatrice, rappresentata da una separazione dolorosa. Attraverso la Fondazione Ornella utilizza l’arte per sanare le cicatrici del territorio e delle persone, con particolare attenzione al disagio sociale e con lo scopo di valorizzare il patrimonio storico, artistico e culturale del Mediterraneo. Inoltre Ornella Laneri si dedica anima e corpo alla sostenibilità ambientale. All’interno dell’hotel da lei gestito ha eliminato quasi interamente l’utilizzo della plastica e dato vita al primo orto urbano legato a un grande contesto alberghiero, Horto in, dove i clienti possono coltivare gli ortaggi che verranno cucinati e serviti presso il ristorante dell’albergo.

Nella foto Ornella Laneri

Unendo l’arte e l’impegno per l’ambiente, Fondazione Oelle ha collaborato con l’artista Michelangelo Pistoletto e ha esposto al porto di Catania il Terzo Paradiso, installazione interamente realizzata con la plastica prelevata dal mare. Un messaggio forte e chiaro. Mediterraneo Antico in origine era l’unico nome della fondazione, nata per sostenere gli scavi archeologici in Paesi come Siria e Giordania. In seguito, Fondazione Oelle si è evoluta e ha iniziato a seguire altri progetti, ma Ornella ha voluto mantenere l’antica nomenclatura, per l’estrema importanza che il Mediterraneo riveste per lei. Esso è da sempre crocevia di culture millenarie, e punto di incontro tra passato e futuro. Oggi riveste un ruolo cruciale per gli sbarchi dei migranti. Che valore deve assumere il nostro mare rispetto a questo tema? Ovviamente quello dell’accoglienza, come è sempre stato. «Noi non siamo quelli che chiudono le porte. La Sicilia ha aperto le porte a tutti», afferma Ornella. In passato l’isola è stata dominata da altri popoli, ma questo le ha permesso di crescere e prosperare. La contaminazione, regolamentata, è positiva. Lo stesso arancino siciliano esiste grazie all’antica influenza araba. Quello che stiamo vivendo oggi invece, è ben più preoccupante. Per Ornella la più grande sfida del nostro tempo è «tornare umani» e per farlo dobbiamo affidarci ai giovani, stimolandoli alla curiosità e alla conoscenza. Solo così possiamo continuare a «spargere il seme», e a cambiare davvero le cose, un giorno.

INTERVISTA A FRANCESCA ANDREOZZI – QUANDO VEDI UN’INGIUSTIZIA ALZATI E REAGISCI

Di Ella D’Onghia

Francesca Andreozzi è stata l’ospite della quinta conversazione in mostra alla GAMGalleria d’Arte Moderna – di Catania, per il progetto Cicatrici. Francesca aveva cinque anni quando suo nonno, il giornalista Giuseppe Fava, venne assassinato a Catania dalla mafia nel 1984, per le sue inchieste di denuncia. Con il suo lavoro e le sue opere ha lasciato un’eredità a tutti: la consapevolezza che il territorio intorno a noi è un «bene comune», e se vedi un’ingiustizia, devi alzarti e agire.

Giuseppe Fava si rivolgeva soprattutto ai giovani: «Tutto quello che vi accadrà nella vita, dipenderà da dove deciderete di stare. Dalla parte dalla mafia o contro la mafia. Decidere di intervenire o girarsi dall’altra parte». Nel 2002 la figlia di Giuseppe Fava, Elena Fava, decide di costituire una Fondazione per raccontare la storia di suo padre, la storia di un giornalista, la storia di un uomo coraggioso. I suoi spunti di riflessione esercitavano un senso critico nelle nuove generazioni. Oggi Francesca ha raccolto il testimone da sua madre e attraverso la Fondazione prosegue il dialogo con il tessuto più fertile, parla ai ragazzi nelle scuole: «Partite, girate il mondo e prendete le distanze dalla Sicilia per guardarla da un’altra prospettiva. E poi ritornate con una nuova creatività, con una nuova progettualità, per spezzare il cerchio e risvegliare le coscienze da questa anestesia sociale. La caratteristica della tranquillità diffusa tra la nostra gente, ci riporta al popolo sottomesso, al popolo che non si lamenta e la mafia nasce per questo, per sedare quegli animi che hanno voglia di fare».

Nella foto Francesca Andreozzi

«Oggi siamo pieni di notizie che non dicono la verità», ci racconta Francesca, «e ogni anno è molto difficile trovare quella forma di giornalismo che nonostante le difficoltà resta integra». Nient’altro che la verità, è il premio che la Fondazione Giuseppe Fava ha assegnato quest’anno al giornalista Giovanni Maria Bellu per la sua verità e per il dovere della memoria. Il premio Fava Giovani è stato assegnato ad Alessia Candito e due menzioni speciali a Stefania d’Ignoti e Massimiliano Persa.

«La mafia c’è ancora», sussurra Francesca, «la mafia si trasforma e assume forme moderne, si annida silenziosa nei luoghi di potere. Ero troppo piccola quando mio nonno fu ucciso. Non ho mai avuto e non ho paura. Non credo di fare qualcosa di pericoloso, cerco solo di dire la verità nel contesto e nei modi più appropriati»

INTERVISTA A UGO CONSOLI – INSEGNARE LA CIVILTÀ È NOSTRA RESPONSABILITÀ

Di Stefania Spadoni

Durante l’ultimo giorno di Cicatrici a Catania, conosciamo il Dr. Ugo Consoli, Primario dell’Ematologia dell’Ospedale Garibaldi di Catania. Il dottore inizia il suo intervento dichiarando l’emozione nell’approcciarsi a un incontro di questo tipo, senza potersi nascondere dietro slide con numeri e dati scientifici, ma completamente esposto al racconto delle sue cicatrici. Allo stesso tempo è grato per la possibilità di parlare di un altro aspetto del lavoro di medico, che spesso viene dimenticato, quello fatto di rapporti umani. Ci spiega che «è un privilegio pazzesco poter dare la tua impronta alla gestione del lavoro in un reparto del genere, dove le competenze tecniche si fondono con le relazioni umane con pazienti che hanno profonde cicatrici, legate a un percorso che ti cambia la vita per sempre». Ci parla di ispirazione, necessaria per cambiare le cose. La sua arriva da un errore tecnico, una dose sbagliata di chemioterapia che ha ucciso una donna a Palermo.

Nella foto il Dr. Ugo Consoli

«L’unico modo per non fare errori è non fare, ma un medico è costretto a fare. La verità è che lì ho capito che dovevo fare in modo che nel mio reparto tutto l’aspetto tecnico fosse sotto controllo. Organizzare una struttura come quella pubblica, che non sempre è preparata a gestire bene tutti gli aspetti del percorso di cura, è stata la mia sfida. Ho impostato il mio reparto seguendo un insegnamento di mia madre: comportati con gli altri, come vorresti che gli altri si comportassero con te”. Come diceva Camilleri: “La cultura siamo noi. C’è una cultura alta e poi c’è una cultura altra, che è quella che facciamo noi tutti i giorni. La nostra responsabilità è essere rispettosi nei confronti delle altre persone e insegnare la civiltà». Le cicatrici ci rendono diversi dagli altri, passare attraverso un tumore, attraverso un dolore profondo ci modifica e lascia una cicatrice che non è sempre visibile. Nel dolore, nella sofferenza ognuno di noi cambia e il privilegio del dottor Consoli, è di vedere questo cambiamento, osservare le persone dare il meglio di sé di fronte a una difficoltà assolutamente inimmaginabile. Io conosco la mia cicatrice di paziente e provo a chiedere a lui in che modo il mio dolore e il dolore di tutti i suoi pazienti impatta sulla sua vita personale. Mi risponde parlandomi della differenza fra commozione e compassione. Il medico deve avere compassione: «io capisco la tua sofferenza e voglio esserti d’aiuto, ma per farlo devo essere solido come uno scoglio al quale tu ti aggrappi». Si discute di accoglienza, di empatia, di fiducia, di certezze, di fallimento, di accettazione.

Si parla di bellezza. «Le cicatrici sono belle».

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