Cena surreale Giovani – Vecchi | Il Bullone

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Prima lo scontro e poi l’accordo

Di Fiamma Colette Invernizzi

Vieni qui, siediti vicino a me. C’è un posto libero. La tavola è imbandita e lo spettacolo sta per cominciare. Vedi? Da un lato ci sono Ventiquattro, Ventisette e Trentadue; dall’altro Quarantanove, Cinquantatré e Sessantasei. Non si conoscono, ma ben presto avranno modo di inoltrarsi in una conversazione interessante. Ora guarda. I giovani si stanno già versando il vino, mentre gli adulti si stringono le mani, presentandosi con i loro nomi fatti di età. Sessantasei ha la voce impostata e la stretta di mano decisa, Quarantanove ricambia con lo sguardo di chi crede di aver già trovato una risposta a tutto. Noi restiamo qui, in silenzio, e osserviamo.

Trentadue scherza di vecchia con Ventiquattro, che ricambia con delle battutine da eterno coetaneo. All’arrivo degli antipasti i giovani sono già fieri di aver raggiunto il fondo della bottiglia di rosso e per la prima volta la voce degli adulti supera il muro di pietanze e centrotavola per raggiungere l’altro emisfero. «Non dovreste bere così in fretta», afferma Cinquantatré con tono perentorio. «Sarà che non hanno niente da fare domani mattina», aggiunge cinico Sessantasei, «per cui possono far baldoria tutte le sere». Ecco, adesso stai a guardare. Lo vedi come i giovani si sono irrigiditi? Come hanno deglutito un boccone amaro, senza proferir parola? Ventiquattro ha sbuffato in silenzio, ma non ha avuto il coraggio di dire ad alta voce che, appena laureato, il lavoro lo sta cercando da mesi senza trovarlo.

A fianco a lui Ventisette ha avuto un sussulto pensando che non può difendersi dicendo che fa un dottorato di ricerca, perché spesso lo studio con merito, viene scambiato per un ripiego secondario a scapito di un mondo lavorativo troppo severo. Trentadue sorride in maniera onesta perché sono anni che fa il precario e ormai non si offende più a nessun commento sarcastico. Si è abituato. Il silenzio è sceso, come alla fine di un atto in una pièce teatrale, e i piatti svuotati vengono messi da parte. I giovani si guardano complici e stappano la seconda bottiglia, pronti a ritrovare le energie per sorridere e per annegare nella bellezza di un’esistenza che ha ancora tutto da regalare. Arrivano i primi e le posate tintinnano.

Gli adulti commentano le pietanze e i giovani ricominciano a scherzare di gusto, le bocche piene di felicità. «Hey, giovanotto», esclama deciso Quarantanove, «passami il sale, dai». Ma Ventiquattro non sente, ha le lacrime agli occhi per una barzelletta magistralmente raccontata da Ventisette, proprio sul mondo del lavoro. «Ma dai», continua Cinquantatré, con l’aria di chi ha partecipato alla stessa scena per un migliaio di volte, «lo sai che non sono capaci di ascoltare». Ecco, adesso stai a guardare. Lo vedi come si sono rattristati? Come hanno deglutito un boccone di pietra, senza proferire rumore? Tutti e tre si sentono dire la stessa frase da quando sono adolescenti e i loro sguardi attoniti si chiedono come queste parole possano ancora farli sentire così a disagio. Ventisette ha un nodo alla gola per lo stupore nervoso, Ventiquattro stringe il tovagliolo tanto forte da avere la mano che trema, mentre Trentadue guarda gli adulti con occhi di ghiaccio, stanco di quell’eterno ritorno dell’uguale.

Le bottiglie si svuotano insieme ai piatti e gli animi si scaldano. «Potreste dare una mano a portarli via», borbotta sommessamente Sessantasei, cui fa seguito la voce di Cinquantatré che afferma con malignità che «Lo dovresti sapere che questi giovani di oggi non hanno voglia di lavorare o di far fatica». Ecco, adesso stai a guardare. Ventisette si è alzato, l’aria di sfida, seguito da un urlo sfrontato di Ventiquattro, ritorto nella sua ira bollente di giovane. La voce decisa che si fa spazio è quella di Trentadue, che si prende carico della sua generazione. «Smettetela», dice. «Smettetela con questo voi-voi-voi. Smettetela con questo non saper ascoltare, non voler lavorare, non prendersi responsabilità. Guardatevi, invece. Così arroccati nei vostri giudizi, nei vostri pensieri a senso unico, in cui c’è spazio esclusivamente per il vostro sapere. Così arroganti da pensare di aver fatto voi tutta la fatica e che per noi sia tutto più semplice. Noi siamo il frutto dei vostri insegnamenti mancati, del mondo che avete rubato, dell’avvenire comune a cui non avete pensato.

Noi che cresciamo senza maestri siamo il vostro futuro e la vostra unica – e ultima – speranza. Noi che per anni ci accontentiamo di uno stage a tempo determinato, noi che scambiamo contratti per miraggi lontani, noi che ci armiamo di buona volontà e umiltà per un vivere onestamente, vi chiediamo solo una cosa: guardiamoci. Siamo coinquilini di uno stesso mondo che per sopravvivere deve imparare a rispettare, accudire e rinunciare. Insieme. Senza lamentarci per il passato – che ormai abbiamo lasciato alle spalle – e nemmeno sproloquiare sul futuro, che può sempre essere mutato. Siamo qui, tutti, con l’unica sfida di prenderci cura del presente, come unico regalo in un mare di altre futili distrazioni. Smettiamola con le accuse, con i capricci o i pregiudizi. Guardiamoci per chi siamo, accettando qualità, differenze e vulnerabilità, imparando a parlare». Ecco, adesso stai a guardare. Qualcuno si alza, qualcuno sposta la sedia. Perché forse è così. Alla fine è solo questione di cambiare il punto di vista o posto a tavola. 

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