Arsène Duevi. Fare pace con l’Africa attraverso la musica | Il Bullone

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Foto in evidenza: http://www.arseneduevi.it

Di Edoardo Grandi

Nelle magnifiche stanze barocche di Palazzo Litta a Milano, dove sono raccolte in una mostra le opere di artisti, designer e fotografi contemporanei dell’Africa subsahariana, tra i visitatori in silenzio risuona improvvisa una voce. È un suono ipnotico, ritmico e melodico insieme, sorretto soltanto da semplici percussioni. L’uomo che canta passa da un salone all’altro, facendosi seguire dal pubblico come un pifferaio magico. La lingua con cui ammalia tutti si chiama Ewè, viene dal Togo, e il suo nome è Arsène Duevi.

Questo è stato il mio primo incontro con una persona straordinaria, che non arrendendosi alle difficoltà della vita nel suo Paese d’origine, ha saputo reinventarsi un’esistenza in Italia, dove vive dal 2002, e dove ha ottenuto la cittadinanza italiana. 

Afferma un detto africano: «Finché i leoni non inventeranno le loro storie, i cacciatori saranno sempre gli eroi dei racconti di caccia». Ecco, Arsène Duevi è il leone che ha imparato a raccontare le storie della sua gente: cantante, musicista polistrumentista, griot(come verrebbe comunemente chiamato in molti Paesi dell’Africa occidentale), compositore, ma anche etnografo, sociologo, e persino un po’ sciamano.

Fin da ragazzo si è appassionato alla musica tradizionale del Togo e dei Paesi vicini come Benin e Ghana, ricercandone le radici più profonde. L’ha fatto con passione e dedizione, a partire dai racconti del nonno, imparando a suonare vari strumenti, studiando musica e solfeggio, documentando e registrando le voci e le storie dell’autentica Africa nera. Questo percorso l’ha portato a diventare direttore del coro della cattedrale di Lomé, la capitale del Togo.

In seguito, date le turbolenze politiche e sociali del suo Paese (il Togo è tuttora dominato da una dittatura «dinastica» passata di padre in figlio, la più longeva dell’Africa) è approdato in Italia. Questo drastico passaggio non gli ha fatto dimenticare il suo progetto iniziale, quello di diffondere il più possibile la sua musica. Per poterlo svolgere al meglio e comunicare adeguatamente, ha imparato in brevissimo tempo l’italiano, che oggi padroneggia perfettamente.

Ben presto incontra Saul Beretta, dell’associazione musicale Musicamorfosi, che lo porta a debuttare come compositore al Conservatorio di Milano nel 2003. Intanto si dedica alla direzione di cori in tutto l’hinterland milanese: oggi i suoi Supercori raggruppano stabilmente 130 persone, cui si aggiungono molti altri coristi in occasioni particolari.

Dopo molte esibizioni pubbliche in festival, teatri, radio, nel 2010 esce il suo primo album, La mia Africa. Da allora proseguono incessanti i suoi concerti e le collaborazioni con importanti musicisti italiani come Giovanni Falzone, Roberto Zanisi, la cantante Nicoletta Tiberini o il chitarrista jazz Valerio Scrignoli, a testimonianza delle fertili contaminazioni di cui è ricca la sua produzione.

L’album Haya – Inno alla vitaè del 2016.  Hayasignifica «gioisci», e la vitalità che contraddistingue tutti brani del disco (cantati in ewè, italiano e francese) è una caratteristica tipica di Arsène, che ci manda questo messaggio: scegli la vita, non farti usare dai soldi, non darti per vinto, lasciati abbracciare, alzati, canta e fai sentire la tua voce in un mare di voci.

Se i lavori in studio di Arsène Duevi lasciano stupefatti, ancora di più lo si deve dire per i suoi concerti dal vivo, che siano in solo, duo, trio o «supergruppo». Spesso usa basi registrate della sua voce in loop, in cui letteralmente dialoga con «altri Arsène», entrando in una sorta di trance, e utlizzando improvvisazioni vocali, da lui considerate fondamentali. Uno spettacolo sonoro e visivo indimenticabile, travolgente, grazie alla sua presenza carismatica e magnetica.

L’anno scorso con i suoi coristi, in maggioranza italiani, ha partecipato al progetto «Racines noires – Retour aux origines! (Radici nere – Ritorno alle origini), di cui è stato il principale fautore. Come dice il nome, è un ritorno sia geografico (hanno cantato in Ghana, Benin, ma anche in Togo), sia musicale e spirituale. L’Africa è infatti la culla di tutta l’umanità, è qui che tutto ha avuto inizio, lì stanno le radici comuni.Ha detto Arsène in una recente intervista:«Ho deciso di portare i coristi in Africa, la terra dei loro antenati e un luogo dove, malgrado tutto, si può ancora trovare serenità. Li ho portati qui per fare pace con l’Africa». È stata un’importante dimostrazione di come la musica possa fungere da ponte, superando barriere geografiche, linguistiche e culturali.

Tra i tanti eventi internazionali in cui si è esibito, ricordiamo il prestigioso WOMAD Festival (ideato nel 1980 da Peter Gabriel) che si è svolto quest’anno a Santiago del Cile.

Il musicista si congeda con queste parole, pronunciate in occasione di un suo concerto: «In Africa, lungo la Route internationale n° 2, che attraversa Costa d’Avorio, Ghana, Togo e Benin, fino alla Nigeria, esistono paesini dai nomi particolari: Agbedrafo, ovvero “La vita è veramente difficile”, poi Agbetiko, “La vita è noiosa e pesantissima”, quindi Kunyòwu, “È meglio la morte” ma, infine, Elavanyo, “C’è speranza”».

Sì: finché esistono persone come Arsène Duevi, c’è speranza.

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