ALTEC, la NASA italiana | Il Bullone

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Di Giulia Russo

«Grande come un campo da calcio. Abitata in permanenza da sei astronauti. Ogni 90 minuti passa in orbita sulle nostre teste a 400 km di altezza e a 28000 km/h, completando quasi 16 orbite al giorno». È così che Fabio Massimo Grimaldi, presidente dell’ALTEC (Aerospace Logistics Technology Engineering Company) inizia la sua descrizione della Stazione Spaziale Internazionale.

Ci troviamo a Torino nel centro di eccellenza nazionale, riconosciuto come la «Houston Italiana», che da quindici anni si occupa della fornitura di servizi a supporto delle attività di esplorazione spaziale internazionale e delle missioni italiane mirate allo studio dell’universo. Puro orgoglio italiano, o meglio, torinese, se si considera il significativo apporto che ALTEC fornisce all’interno del progetto che vede partecipi cinque agenzie spaziali e quindici diverse nazioni. Quasi come se nel tempo non si fosse mai spezzata la liaison tra la città piemontese e le sorti dell’aeronautica. Ci viene ricordato, infatti, di quando nel 1926 venne inaugurato il primo volo di linea italiano con il decollo di un idrovolante sul Po. Così come, vent’anni più tardi, Alitalia-Aereolinee Italiane Internazionali effettuò il primo volo nazionale Torino – Roma – Catania. 

I B.Livers con gli ingeneri di ALTEC

Ad oggi, grazie al supporto di Thales Alenia Space e di ASI (Agenzia Spaziale Italiana), ALTEC è talmente attiva nella costruzione stessa della SSI, che viene riconosciuta a tutti gli effetti come la «porta per lo spazio». Si tratta di una società composta da un’ottantina di persone, una grande famiglia di ingegneri, in cui però, si distingue la figura di Liliana Ravagnolo, approdata in questa realtà con una laurea in psicologia. Una storia che lei stessa definisce bizzarra poiché dopo dieci anni di lavoro come selezionatore per l’assunzione del personale nell’azienda Aeritalia Gruppo Sistemi Spaziali, è diventata istruttore per astronauti, uno dei venticinque attualmente formati in tutta Europa. Liliana ha partecipato alla prima selezione di istruttori italiani organizzata nel 1999 nella sede della NASA, dimostrando quanto la sua formazione rappresentasse in realtà una variante preziosa nel gruppo costituito principalmente da astrofisici e ingegneri. Avendo un punto di vista professionalmente diverso, infatti, era in grado di far emergere delle problematiche a cui nessuno aveva pensato prima del suo arrivo.

Come si diventa quindi astronauti? Astronauti o cosmonauti? Qual è la differenza? Abbiamo imparato che si tratta di un retaggio storico per cui, pur trattandosi della stessa professione, i due termini si usano per differenziare il tipo di formazione: il cosmonauta è una persona addestrata e certificata dall’Agenzia Spaziale Russa, mentre l’astronauta è attestato da JAXA, ESA, NASA o CSA. Alcuni dei prerequisiti per accedere alla selezione sono: una laurea di tipo scientifico, un’ottima conoscenza della lingua inglese e russa, una perfetta salute fisica (attenzione, basta un dente del giudizio non sceso per essere scartati), un’età compresa tra i 27 e i 35 anni, una licenza di pilotaggio e un brevetto subacqueo. Tra le ventimila domande ricevute per l’ultima missione ESA, sono stati scelti sette finalisti tra cui i nostri connazionali Samantha Cristoforetti e Luca Parmitano. È a questo punto che inizia la vera fase di training (che tra basicadvancedha una durata minima di cinque anni): corsi di aggiornamento per omogeneizzare le varie competenze, corsi di sopravvivenza, voli parabolici nella cosiddetta vomit comet, addestramenti in piscina e programmi «analoghi» in cui viene simulata l’esplorazione di un altro pianeta. Passato l’esame finale, inizia quindi la preparazione per la missione assegnata. «Tutto quello che si fa in orbita, serve sulla Terra», loro leitmotiv che non solo ci fa comprendere l’importante progresso della ricerca scientifica nello spazio, ma anche le corrispettive ricadute tecnologiche nel quotidiano in oggetti ormai comunemente diffusi: il velcro, il teflon, le coperte termiche, i pannoloni, i microchip e i materiali memory foam, solo per citarne alcuni. La nostra visita continua nelle diverse sale di ALTEC tra moduli della SSI ricostruiti in scala 1:1 e le sale di controllo in collegamento continuo con NASA ed ESA, dove conosciamo l’ing. Rosa Sapone, per anni a capo di progetti finalizzati alla manutenzione spaziale. 

Se il presente di ALTEC è ancora profondamente legato al supporto della SSI, il futuro si orienta sull’esplorazione robotica e umana del sistema solare, a partire dal pianeta rosso, come ci spiega Lorenzo Bramante nella sala in cui una coltre di pozzolana simula il terreno marziano. Lasciamo così ALTEC con occhi ancora più curiosi e affascinati da questa materia che rimane oscura ma di una bellezza senza pari. Non la vedete? Cercate allora su internet il video girato da Paolo Nespoli durante la missione del 2017 intitolato «The sound (& visions) of silence». Sedici albe e sedici tramonti in una giornata lavorativa, chi non vorrebbe sedersi in quella cupola solo per ammirare tale spettacolo? Iniziate a guardare il video e provate a non rimanere senza fiato, sarà impossibile. 

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