Non si guarisce senza fondi: la politica si dimentica di chi soffre di DCA

manifestazione 19 novembre
"Io sono convinta che far parte del cambiamento aiuti le persone anche nella loro salute mentale: come il sentirsi parte di qualcosa, ma anche performanti rispetto ai propri diritti. La piazza è terapeutica". Una foto della manifestazione del 19 gennaio presso il ministero della salute.

di Cristina Procida, B. Liver

Animenta è un’associazione no-profit che si pone l’obiettivo di sensibilizzare e informare sui Disturbi del Comportamento Alimentare. Attiva sul territorio italiano dal 2021, il suo lavoro coinvolge circa duecento volontari da tutta Italia tra professionisti, genitori e ragazzi che decidono di supportarne le attività attraverso le loro storie e competenze, provando a divulgare speranza e condivisione.
La collaborazione tra Animenta e Il Bullone nasce dall’obiettivo condiviso di raccontare la vita dopo la malattia, ma anche dal
tentativo di provare a interpretare o reinterpretare il mondo con cui si interfacciano i ragazzi di oggi, soprattutto in caso di vissuti importanti, partendo, in primis, dalle loro parole. Rubrica scritta e curata da Cristina Procida.

Il Governo non ha rifinanziato un fondo da 25 milioni destinato alla cura dei disturbi alimentari

Il Governo non ha rifinanziato un fondo da 25 milioni destinato ai disturbi del comportamento alimentare. La frase tagliente è voluta: nel 2021, ad ottobre precisamente, la manifestazione aveva dato speranza e promesse che nel tempo sono state disattese. Tra le tante, un fondo da 25 milioni istituito con la legge di Bilancio del 2022 approvata a fine 2021 dal governo precedente, che avrebbe dovuto essere rifinanziato.

Il finanziamento serviva ad aiutare le Regioni nella lotta contro i disturbi del comportamento alimentare, aiutando gli ambulatori territoriali già carichi di richieste e riaggiornando i livelli essenziali di assistenza (LEA). Aiuto che doveva così fornire un fondo autonomo per la cura di queste malattie.

Senza fondi il sistema collassa, e no, non bastano 10 milioni a cambiare le cose

Senza, gli ambulatori territoriali rischiano la chiusura, il SSN di collassare sotto il peso delle richieste, e le persone di non riuscire a curarsi più. Delle liste di attesa infinite ne avevamo già parlato mesi fa, ma con il taglio, su cui il ministro Schillaci ha deciso di mettere una toppa con un fondo da 10 milioni, potrebbero aumentare: e sappiamo bene, noi che di DCA ci occupiamo, che il tempo non gioca mai a favore della cura. Dieci milioni che appaiono un po’ come il lecca-lecca al bambino che protesta per il dentista, con la differenza che i soldi servono a salvare vite e non a cancellare un po’ di pianti capricciosi.

Cosa ne pensano gli attivisti: le parole di Aurora Caporossi, founder e presidente di Animenta

Sorpresa dalla notizia, ho voluto chiedere ad alcuni attivisti che cosa provassero e che cosa volessero esprimere in merito a quella che appare come una sentenza. «C’è molta preoccupazione, non solo per il fatto che il fondo non è stato rifinanziato, ma anche perché manca una progettualità per quanto riguarda la cura di queste malattie», mi dice Aurora Caporossi, presidente e fondatrice di Animenta, «il fondo aveva l’obiettivo di traghettare le decisioni politiche nella direzione in cui i DCA avessero un budget autonomo nei LEA. Ciò che noi chiediamo non sono più soluzioni temporanee, ma investimenti e progettualità sicuri per il trattamento. Perché, se è vero che dai disturbi alimentari si guarisce, si guarisce se diamo alle persone la possibilità di curarsi e questo non è sempre possibile».

se è vero che dai Disturbi Alimentari si guarisce, si guarisce se diamo alle persone la possibilità di curarsi e questo non è sempre possibile

– Aurora Caporossi

Maruska Albertazzi: abbiamo bisogno di fare

«Scoramento» è invece la parola con cui inizia Maruska Albertazzi, ormai pietra miliare del Movimento Lilla: «Mi sono cadute le braccia quando ho saputo la cosa. Eravamo già scesi in piazza a dire che quanto fatto non bastava, che le liste si allungavano e le persone continuavano a morire. Scoprire che non sarebbe stato nemmeno rinnovato il fondo, all’inizio mi ha veramente dato un senso di impotenza, sostituito subito dopo dal bisogno di FARE. Desiderio di fare di tutto per far sì che ciò non avvenga. Il problema è coinvolgere le persone, far loro credere che davvero possono cambiare le cose», dice, riferendosi alla piazza vuota della manifestazione del 9 novembre, «Io sono convinta che far parte del cambiamento aiuti le persone anche nella loro salute mentale: come il sentirsi parte di qualcosa, ma anche performanti rispetto ai propri diritti. La piazza è terapeutica».

L’interrogativo di Stefano Tavilla: sarebbe la stessa cosa se il problema riguardasse principalmente gli uomini?

Tra i tanti, ho voluto sentire anche le parole di Stefano Tavilla, figura cardine della lotta ai DCA, che ancora una volta si ritrova a dover scendere in piazza: «La trascuratezza, la sottovalutazione dei disturbi dell’alimentazione e della nutrizione e i costi sociali, derivanti dalla mancata o inadeguata cura di tali disturbi, sono evidenti».

E ancora, «Alla luce di quanto detto, la legge di bilancio 2021, che prevede l’inclusione della specifica area dei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione nei livelli essenziali di assistenza, deve essere applicata. Ignorare questa legge significa tradire le aspettative di 3 milioni e mezzo di malati. Ignorare questa legge significa togliere il diritto ad avere cure tempestive, appropriate, distribuite su tutto il territorio nazionale. Ignorare questa legge significa venir meno alle aspettative legittime di diritto alla vita. Oggi, dopo il mancato rinnovo del Fondo da parte del governo, Fondo biennale istituito nel 2022 che aveva appunto lo scopo di traghettare all’applicazione della legge di cui ho parlato, la politica sta cercando strade per porre rimedio. Ecco, è proprio questo che non si vuole, un rimedio».

Ma Stefano Tavilla ci lascia con un interrogativo, un interrogativo importante e al quale forse non abbiamo dato troppo peso, ma che credo meriti di chiudere questo articolo con una domanda che voglio riproporre anche a voi lettori: «Siamo sicuri che una legge dello Stato, riguardo a una patologia che al 90% colpisce le donne, non sarebbe già stata applicata se al contrario avesse colpito al 90% gli uomini?».

Io sono convinta che far parte del cambiamento aiuti le persone anche nella loro salute mentale: come il sentirsi parte di qualcosa, ma anche performanti rispetto ai propri diritti. La piazza è terapeutica

– Maruska Albertazzi