In cucina con la chef Irene Volpe: “Ora cucino emozioni, prima soffrivo di DCA”

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In foto Irene Volpe insieme alle volontarie e ai volontari di Animenta, in occasione di un Laboratorio di Cucina.

di Cristina Procida, B. Liver

Animenta è un’associazione no-profit che si pone l’obiettivo di sensibilizzare e informare sui Disturbi del Comportamento Alimentare. Attiva sul territorio italiano dal 2021, il suo lavoro coinvolge circa duecento volontari da tutta Italia tra professionisti, genitori e ragazzi che decidono di supportarne le attività attraverso le loro storie e competenze, provando a divulgare speranza e condivisione.
La collaborazione tra Animenta e Il Bullone nasce dall’obiettivo condiviso di raccontare la vita dopo la malattia, ma anche dal
tentativo di provare a interpretare o reinterpretare il mondo con cui si interfacciano i ragazzi di oggi, soprattutto in caso di vissuti importanti, partendo, in primis, dalle loro parole. Rubrica scritta e curata da Cristina Procida.

Il 19 dicembre si è tenuto il Laboratorio di cucina con Irene Volpe

Il 19 dicembre ho preso parte, insieme ad altri volontari, al Laboratorio di cucina di Animenta e Fondazione Cotarella, che si svolge ormai da diverso tempo in varie città italiane. L’appuntamento è sempre speciale, ogni volta si scopre qualcosa e ci si cimenta in ricette nuove, in questo caso biscotti natalizi dal sapore unico.

In cucina con noi c’era Irene Volpe, finalista a Masterchef Italia 2021, autrice del libro Cucinare le emozioni, ma soprattutto volto importante e presente quando si cerca di sensibilizzare sull’argomento disturbi alimentari, di cui lei stessa ha sofferto. Per ultimo, non è cosa da poco, ha una simpatia e un sorriso coinvolgenti.

Irene, ci siamo incontrate nell’ultimo Laboratorio di cucina a Roma, dove abbiamo fatto dei deliziosi biscotti natalizi. Cosa significano per te i biscotti?

«I biscotti sono un alimento che ho sempre mangiato in casa mia. Soprattutto a Natale, perché mia nonna era solita prepararli per tutta la famiglia, era proprio una tradizione: ne sfornava dozzine e dozzine. A me è rimasta molto questa cosa anche quando sono cresciuta: mia nonna è venuta a mancare, ma mia mamma ha voluto mantenere la tradizione. Da qualche anno io e mia madre l’abbiamo continuata insieme. È proprio un simbolo di amore e di affetto per la nostra famiglia».

Una sera notai il mio riflesso allo specchio…

Quando ti sei accorta di esserti ammalata di un disturbo alimentare?

«Ho iniziato a soffrire di DCA nel 2019, era un anno particolare perché stavo partendo per l’Erasmus. Nei tre mesi che sono stata in Germania ho sviluppato la sintomatologia più importante. Che poi, in realtà ripensandoci, i sintomi c’erano già dall’anno prima, ma non me ne sono resa conto e la situazione fisica non era “tragica”. Però poi lo è diventata: ho perso molto peso in un mese e mezzo. E in quel periodo un po’ lo capivo che non stavo bene, ma non capivo quanto fosse grave la situazione.

Una sera vidi il mio riflesso in una finestra e notai che le mie gambe si distanziavano parecchio, cosa che non mi era mai successa: una delle cose che non mi era mai piaciuta del mio corpo era che le mie gambe “si toccassero tanto”. Da lì ho realizzato di dovermi fare aiutare, ma per chiedere effettivamente aiuto c’è stato bisogno di qualcuno che mi desse una mano».

C’è stato qualcun altro che se n’è accorto?

«Io non parlavo molto di questa cosa, ma ero solita parlare con mia zia, che era un’infermiera. Aveva già capito che la situazione era molto grave e ne ha parlato poi con i miei genitori. Solitamente non venivano mai a trovarmi, ma dopo un viaggio in Nord Europa con mio fratello, il quale aveva notato un forte dimagrimento, la mia famiglia si è mobilitata per aiutarmi. Mia zia chiese a mia madre di venire a trovarmi per starmi vicino, visto che lei non poteva partire. Lei mi aiutò subito a prendere coscienza della cosa e ad intervenire nell’immediato».

Hai avuto l’opportunità di curarti o hai avuto delle difficoltà?

«No, io per fortuna sono tra i privilegiati che potevano permettersi di iniziare un percorso privato e quindi sono andata subito da una psicologa, contestualmente da una specialista in Scienze della Nutrizione e tutte le varie visite mediche del caso. Ho provato a fare una chiamata a un centro pubblico, ma era ottobre e mi diedero appuntamento ad aprile. Probabilmente, aspettando, non ci sarei arrivata a quell’aprile».

Questo è esattamente il grosso problema che abbiamo. Ricordo l’intervista ad Armando Cotugno (clicca qui!) che parlava di liste di attesa fino alla fine del 2024…

«Io ebbi anche la fortuna di fare un colloquio con una struttura pubblica a gennaio dell’anno dopo, però il ricovero proposto era molto lungo, e nonostante i miei valori fossero terribili non potevo permettermi di perdere l’università e tutto il resto. Alla fine valutammo che fosse sufficiente il percorso con la psicologa, quindi rifiutai e lasciai il posto a qualcun altro. A me alla fine non è servito».

Tu credi che l’esperienza a Masterchef ti abbia aiutato in qualche modo nel percorso?

«Sicuramente mi ha aiutato a capire che nella vita bisogna lasciarsi andare un po’ di più alle emozioni».

I disturbi alimentari sono malattie che tanto hanno a che fare con il controllo, il «lasciarsi andare» è estremamente difficoltoso per chi ne soffre. Oggi come stai?

«Molto meglio. Negli ultimi mesi è andata sempre meglio, da un punto di vista alimentare stiamo progredendo sempre un po’ di più. Poi negli anni tra Covid e tante altre cose è stato difficile. Adesso sto meglio».

Con il Covid hai visto un peggioramento?

«Beh, fu più uno stallo. Mi ero ammalata da pochissimo, avevo iniziato il mio percorso da poco ed è stato complicato. Come per tutti quelli che avevano problemi psicologici, d’altronde. Io ricordo che facevo la pizza. Non riuscivo a mangiarla, però il giorno che la cucinavo la mangiavamo tutti: ad esempio il sabato a pranzo. Era sempre uguale, però: stessa teglia, stesse dosi, fatta sempre allo stesso modo e con precisione. La mia famiglia mi seguiva molto da questo punto di vista».

Cosa ne pensi del taglio di 25 milioni per il fondo DCA del governo?

«Incommentabile, si taglia sempre dove non si dovrebbe. Mi dissocio completamente».

Quali parole useresti oggi per descriverti?

«Non lo so. Forse ce ne sarebbero molte, ma me le dicono gli altri: di solito gli altri ci azzeccano di più. Sicuramente ho capito di essere una persona molto tenace e testarda, ma anche troppo insicura delle mie capacità; allo stesso tempo anche speranzosa e propositiva verso molte cose della vita. Tre anni fa ti avrei detto che “tenacia e sorriso” sono due parole che mi descrivono, ma nel tempo se ne sono sicuramente aggiunte altre».

Progetti futuri?

«Tendo a non fare troppi progetti, a vivere sul momento. Però vado di mesi in mesi, per il momento ho in programma un obiettivo che mi ero data anche a livello terapeutico, cioè volevo stare bene per poter realizzare uno stage di un mese all’estero. Per me è molto importante farlo. Sono molto contenta di questa novità nel mio percorso, lo sognavo da un bel po’. Continuerò a fare quello che mi piace, ma chissà dove mi porterà il tempo…».

“I biscotti sono un alimento che ho sempre mangiato in casa mia. Soprattutto a Natale, perché mia nonna era solita prepararli per tutta la famiglia, era proprio una tradizione: ne sfornava dozzine e dozzine. A me è rimasta molto questa cosa anche quando sono cresciuta: mia nonna è venuta a mancare, ma mia mamma ha voluto mantenere la tradizione”

– Irene Volpe