Pensieri sconnessi: quando ti insegnano il senso del possesso

"Falchi e colombe sullo scacchiere internazionale". Illustrazione di Doriano Solinas.

Di Bill Niada

Da bambini ci insegnano (ahimè) il senso del possesso. Questo è mio, questo è suo… non prendere i giochi di Paolo… mi compri questo, voglio quello… Si fanno i capricci, si puntano i piedi. Si cresce col concetto della proprietà. Forse comprensibile, ma si dovrebbe essere «informati» che ci sono dei beni e degli interessi comuni più importanti delle bambole, delle Play Station o del telefonino.

Beni di tutti, di cui dobbiamo imparare a prenderci cura come fossero nostri. Anzi forse di più, perché sono limitati e cruciali per la nostra esistenza: l’acqua, l’aria, la città nel suo decoro e funzionamento, la salute pubblica, la collettività, le buone relazioni, la bellezza. Spesso sono tutte collegate e ci permettono di vivere bene, o addirittura di sopravvivere.

Altrettanto spesso, però, per il concetto di proprietà, queste cose non le consideriamo «nostre», o meglio non le trattiamo come nostre. Sono meno urgenti.

Ci occupiamo sempre di qualche cosa di più piccolo, specifico e privato che ci appartiene personalmente. O che vogliamo ci appartenga.

Sono i nostri interessi privati o i nostri desideri personali che sono in antagonismo con quelli degli altri o di un bene comune (quelli descritti sopra). Noi tutta la vita corriamo ossessivamente dietro ai nostri obiettivi, affannandoci e combattendo per ottenerli e poi, alla fine della vita, spesso ci rendiamo conto di quanto fossero effimeri. Ci accorgiamo che argomenti o beni importanti erano altri, che avevamo gratuitamente e che abbiamo distrutto o snobbato.

Se avessimo i giorni contati, gli obiettivi diventerebbero probabilmente comuni a tutti: fare un viaggio, farlo in un bel posto (che per essere bello deve essere preservato), in compagnia di affetti cari, avere e lasciare buone relazioni, lasciare un buon ricordo di noi

Nessuno, nelle tante interviste che abbiamo fatto, ci ha detto: «avere tanti soldi», «avere una bella casa», «un’auto potente», o «aver avuto sempre ragione». 

Quindi, per tutta la vita coltiviamo passioni e desideri di possesso che alla fine non ci interessano. Ma per questi litighiamo, aggrediamo, confliggiamo. Ciechi e incongruenti.

Quanto tempo dedichiamo a ottenere cose che alla fine reputiamo inutili? Dovremmo sempre chiedercelo e insegnare ai ragazzi a chiederselo sempre mentre fanno delle scelte. Quando intraprendono delle azioni o delle iniziative: cosa mi porterà, cosa mi darà effettivamente? Vale la pena?

Domande difficili alla luce dell’educazione comune e alle aspettative della società odierna che ci educa a una cultura del possedere e non a una cultura delle relazioni o dei sentimenti. Sono domande importanti che dovremmo almeno mettere sul piatto e far circolare per alimentare un pensiero critico e consapevole fin da giovani.

Cercare di far osservare, bene e da vicino, cosa ci porta l’armonia dei buoni rapporti e della condivisione e invece dove conduce il possesso di beni privati. La lotta ad avere, avere di più, avere cose di altri o che ci spettano di «diritto»…

Bisognerebbe cambiare gli occhiali e metterci quelli con le lenti che vedono lontano.

Il percorso della vita è lungo e deve essere vissuto al meglio per poter arrivare alla fine orgogliosi di noi stessi, immersi in un ambiente naturale e sociale «ricco» e preservato da lasciare a chi viene dopo di noi, che spesso sono i nostri figli.

Bill, uno che non è sui social, non ha la televisione, ma che si sente ancora in mezzo agli uomini e al mondo.

“Quindi, per tutta la vita coltiviamo passioni e desideri di possesso che alla fine non ci interessano. Ma per questi litighiamo, aggrediamo, confliggiamo. Ciechi e incongruenti.”

– Bill Niada