“Non si può rimanere indifferenti”: intervista a Barbara Stefanelli, che racconte le donne ribelli iraniane

"Loro ci mettono un’attitudine coraggiosa che forse noi abbiamo perduto. Ciò che a noi manca maggiormente è il valore della collettività, l’unione, e forse anche l’empatia."

di Lisa Roffeni, B.Liver

«Ho scritto questo libro perché mi passano davanti, da decenni, storie drammatiche, terribili, che poi dimentico, o dimentichiamo, al plurale, come pubblico. Queste ragazze e questi ragazzi iraniani mi hanno colpita particolarmente per la loro disponibilità, l’attitudine alla lotta, la generosità, che mettono a rischio la loro vita. Non è affatto semplice mettere in gioco la propria vita. Ho pensato che dovessero essere ricordati. Dovevano avere uno spazio tutto loro». Barbara Stefanelli, vice-direttrice vicaria del Corriere della Sera, ha aperto la riunione di redazione del Bullone spiegando così perché ha scritto un libro intitolato: Love harder: Le ragazze iraniane camminano davanti a noi (Solferino Libri). Un racconto straordinario e doloroso, in cui ha raccolto le storie di quelle donne ribelli arrivate fino a noi dall'Iran dopo la morte violenta di Masha Amini.

Le pagine illuminanti di Barbara Stefanelli sulle donne ribelli iraniane

«Donna, vita, libertà», scrive l’autrice, «era il grido di quei giorni, a testimoniare che si è trattato di un moto rivoluzionario portato avanti con e sui corpi delle donne, con i veli bruciati, i capelli al vento, le pillole del giorno dopo che i genitori delle ragazze arrestate portano loro durante le visite al posto del pane».

Le pagine di Stefanelli sono illuminanti, perché le ragazze iraniane hanno fatto una scelta esistenziale: «sono uscite, senza attendere un’autorizzazione o una benedizione, per mettere i corpi di traverso al passato, ormai sintonizzate sulle proprie esistenze future, da rifondare nella libertà».

Barbara Stefanelli, vicedirettrice vicaria del Corriere della Sera, ha scritto un libro dedicato alle donne iraniane: “Love harder: Le ragazze iraniane camminano davanti a noi.” Era il 16 settembre del 2022 quando Mahsa Amini, giovane iraniana di origine curda, moriva in ospedale a causa di un’emorragia cerebrale, a pochi giorni dal suo ventitreesimo compleanno. Tre giorni prima, il 13 settembre, la ragazza era stata arrestata a Teheran per aver indossato male l’hijab (troppo lento rispetto al dovuto) e alcuni testimoni hanno dichiarato che per questo sarebbe stata picchiata dalla polizia morale e avrebbe battuto la testa in seguito alle percosse subite.
Di lì ad appena tre giorni, la conseguente emorragia cerebrale l’avrebbe condotta alla morte. Da quel momento Mahsa Amini è diventata il simbolo delle lotte a favore dei diritti delle donne in Iran. Illustrazione di Chiara Bosna.

Quando è cominciata la ricerca?

«Tutto è cominciato nell‘autunno del 2022, quando, soprattutto attraverso i canali social, ho cominciato a vedere le storie di queste ragazze. Quello che succedeva nelle strade di Teheran e di altre città iraniane arrivava attraverso video e post straordinari dagli account di ragazze e ragazzi iraniani. Mi sembrava che da quel flusso uscisse immediatamente una grandissima vicinanza. Così ho cominciato a raccogliere informazioni, a segnarmi i nomi e le storie, pensando che, quando altre notizie avrebbero preso il sopravvento, avremmo rischiato di dimenticarle».

Scorrendo il testo di Barbara Stefanelli emergono destini sconvolgenti: «Nike, studentessa, 16 anni, è caduta da un palazzo, dice il regime. Aida, 36, medico: un’amante abbandonato l’ha spinta giù dal cavalcavia, dice il regime. Reyaneh era ancora teenager al suo ingresso in prigione, lei in effetti è stata condannata a morte e uccisa dopo sette inverni, perché giudicata colpevole di aver ammazzato un uomo: questa volta il regime non mente, ma nasconde il fatto che quell’uomo stava cercando di stuprarla».

Le ribelli iraniane, ma anche i ragazzi e i loro genitori, dove hanno trovato tanta forza per reagire, per denunciare?

«Attraverso i social network sono venuti a conoscenza di come fossero i Paesi più liberi; confrontando le diverse situazioni, hanno deciso che l’unica forma bella di vita che restava loro era la ribellione e ci si sono buttati. È vero, il mondo digitale non è la realtà, ma qualcosa di vero c’è sempre, e ognuno ha le proprie difficoltà, ma questo non significa rinunciare a trovare una soluzione per stare meglio».

Le ragazze iraniane hanno un’attitudine coraggiosa che noi abbiamo perduto

Perché nel sottotitolo sono state inserite quella parole: «le ragazze iraniane camminano davanti a noi»? Che cosa manca a noi per raggiungerle?

«Loro ci mettono un’attitudine coraggiosa che forse noi abbiamo perduto. Ciò che a noi manca maggiormente è il valore della collettività, l’unione, e forse anche l’empatia. L’equilibrio tra il pensiero dedicato a noi stessi e gli altri è molto più importante di quanto si pensi. Nessuno dei due può esistere senza la presenza dell’altro. Noi siamo anche capaci di combattere, di alzare il volume, di contrapporci anche con violenza, ma lo facciamo quasi sempre sulle piattaforme digitali, e questo significa rischiare da attori, invece che da veri protagonisti.

Dobbiamo smettere di abbassare la guardia su chi non sta nei nostri pensieri più stretti, e imparare invece a mantenere come nostri obiettivi gli ideali a noi cari, chiedendoci innanzitutto quali sono, applicandoli prima su noi stessi. Loro sono disposti veramente a mettersi in gioco. Non è affatto semplice lottare contro la paura di morire, nonostante sia uno dei motivi che spinge ad andare avanti. È un Paese che vuole cambiare, che vuole essere protagonista».

Denunciare sempre le ingiustizie per non rimanere indifferenti

Rifiettendo sulle pagine del libro e sulle parole che ci ha detto Barbara Stefanelli emergono alcune considerazioni: quando siamo testimoni di un’ingiustizia, se non la denunciamo contribuiamo ad alimentarla. A volte si tratta di indifferenza, altre di paura per la propria incolumità: due comportamenti egoistici che finiscono però per renderci complici di tale ingiustizia, anche se inconsapevoli.

“quando siamo testimoni di un’ingiustizia, se non la denunciamo contribuiamo ad alimentarla.  A volte si tratta di indifferenza, altre di paura per la propria incolumità: due comportamenti egoistici che finiscono però per renderci complici di tale ingiustizia, anche se inconsapevoli.”

– Lisa Roffeni