Intervista impossibile al cardinal Tettamanzi: “Tempi difficili, c’è bisogno di pace”

Dionigi Tettamanzi illustrato da Max Ramezzana

Il cardinale Dionigi Tettamanzi illustrato da Max Ramezzana.

di Cinzia Farina e Paolo Foschini

Dionigi Tettamanzi è stato un cardinale e arcivescovo cattolico italiano, "dal grande cuore". Fu un uomo di riconciliazione, coraggioso, con un alto senso della dignità della persona. Tettamanzi ha approfondito in particolare i temi della famiglia, del  matrimonio, dei laici, della sessualità, della bioetica e della teologia: "Siate più gentili, la cortesia umanizza le città", soleva dire. L'hanno intervistato, in questa intervista impossibile, Cinzia Farina e Paolo Foschini.
Cardinale Dionigi Tettamanzi (1939-2017), è stato Cardinale e Arcivescono emerito di Milano. Nel corso del suo insegnamento ha trattato temi di morale fondamentale e morale speciale, insieme ad interventi di sacramentaria, ecclesiologia e teologia pastorale.

Cardinal Tettamanzi, “gaudium et pax”: realizzare le cose con il sorriso

Cardinal Tettamanzi, quando nel 2002 è stato nominato Arcivescovo di Milano, ha scelto il motto episcopale «Gaudium et pax». Oggi più che mai nel mondo ce ne sarebbe bisogno, ce ne parla?

«Questa è sempre stata per me una questione che ha rivestito un’importanza particolare. Non soltanto la pace, ma anche la prima parola “gaudium”. Penso che bisognerebbe realizzare le cose con il sorriso, lo diceva anche San Francesco quando invitava a diffidare di una carità un po’ “musona”, di quelli che fanno magari anche tante opere di bene, ma sempre un po’ accigliati.

A me piace il contatto con la gente e oggi più che mai, c’è bisogno di pace, di impegno in tutto il mondo. Siamo circondati dalle guerre, dalle rivalità anche nel nostro piccolo. C’è un enorme bisogno di pace, ma un forte aiuto a questa parola, dal mio punto di vista, è proprio in quel vocabolo che la precede e che San Francesco chiamava “letizia”. Siate lieti, di questo c’è necessità oggi, in un mondo così complicato la tentazione di lasciarsi sopraffare dal pessimismo, dal cinismo, anche semplicemente dal cattivo umore è molto forte, ma credo che ciascuno di noi possa reagire.

Le grandi opere di pace le fanno i governi, invece la pace intesa come buona relazione con chi ci sta vicino, quella la può fare ciascuno di noi».

La fatica nella comprensione per i più deboli c’è sempre stata, ho espresso opinioni contrarie alle scelte politiche del passato

Nella sua arcidiocesi l’impegno si caratterizza per l’attenzione alla marginalità, per uno sforzo inclusivo. Si schiera con gli operai in lotta, esprime sdegno per lo sgombero delle case dei rom, invita i suoi preti a visitare le case degli islamici. Se la prende con una classe politica «troppo attenta ai muri e poco alle persone». Come vede la politica oggi?

«Una certa fatica nella comprensione per i più deboli c’è sempre stata, non è peculiare soltanto dei nostri tempi. Ho avuto occasione di esprimere in passato la mia opinione contraria a scelte politiche delle amministrazioni in carica a Milano, quando ero arcivescovo dal 2002 al 2011: c’erano sgomberi e scelte che non mi sembravano semplicemente sbagliate, ma dannose per il bene comune.

Le reazioni negative alle mie azioni non sono venute dal sindaco in carica, ma dai suoi alleati di amministrazione, che forse erano più preoccupati per la propria rappresentatività piuttosto che dal voler difendere il sindaco. Oggi, guardandomi intorno, penso che quell’impegno andrebbe portato avanti.

Purtroppo non soltanto il nostro Paese, ma il mondo intero conosce uno spostamento di posizioni molto a destra, inclini più alla preoccupazione di difendere quello che abbiamo piuttosto che alla predisposizione del condividere. Se fossimo più orientati verso la condivisione, forse sarebbe più facile per tutti».

Cinzia Farina, laureata in Lingue e Letterature Moderne, ha frequentato l’istituto di medicina psicosomatica specializzata in alimentazione, cronista del Bullone.

In Italia ci sono 6 milioni di poveri

Cardinal Tettamanzi, nel 2011 in un’intervista lei sottolineò che l’Italia era malata come lo era Milano ai tempi di San Carlo e della peste: pensa che oggi debba ancora guarire?

«Credo che il mondo intero abbia continuamente bisogno di guarire, sono stati fatti tanti passi avanti in certe direzioni. Il volontariato per fortuna nella nostra città è sempre stato molto attivo, c’è un terzo settore che oggi forse è più visibile rispetto ai decenni passati. Le difficoltà però sono ancora di più: in Italia abbiamo 6 milioni di poveri. Quando ero arcivescovo a Milano c’erano ventimila bambini nella diocesi che avevano difficoltà e tante mie iniziative andavano in quella direzione. Oggi c’è bisogno di un impegno ancora maggiore: è come lavorare in un pronto soccorso dove le emergenze non finiscono mai».

Nel 2008 per sua volontà nasce il «Fondo Famiglia Lavoro», con lo scopo di sostenere con un aiuto economico immediato chi il lavoro lo stava perdendo: come ha reagito la comunità e c’è ancora questo aiuto?

«La notte di Natale durante la messa, ho annunciato quell’iniziativa nata da una mia domanda personale su che cosa avrei potuto fare per tutte quelle persone. Fu l’inizio di un Fondo che venne alimentato per molto tempo grazie a tantissime donazioni. C’è bisogno ora più che mai di dare dei buoni esempi, come a volte mi capita di sottolineare: le virtù sono più contagiose dei vizi».

Paolo Foschini, nato a Bologna, laureato in Lettere, è giornalista dal 1990; prima al Resto del Carlino, poi all’Avvenire, e dal 1997 al Corriere della Sera. Dirige un coro di detenuti nel carcere milanese di San Vittore.

Rendere la chiesa inclusiva, aprire le porte ed evitare sbarramenti

Nel 2008 lei ha dedicato una lettera pastorale agli sposi «in situazione di separazione, divorzio o nuova unione», per comunicare loro che non devono sentirsi esclusi dalla vita della comunità cristiana: come sono cambiate le cose in questi anni?

«Credo che le cose siano cambiate molto, prima che nella chiesa, nella società. Anche Papa Francesco sempre di più si pone il problema di come trasformare la chiesa che è sempre stata lenta nei suoi cambiamenti. Cerca di renderla più inclusiva, come a mio avviso deve essere, e come avevo già cercato di dire nella mia lettera agli sposi in condizione di separazione e di nuova unione. In generale penso che la chiesa, come tutte le altre strutture, dovrebbe essere preoccupata di costruire porte aperte” più che “sbarramenti” sia in uscita che in entrata. La famiglia è la cellula della società, le famiglie cambiano e dobbiamo allargare le nostre visioni arcaiche».

Sul fenomeno dell’immigrazione lei sostiene che spesso in noi prevale la paura dell’altro, dello sconosciuto. È ancora così faticoso per gli italiani confrontarsi su questo tema?

«Credo che non sia tanto difficile per gli italiani, la gente in genere ha paura di quello di cui gli si dice di avere paura. Oggi siamo una società sempre più complessa, molto esposti ai social, alle cattiverie facili in rete. L’ho sperimentato tante volte quando siamo andati con i ragazzi della diocesi, con i volontari, a visitare i campi rom, allora il problema a Milano era soprattutto quello.

Oggi la situazione è diventata secondaria rispetto ad altre forme di immigrazione, di difficoltà, di povertà, di fragilità. Penso che quando le persone si conoscono i problemi di paura in genere spariscono, perché trovi di fronte degli esseri umani. Purtroppo la paura è da sempre un formidabile strumento di gestione del potere. Gli individui che non hanno paura non hanno bisogno di qualcuno che li comandi.

Il timore oggi è soprattutto un timore indotto. Gli altri sono nostri fratelli che vanno accolti, e l’accoglienza è la prima ricetta contro la paura. Una persona che si sente accolta, difficilmente può diventare pericolosa. Da sempre al termine della messa, mi piace fermarmi e salutare le persone, è importante stringere loro la mano, scambiare una parola. Penso che se questo atteggiamento oggi fosse messo più in pratica, tante cose sembrerebbero più semplici, i problemi sarebbero più facili da risolvere, pur restando così complessi come in questo periodo storico».

“C’è un enorme bisogno di pace, ma un forte aiuto a questa parola, dal mio punto di vista, è proprio in quel vocabolo che la precede e che San Francesco chiamava “letizia”. Siate lieti, di questo c’è necessità oggi, in un mondo così complicato la tentazione di lasciarsi sopraffare dal pessimismo, dal cinismo, anche semplicemente dal cattivo umore è molto forte, ma credo che ciascuno di noi possa reagire.”

– Cardinal Dionigi Tettamanzi