Essere genitori oggi: quel giorno sbagliato, dov’era tuo padre?

La situazione si è quindi capovolta: «in passato erano i padri a comandare e i figli si preoccupavano di essere come loro li volevano; ora è il figlio che detta legge e il padre si sforza di essere come lui lo vuole, creando non pochi danni alla prole». Illustrazione di Giorgio Maria Romanelli.
La situazione si è quindi capovolta: «in passato erano i padri a comandare e i figli si preoccupavano di essere come loro li volevano; ora è il figlio che detta legge e il padre si sforza di essere come lui lo vuole, creando non pochi danni alla prole». Illustrazione di Giorgio Maria Romanelli.

di Loredana Beatrici, B.Liver

La B.Liver Loredana si muove nel tempo sul terreno della pedagogia e della psicologia per presentarci i vari ruoli che il padre ha avuto. Mostrandoci criticità e punti di forza, ricostruisce la realtà dell'essere e dell'essere stato padre; dalla cultura cristiana e biblica, fino al dolore di Gino Cecchettin e Nicola Turetta: due padri, due dolori differenti.

Il padre nella cultura cristiana

«Chi di voi – dice Gesù – al figlio che gli chiede il pane, darà una pietra? E se gli chiede il pesce, gli darà una serpe? Se voi, dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele chiedono».

Così la religione Cristiana delinea la figura paterna come figura «buona, in quanto padre». Eppure, in ognuno di noi, la parola papà scatena una moltitudine di immagini diverse, che possono discostarsi anche molto dall’idea di padre generoso e disponibile, e che dipendono dal tipo di rapporto che abbiamo avuto o dall’immagine ideale che ci siamo costruiti.

La complessità del ruolo paterno deriva dall’accostamento a quella di “Dio Padre”, ma oggi c’è una grande ricerca di paternità

La complessità del ruolo paterno, forse, deriva proprio dall’accostamento a quella di Dio Padre, figura infallibile e onnipresente. La realtà, però, non è questa, tanto che negli ultimi anni si sono usati litri di inchiostro per scrivere libri sui padri, sulla loro assenza, sulla loro inconsistenza, sulle loro fragilità e trasformazioni. «Non è difficile diventar padre: essere un padre, questo è difficile», scriveva Wilhelm Busch.

«Dov’è mio padre?», si chiede lo psicologo e antropologo Luparia nel suo libro, Dovè il padre?, titola il testo di Rinaldo Mazzetti, «Cosa resta del padre?» è la domanda che si fa lo psicanalista Massimo Recalcati. Oggi, molto più che in passato, c’è una grande ricerca di paternità, perché il ruolo genitoriale si è radicalmente modificato creando dei vuoti importanti.

Per Don Antonio Mazzi, fondatore della Comunità Exodus, gran parte dei problemi dei giovani derivano proprio dall’assenza di una figura paterna che sappia educarli e instradarli. «Padri uscite dalla tana!», urla a gran voce. Per lui, se le madri sono coloro che generano i figli, i padri hanno il potere e il dovere di RI-GENERARLI, ma oggi «vanno a giocare, cambiano i pannolini, fanno gli amici, ma non riescono a offrire ai figli gli strumenti per uscire nel mondo e affrontare i problemi».

Perché è importante il padre

Il padre «è colui che per primo deve introdurre i figli alla conoscenza della realtà e al riconoscimento dei limiti che essa impone», sostiene il sociologo Francesco Belletti. È colui che sancisce la conclusione del legame simbiotico madre-bambino e che aiuta il figlio a sperimentare un’interazione diversa, che pone le basi per le relazioni future.

In un secondo momento il padre è colui che fornisce gli strumenti per uscire dal nucleo familiare ed entrare nella società. Il padre deve avere un’autorità (da non confondersi con l’autoritarismo) che è insostituibile e che contribuisce al riconoscimento di ogni altra forma di autorità e adultità. Così, mentre il ruolo della madre è più correlato all’attività di caregiving, «il padre favorisce l’esplorazione, l’apertura verso il mondo esterno e ricopre una funzione regolatoria, che promuove il senso di disciplina e la capacità di auto-regolazione» (studio Università Bicocca).

Quando il bambino diventa adolescente e prova sentimenti di ansia, paura, angoscia, tristezza, occorre che vi sia una figura forte in grado di trasmettere sicurezza e che riesca a contenere queste emozioni: questa figura è il padre. Se egli è assente o non abbastanza «forte», il figlio mette in atto una fuga (dalla famiglia, dalla società, dalle responsabilità) e trova nei coetanei, nei suoi simili, una nuova famiglia, l’unico suo appiglio emotivo.

Per sviluppare un legame con una figura forte l’adolescente sarà disposto a tutto pur di ricevere approvazione

Il pericolo è che, in assenza di altri appigli, l’adolescente sarà disposto a tutto pur di ricevere l’approvazione dei suoi pari, anche assumere comportamenti rischiosi e violenti. Da qui la nascita di fenomeni come il bullismo, l’emulazione sui social, le baby gang, le dipendenze, etc etc. Per questo è importante che sin dalla tenera età vi sia una figura paterna presente e funzionale, che offra un ordine ben strutturato e codificato, che l’adolescente possa poi combattere per diventare adulto, senza la necessità di cercare altrove una famiglia.

COME SI FA IL PADRE?

In passato vi era un unico padre possibile: autoritario e dominante. Il rapporto col figlio, scrive lo storico Philippe Ariès, «non si basava sul dialogo e la reciprocità. Il padre si relazionava al figlio considerandolo un essere debole e inferiore (un “minore”) ed esercitava su di lui un agire educativo autoritario». La gerarchia familiare obbligava il mutuo assenso e il silenzio remissivo del figlio, che sicuramente si convinceva della presenza di un’autorità, ma che al contempo percepiva un’assenza affettiva e relazionale.

Severità e distacco da un lato, obbedienza e rispetto dall’altro. Alla mamma spettava il compito di mediare e ammorbidire. Il padre, dunque, era una figura che incuteva timore e impotenza, come Kafka in Lettera al padre descrive chiaramente: «Carissimo padre, di recente mi hai domandato perché mai sostengo di aver paura di te. Come al solito, non ho saputo rispondere niente, in parte proprio per la paura che ho di te […]». A questa forma educativa, che Vittorino Andreoli definisce «educazione imperativa», ha fatto seguito un atteggiamento opposto, di «laissez faire», che ha generato non poca confusione di ruoli.

Una cinquantina di anni fa i padri scoprono il contatto fisico con il bambino

Una cinquantina di anni fa, infatti, i padri hanno scoperto il contatto fisico col bambino, le coccole e la possibilità di manifestare le emozioni senza il timore di perdere la virilità. Hanno scoperto, insomma, che è bello «fare» i padri e, se necessario, si sono sostituiti anche alle madri, in un’elasticità di ruoli fino ad allora sconosciuta. Basti pensare che, oggi, più del 90% dei padri, in Italia, assiste al parto nel desiderio di avere da subito un rapporto con il figlio.

Una novità storica, una vera «rivoluzione paterna». C’è un risvolto della medaglia, però: il padre ora ha più difficoltà a mantenere il controllo normativo e ad essere autorevole, e spesso abdica a questo ruolo, pensando che l’amore possa compensarlo. Molti padri oggi non possiedono più un’intenzionalità educativa, ma si limitano a vivere accanto ai propri figli. «Questo nuovo padre è chiamato a praticare contemporaneamente giustizia e cura, regole e affetti, e non ci riesce», sottolinea la sociologa Chiara Saraceno. E ancora scrive il neuropsichiatra Andolfi «I padri si sono trovati ad abbandonare la posizione di provider protector, senza, però, aver prima trovato una modalità nuova per svolgere il proprio ruolo».

Non solo il ruolo paterno è cambiato, ma anche la struttura sociale in cui si inseriva ha subìto profondi scossoni. La famiglia del passato basata sulla triade mamma-casalinga, papà lavoratore e figlio, ha dovuto affrontare l’emancipazione femminile, la pratica del divorzio, le adozioni e gli affidi, le unioni interculturali, le diverse identità di genere. All’interno di questa nuova famiglia fluida, non esiste più un solo padre possibile, ma più padri possibili e se la madre non si discosta più di tanto dal suo ruolo accudente, il padre deve trovare una nuova identità.

“Una cinquantina di anni fa, infatti, i padri hanno scoperto il contatto fisico col bambino, le coccole e la possibilità di manifestare le emozioni senza il timore di perdere la virilità. Hanno scoperto, insomma, che è bello «fare» i padri e, se necessario, si sono sostituiti anche alle madri, in un’elasticità di ruoli fino ad allora sconosciuta”

– Loredana Beatrici

DOV’È IL PADRE?

«La dimensione di autorevolezza del padre, inteso come colui che incarna la Legge, che orienta e dà limiti, che lascia ai figli la sua eredità quale valore da portare avanti… in una società in trasformazione sembra evaporare, dissolversi, lasciando un vuoto dietro di sé», afferma Massimo Recalcati. Il rischio, quindi, è che il padre replichi il ruolo della madre e abdichi senza volerlo al ruolo pedagogico.

La psicologa Giuditta Lo Russo racconta bene il fenomeno, spiegando come i padri di oggi siano stati la generazione di figli che, più di ogni altra, ha liquidato i propri padri (in termini Freudiani: uccidi tuo padre per diventare adulto) perché tiranni e distanti e, per non lasciarsi a loro volta uccidere dai figli, ne sono diventati succubi.

La situazione si è capovolta: ora sono i figli a dettare legge

La situazione si è quindi capovolta: «in passato erano i padri a comandare e i figli si preoccupavano di essere come loro li volevano; ora è il figlio che detta legge e il padre si sforza di essere come lui lo vuole, creando non pochi danni alla prole».

I «danni alla prole» li racconta bene Violetta, che col suo blog è diventata la voce di un’intera generazione di figli: «Qualsiasi essere umano raggiunge l’età adulta nel momento in cui uccide metaforicamente il padre. Ma qualcosa si è bloccato. Siamo figli di una generazione che ha demolito i propri padri e poi non ha costruito nulla. Hanno creato un “nuovo modello” sociale e antropologico che non ha nulla di etico e di autoritario. I nostri genitori sono i nostri amici, i nostri figli e i nostri nonni. Incapaci di invecchiare, incapaci di essere una vera autorità e di proporre una vera educazione. E noi non possiamo e non riusciamo a ucciderli. Di fronte ad un’interruzione nella catena generazionale, noi giovani siamo obbligati a rimanere per sempre infanti».

I nostri genitori sono i nostri amici, i nostri figli e i nostri nonni. Incapaci di invecchiare, incapaci di essere una vera autorità e di proporre una vera educazione. E noi non possiamo e non riusciamo a ucciderli.” Immagine generata con Bing Image Creator.

Il padre educante di Roberto Travaglini

In questo contesto che pare sconfortante, esiste qualcuno che ha provato a ridisegnare un modello di paternità funzionale. Il Professore in Pedagogia Roberto Travaglini nel suo libro Il padre educante prevede una relazione diversa rispetto al modello autoritario tradizionale, ma anche da quello di abbandono del ruolo educativo di oggi.

Immagina una «relazione democratica, in cui permane l’asimmetria e in cui la responsabilità sia affidata all’adulto, ma che offra al figlio lo spazio per essere protagonista attivo in un ambiente attento alle sue esigenze». Il padre educante riscopre il figlio e cerca di capirlo, mostrandosi coerente, offrendo il buon esempio e costruendo una cornice fatta di regole e norme entro la quale il figlio possa sviluppare la propria personalità.

«È un padre saggio quello che conosce il proprio figlio», scriveva William Shakespeare, a intendere che i padri migliori sono quelli che non cercano la perfezione, ma si sforzano di capire i figli e usare il dialogo piuttosto che le punizioni. «I padri migliori sono quelli che rispettano la personalità del figlio, il suo temperamento, i suoi desideri e non cercano di plasmarlo a propria immagine e somiglianza per potersi riconoscere in lui», afferma Maurizio Quilici, fondatore dell’Istituto di Studi sulla Paternità.

Concentrarsi sui figli in modo autentico per essere grandi padri

Per essere grandi padri, insomma, bisogna concentrarsi sui figli in modo autentico. Non occorre essere grandi uomini, ma uomini dedicati. La storia è costellata di esempi di geni e grandi personaggi che non sono stati in grado di essere padri. Albert Einstein era tanto talentuoso come scienziato, quanto carente come genitore. Solimano il Magnifico ha ucciso il suo primogenito per favorire al trono i figli della seconda moglie. Jean Jacques Rousseau, padre della nuova pedagogia che mette al centro i bambini, affidò i suoi cinque figli all’Ospizio dei Trovatelli. Alessandro Manzoni trascurò per tutta la vita sua figlia Matilde, così come fece Charlie Chaplin o Leone Tolstoj.

Come non esistono padri perfetti, non esistono neanche figli perfetti. «Dov’eri tu figlio?», chiede Dio a Giobbe alla domanda: «Dov’eri tu Padre?». Il ruolo del figlio è, a sua volta, molto complesso perché si sente da subito responsabile della felicità dei suoi genitori e ha il dovere di occuparsi di loro («Onora il padre e la madre»). «Come posso ricevere se mi sento sempre il principale responsabile della felicità dei miei genitori?», chiede un anonimo in rete. Questo ci fa capire come solo se si è in armonia col proprio essere stati figli, si potrà essere dei buoni padri.

Non esiste la famiglia perfetta, né il genitore perfetto, né il figlio perfetto

Ci ricordano gli psicologi che «la famiglia perfetta non esiste, non esiste il genitore perfetto così come non esiste il figlio perfetto, è tutto un percorso che si costruisce, fatto di vittorie, sconfitte, gioie e paure». In tutta questa imperfezione, forse dobbiamo solo imparare a perdonarci tutti un po’ di più e a riconoscere i nostri limiti e quelli degli altri. In questo ci offrono una triste, ma grande lezione due padri, balzati, loro malgrado, alle cronache in questi giorni.

Gino Cecchettin e Nicola Turetta

Uno si chiama Gino Cecchettin, che schiacciato dal dolore di una figlia strappata via con violenza, ha voluto riflettere sulla fallibilità di essere padre e di «non vedere alcuni segnali» e ha pensato al dolore altrui, al dolore di un altro padre, Nicola Turetta, che ha generato il carnefice, che chiede scusa e che si domanda dove ha sbagliato. Non c’è rabbia, non c’è violenza, c’è solo tanta umanità. E l’umanità è imperfetta. Tra le tante domande di questo articolo, allora, proviamo a chiederci: «Dove siamo noi?», come figli, come genitori, come educatori, come amici, parenti, attori sociali.

Chiudo citando un padre de Gli sdraiati, di Michele Serra: «Penso a come è stato facile amarti da piccolo. A quanto è difficile continuare a farlo ora che le nostre stature sono appaiate […]. La pazienza, la forza d’animo, l’autorevolezza, la severità, la generosità, l’esemplarità… troppe, troppe virtù per chi nel frattempo cerca di continuare a vivere».

LA PARABOLA DELLA VITA

A 5 anni: mio papà sa tutto;

a 10 anni: mio papà sa quasi tutto;

a 15 anni: ci sono molte cose che mio padre non sa;

a 20 anni: mio padre non capisce niente;

a 30 anni: è inutile parlare con mio padre, non c’è dialogo;

a 40 anni: chiederò consiglio a mio padre;

a 60 anni: ah, se avessi ancora mio padre!

“La famiglia del passato basata sulla triade mamma-casalinga, papà lavoratore e figlio, ha dovuto affrontare l’emancipazione femminile, la pratica del divorzio, le adozioni e gli affidi, le unioni interculturali, le diverse identità di genere. All’interno di questa nuova famiglia fluida, non esiste più un solo padre possibile, ma più padri possibili

– Loredana Beatrici