Oltre il femminicidio: voglio vivere in un Paese di donne libere

Contate fino a 108. Ora invece dite i loro nomi. [...] Dite i loro nomi per non dimenticare, per ricordare che i femminicidi e la violenza di genere non sono «raptus», non sono «atti inspiegabili di mostri», non sono casi isolati: 108 femminicidi corrispondono a circa un delitto ogni tre giorni, non sono eccezioni, sono una quotidianità insostenibile e imperdonabile.
"Contate fino a 108. Ora invece dite i loro nomi. [...] Dite i loro nomi per non dimenticare, per ricordare che i femminicidi e la violenza di genere non sono «raptus», non sono «atti inspiegabili di mostri», non sono casi isolati: 108 femminicidi corrispondono a circa un delitto ogni tre giorni, non sono eccezioni, sono una quotidianità insostenibile e imperdonabile." Immagine generata con sistema di intelligenza artificiale Bing Image Creator

di Elisa Tomassoli, B.Liver

Elisa invita a contarle tutte: sono 108 le donne uccise nel 2023, circa un omicidio ogni tre giorni. E se le donne si sostengono a vicenda, mano per mano, esistono uomini che continuano una mattanza senza fine.

Siamo arrivati a 108 femminicidi nel 2023

Contate fino a 108. Ora invece dite i loro nomi. Da Teresa Spanò, uccisa a Bagheria il 2 gennaio, fino a Rossella Cominotti, uccisa a Mattarana di Carrodano l’8 dicembre. Dite i loro nomi per non dimenticare, per ricordare che i femminicidi e la violenza di genere non sono «raptus», non sono «atti inspiegabili di mostri», non sono casi isolati: 108 femminicidi corrispondono a circa un delitto ogni tre giorni, non sono eccezioni, sono una quotidianità insostenibile e imperdonabile.

Non fare nulla e silenziare le voci del cambiamento significa essere complici della violenza di genere. Per spiegare meglio perché si parla di femminicidio, è impossibile non citare l’immensa Michela Murgia, che spiegava: «Il termine femminicidio non indica il sesso della persona morta. Indica il motivo per cui è stata uccisa». Ogni manifestazione di violenza è collegata, perché proviene dalla medesima matrice culturale.

Per capirlo basta guardare la piramide della cultura dello stupro: se alla base troveremo un linguaggio sessista, il victim blaming e la giustificazione di un comportamento di oppressione patriarcale, salendo si troveranno lo stalking, la condivisione non consensuale di materiale intimo, il catcalling, e poi, sempre più su, la violenza economica, la coercizione riproduttiva, fino ad arrivare all’apice, ovvero la violenza psicologica e domestica, lo stupro e il femminicidio.

Il denominatore comune è la sottomissione e il silenziamento del genere femminile

Il denominatore comune? La sottomissione e il silenziamento del genere femminile. Quando si parla di «Yes, all men» non si vuole indicare che ogni uomo uccide, ma che ogni uomo è cresciuto nello stesso contesto culturale, ricevendo la medesima educazione.

Ciò significa che tutti sono portatori della cultura dello stupro, ma quasi nessuno si assume la responsabilità di decostruire la struttura. Questo non l’ho capito da sola, l’ho imparato leggendo e ascoltando tante scrittrici: Michela Murgia, Carlotta Vagnoli, Valeria Fonte, Giulia Paganelli, Angela Davis, Bell hooks, Susan Brownmillen, Sibilla Aleramo, Simone de Beauvoir e molte altre ancora.

Voglio vivere in un Paese in cui la decostruzione del patriarcato non sia più responsabilità delle donne, ma che sia una priorità collettiva, intersezionale e continua, con la consapevolezza che l’oppressione non è più un’opzione perché, «se domani tocca a me, voglio essere l’ultima».

Questo è il grido altissimo e feroce di tutte le donne che più non hanno voce.

“«se domani tocca a me, voglio essere l’ultima». Questo è il grido altissimo e feroce di tutte le donne che più non hanno voce”

– Elisa Tomassoli