Giampaolo Perna: “Invisibile? Non troppo, attenzione all’ansia e al senso d’incertezza.”

Giampaolo Perna è responsabile e professore ordinario di psichiatria all'Humanitas University, tra i maggiori esperti nel campo dei disturbi d'ansia, di panico ed emotivi.
Giampaolo Perna è responsabile e professore ordinario di psichiatria all'Humanitas University, tra i maggiori esperti nel campo dei disturbi d'ansia, di panico ed emotivi.

di Cinzia Farina, B.Liver

Giampaolo Perna è responsabile e professore ordinario di psichiatria all'Humanitas University, tra i maggiori esperti nel campo dei disturbi d'ansia, di panico ed emotivi. L'ha intervistato per Il Bullone la B.Liver Cinzia.

Professor Perna, ansia e attacchi di panico, il male invisibile: è giusta la definizione?

«Invisibile sì, ma non troppo, perché poi avvengono reazioni emotive che gli altri percepiscono. Ansia e attacchi di panico attivano un sistema filogeneticamente molto antico, per cui si riconosce una persona che è in preda a uno stato di ansia piuttosto che di panico o di paura. Si percepisce l’ansia nell’altro, i cani, ad esempio, si accorgono di quando qualcuno ha paura, non si vede ma si avverte empaticamente».

Nella sua esperienza clinica ha notato un aumento di casi?

«Nella mia esperienza ho visto un aumento di sofferenza legata all’ansia. Quello che è successo è l’oppressione ambientale molto più forte: pandemie, guerre, crisi economica. Il senso di incertezza nel mondo è aumentato e questo ha fatto sì che se una persona era predisposta a diventare ansiosa, poi lo sia diventata.

Dal punto di vista epidemiologico si è riscontrato un aumento considerevole del 25% di disturbi d’ansia in relazione alla pandemia. I dati ci dicono che le persone che soffrono d’ansia e attacchi di panico sono circa 360 milioni nel mondo. In Italia, i dati del Ministero della Salute nella sola Lombardia, ci parlano di circa 700mila persone che nell’ultimo anno hanno avuto disturbi d’ansia».

C’è uno stigma riguardo l’uso degli psicofarmaci, la società è ancora ignorante in materia?

«Moltissimo, meno di un tempo, ma ci sono ancora pregiudizi, come se lo psicofarmaco soltanto perché è tale, debba far male. Questo è sbagliatissimo, ricordiamo che nell’etichetta psicofarmaco ci sono moltissimi farmaci diversi, alcuni che sono sicuramente gravati da effetti collaterali a cui bisogna prestare un utilizzo cauto e attento, altri che sono innocui e che possono essere presi a vita senza correre rischi o pericoli.

Quindi, l’etichetta “psicofarmaco” uguale a “pericolo” o uguale “zombi” è un pregiudizio gravissimo che toglie invece la possibilità a moltissime persone che hanno disturbi d’ansia di tornare a stare perfettamente bene».

Oggi in un mondo che tende all’apparenza e all’idealizzazione il disagio psicologico è più complesso da capire?

«Un po’ sì, nel senso che la pretesa di questo mondo sia per le persone, i pazienti, che per gli stessi terapeuti è quella di avere una visione un po’ narcisistica. C’è la richiesta eccessiva di stare bene al cento per cento, nonostante quello che capita nel mondo e nella vita.

In realtà quello che ci succede, quello che ci circonda, incidono pesantemente sul nostro benessere, quindi sicuramente questa tendenza ci porta oggi forse a non accettare che già stare al novantacinque per cento è “stare bene”. Abbiamo la pretesa di arrivare al cento per cento, che è giusta in termini di funzionamento, ma non è giusta in termini di perfezione e di conseguenza porta le persone ad andare troppo alla ricerca di una perfezione che non c’è, invece di riuscire a ricostruire la propria vita sulla possibilità e limiti che la vita stessa ci pone davanti».

Giampaolo Perna, professore ordinario di psichiatria all’Humanitas University. Tra i maggiori esperti nel campo dei disturbi d’ansia, di panico ed emotivi.

Un recente articolo dell’ANSA riportava che i giovani della generazione Z accusano ansia generalizzata e mancanza di visione di futuro. Professore, come si può intervenire?

«L’intervento andrebbe fatto sulle famiglie e sul corpo scolastico che hanno il compito di aiutare i giovani a cercare quella strada che non hanno molto chiara. Oggi non c’è il senso del fine, si gioca più sui mezzi, non si vive per un progetto, ma si tende a vivere per il qui e ora, per il pensiero istantaneo. Questo conduce a una serie di difficoltà che colpiscono soprattutto il mondo dei giovani.

Punterei molto sulle famiglie come strumento vero che può aiutare il giovane a trovare un po’ di equilibrio. È chiaro che questo vale soprattutto come prevenzione. Invece nel momento in cui un giovane si trova in grande difficoltà, esistono, per esempio, tecniche psicoterapeutiche molto efficaci nel dare equilibrio emotivo. C’è la possibilità sicuramente di evitare che finiscano in un canale difficile come quello della tossicodipendenza, o di comportamenti antisociali che purtroppo ogni tanto capitano».

I genitori, gli insegnanti, le istituzioni sono in grado di percepire e comprendere agli albori i segnali di questo disagio psicologico?

«Se fossero adeguatamente formati sì, ma dal mio punto di vista bisognerebbe investire moltissimo nell’indirizzare i genitori e gli insegnanti all’educazione emotiva ottimale per i giovani. L’ideale sarebbe insegnare tutta una serie di tecniche di modificazione del comportamento, che non ricorrano alla punizione come elemento centrale, ma in cui utilizzano quello che noi chiamiamo “il rinforzo positivo”.

Vuol dire, in poche parole, premiare il ragazzo o il bambino ogni volta che ha un comportamento “positivo”. Trattasi di comportamenti prosociali, cioè la cooperazione con gli altri, essere guidati da parole dell’altruismo, tutti quegli elementi che ci portano ad integrarci con gli altri. Questo potrebbe essere un ottimo antidoto».

Il nostro Paese destina alle cure mentali un ottavo di quanto spendono Francia e Germania, un quinto del Regno Unito e molto meno di Spagna e Portogallo. Cosa ne pensa e come si potrebbe intervenire?

«Penso che sicuramente ci sarebbe bisogno di più risorse, ma sarebbe fondamentale far sì che ci siano progetti più ancorati sulle evidenze scientifiche. Se ci sono tanti fondi a disposizione, ma non si sa gestirli in maniera scientifica, cioè usando dei progetti, delle pratiche che la scienza dimostra essere efficaci, si rischia di essere inefficienti.

Guardiamo quindi alla mancanza di risorse, ma miriamo anche alla capacità di creare un progetto educativo che sia davvero fondato sulla ricerca scientifica. A quel punto avremo la possibilità di formare i nostri giovani e di intervenire in maniera più efficace ed efficiente».

Spesso i disturbi d’ansia non vengono capiti dalla medicina di base, quanto è importante rivolgersi agli esperti di psichiatria per uscire da questo male invisibile?

«È vero, ci sono molto medici di base che non hanno la formazione adeguata e ce ne sono altri che ce l’hanno, ma sicurante il vero problema è trovare degli esperti sui disturbi d’ansia. Non è così semplice: nell’ambito degli psichiatri abbiamo quelli, come capita in medicina, più o meno competenti in alcune aree.

Trovare uno psichiatra o uno psicoterapeuta, comunque una squadra che sia specializzata in disturbi d’ansia, dà la chance alla persona di raggiungere uno stato di assenza di malattia, quindi di tornare ad essere “libero” completamente. Il pericolo, quello vero, è di avere un miglioramento clinico, ma di non essere completamente libero, a quel punto si è ancora in una gabbia legata al panico, all’ansia.

Se si vuole riuscire a rompere quella gabbia e a ritrovare la libertà, bisogna rivolgersi a persone che abbiamo una competenza e un’esperienza adeguata proprio sui disturbi d’ansia».

“C’è la richiesta eccessiva di stare bene al cento per cento, nonostante quello che capita nel mondo e nella vita. In realtà quello che ci succede, quello che ci circonda, incidono pesantemente sul nostro benessere.”

– Giampaolo Perna