B.Liver Story: «Come sto? Mi sento come una finestra aperta sul mondo»

Federica Bonuomo B.Liver Story
Un ritratto di Federica Bonuomo.
Per la B.Liver Story di questo mese, la giovane B.Liver Federica racconta la sua lotta contro i disturbi del comportamento alimentare.

di Federica Bonuomo, B.Liver

Descriviti con una frase

«Federica, descriviti con una frase».

Quante volte in questi ultimi anni mi hanno fatto questa richiesta? Te lo dico io: tante e in contesti i più disparati. Ma la risposta è stata sempre la stessa: «Mi sento come una finestra aperta sul mondo».

Ma cosa vuol dire? Tutto e niente. Quindi vieni, affacciati con me e scoprilo.

Mentre scrivo ho ancora 26 anni. Lo sottolineo perché vado per i 30 ed è una cosa che mi spaventa tanto. Soprattutto perché gli ultimi 8 anni sono stati particolari, quasi surreali, oserei dire. Non vissuti a pieno.

Quello che sto per raccontarti sembra un film – un mix tra l’horror e il fantasy – ma ti giuro che è stata ed è tuttora, a volte, la realtà.

Il mio diciottesimo compleanno

Voglio partire da un evento X, ovvero dalla sera del mio diciottesimo compleanno: posto che non mi piace essere al centro dell’attenzione, e quindi che ero già in imbarazzo, quelle sono state ore intense di cui, ahimè, ricordo poco. Ho sempre avuto la tendenza a concentrarmi sugli altri in questo tipo di eventi: «speriamo che si divertano, che il cibo sia buono e in abbondanza, che trovino qualcuno con cui chiacchierare, che io riesca ad essere in cinque posti diversi con cinque gruppi di persone diverse contemporaneamente…».

Così facendo, mi sono persa la parte migliore: me stessa.

Come raccontavo prima, l’ho fatto spesso. Sono sempre stata una bambina altruista, che dava agli altri più di quanto chiedeva e riceveva. Finestra aperta sul cielo: ti torna?

Con gli anni, questa cosa si è acutizzata, portandomi a costruire e ad attraversare un tunnel buio in cui solo ora riesco ad accendere qualche candela profumata. Questo tunnel ha un nome: Disturbo del Comportamento Alimentare.

ALT! So cosa stai pensando.

«Un’altra bambina cresciuta con il desiderio di diventare una modella», «Un’altra vittima della società», «Un’altra ragazza che cerca attenzioni»… e così via.

Mi viene da ridere perché penso a quanta poca fantasia abbia la gente. Sempre a ripetere le stesse cose. Sempre a cercare la spiegazione nei posti sbagliati, con la pretesa di avere ragione.

Non ho mai scelto di ammalarmi, nessuno lo fa. Non mi sono svegliata una mattina dicendo «Oh che bello, oggi sento di voler trasformare la mia vita in un’agonia unica».

Vuoi sapere cosa volevo diventare da grande? Una finestra aperta sul cielo. Ecco. Una donna di mondo, una trottola sempre in viaggio, un punto di riferimento per gli altri ovunque mi trovassi. Ai tempi, questo desiderio si traduceva nell’essere una «diplomatica» – motivo per cui ho scelto Relazioni Internazionali in triennale all’università.

E invece…

Mi sono ammalata perché era l’unico modo che conoscevo per controllare tanti aspetti della mia vita.

Mi sono ammalata perché era l’unico modo che conoscevo per tutelarmi dagli altri.

Mi sono ammalata perché era l’unico modo che conoscevo per nascondermi.

Mi sono ammalata perché era l’unico modo che conoscevo per soddisfare il mio perfezionismo.

Mi sono ammalata perché mi sono sentita sola, incompresa.

In realtà, ho capito che mi sono ammalata perché era l’unico modo che conoscevo per chiedere aiuto.

Mi sono ammalata perché era l’unico modo che conoscevo per chiedere aiuto

Il cibo c’entra ma non è centrale. A 18 anni, con il lavaggio del cervello che mia madre mi faceva su alcol, fumo e droghe (creando in me una paura inaffrontabile) e l’entusiasmo che invece metteva nel preparare e parlare di cibo, quest’ultimo è stato la vittima che è passata sotto il mio controllo ossessivo.

Forse anche per una questione di sfida: gli adolescenti di solito trasgrediscono le regole facendo baldoria, saltando la scuola per passare del tempo con il/la moroso/a, mentendo quando dicono di dormire dalla migliore amica e invece fanno chiusura in discoteca. Io volevo essere diversa, e sono caduta nella trasgressione più «facile» a cui avevo accesso e che sapevo avrebbe aizzato una lotta infinita con chi mi stava attorno.

Così, ho iniziato a togliere un maccherone per volta dal pranzo, un cucchiaino di olio per volta a cena. Cercavo continuamente sui social ricette da replicare nella versione più leggera che ci fosse, molto spesso con risultati pessimi che non mi permettevo di buttare. Scoprivo i primi «profili recovery» in cui da una parte mi ci ritrovavo (spaventandomi, perché non avevo ancora realizzato cosa mi stesse succedendo), dall’altra sentendomi più forte perché io riuscivo a mangiare meno rispetto a loro. Nascondevo o buttavo il cibo che dichiaravo di portare in università, mi pesavo e mi fotografavo ogni mattina, solo dopo essermi scaricata.

Poi un giorno, un uccellino si è posato sulla mia finestra facendomi aprire gli occhi su una situazione che non era più sostenibile, soprattutto perché iniziavo ad avere seriamente PAURA del cibo.

Ecco la prima candela profumata nel tunnel: ho chiesto aiuto.

Ecco la prima candela profumata nel tunnel: ho chiesto aiuto.” Immagine generata con Bing Image Creator

La terapia, il lavoro di introspezione, i medici, gli operatori di riabilitazione, il ricovero, la vicinanza dei miei cari, i miei sogni per il futuro e, sono certa, anche lo sguardo di qualcuno lassù, mi hanno salvata e tuttora sono parte della mia cassetta degli attrezzi.

Da quattro anni a questa parte sto continuando ad acquisire consapevolezza su me stessa, sull’alimentazione e sulla mia situazione psicologica, risolvendo alcune cose e aprendo vasi di Pandora su altre. Ho anche messo in discussione la terapia, perché non vedevo concretamente nessun miglioramento. Il contesto in cui vivo è cambiato più e più volte, dandomi l’opportunità di sperimentare posti e persone e di scegliere con chi sto davvero bene.

Non posso ancora dirmi guarita, ma…

Ad oggi non posso dirmi guarita. Penso che me ne accorgerò nel momento in cui non ricorrerò più ai sintomi nelle situazioni scomode. Ecco perché la paura di arrivare ai 30 anni, con un passato così, pieno di privazioni e limitazioni auto-imposte e la vergogna di non aver vissuto come i miei coetanei, di essere indietro su tutto.

Nel frattempo, tornando alla metafora iniziale, sono fiera di dire che sto pian piano ripulendo il tunnel, accendendo le famose candele profumate, facendo spazio e soprattutto costruendo l’uscita che mi permetterà di essere definitivamente la finestra aperta sul mondo in cui un giorno vorrò tornare ad essere protagonista, con la consapevolezza di non essere più sola.