All’InVisibile Festival ho pianto e tanto, ho voluto scegliere la libertà del dolore

di Arianna Morelli, B.Liver

La B.Liver Arianna ci confida che ha pianto tanto, molto più di quanto si aspettasse. All'Invisibile Festival ha trovato il posto dove poter abitare il suo dolore, per quanto scomodo possa essere. Per la forza della condivisione e per la potenza delle emozioni sprigionate, incastrate in statue visibili a tutti.

Piangere non era preventivato

Piangere non era uno dei miei obiettivi. Non avrei voluto finire con gli occhi rossi tutti e tre i giorni. Ogni giorno ha smosso in me qualcosa, emozioni e sensazioni diverse mi hanno attraversata: dallo stomaco al petto, dalla gola alle gambe che si sono sentite cedere in più di un’occasione, fino ad arrivare agli occhi, prima lucidi, che alla fine sono scoppiati in un loro «canto»: il pianto.

Abitare il dolore

Questo Festival, così invisibile, dato il suo nome, è stata la cosa più visibile di quei giorni e allo stesso tempo più difficile da osservare e vivere; avrebbe dovuto portare tanto altro e invece ora mi ritrovo qui a scrivere questo articolo su quanto sia importante trovare uno spazio anche per il dolore, su quanto sia importante trovare luoghi scomodi per abitarlo.

Non è stato un modo convenzionale per tirar fuori e vivere il dolore. Comunemente una persona prende e piange, lì no, lì una persona entra, analizza, si lascia trasportare dalle sensazioni e solo quando sente una connessione, quando sente quel groviglio, lì, allo stomaco, allora lì si può permettere di piangere. Viene naturale. Per la prima volta non mi sono vergognata di farlo, anche se di base sono una persona che fa taaaanta fatica a tirar fuori, a piangere, a condividere il negativo.

Ma è stato inevitabile. Non lo puoi bloccare, perché in certi luoghi il dolore si fa prima più grande, quando esce, ma insieme agli altri si fa più piccolo e capita allora che ci possa anche far sorridere, che diventi meraviglia e bellezza, un po’ come lo ying e lo yang: nel male c’è sempre un po’ di bene.

Questo bene può tirare fuori cose stupende e diventare un’opera collettiva. Credo sia fondamentale trovare uno spazio adatto dove sentirsi liberi di tirar fuori tutto, dove non vi sia distinzione fra emozioni belle e brutte, dove il centro è la persona nella sua integrità e con le sue debolezze. Io questo spazio l’ho cercato tanto nella mia vita, e ora posso dire di averlo trovato.

Ho trovato il posto per il mio dolore

All’InVisibile Festival non ho avuto paura o non ho provato imbarazzo quando scendevano lacrime, forse troppe, che si sono mostrate, finalmente, per dei ricordi troppo amari e dolorosi. Forse perché accanto a me e al mio dolore vi erano tante altre persone con i loro. Vedere e vivere questo mi ha aiutata, perché quando trovi un luogo dove il dolore esce e sceglie di mostrarsi, hai forse trovato il posto giusto dove renderlo meno invasivo. La condivisione è tutto.

Condividendo, tutto risulta meno amaro e ci si sente meno in colpa per le proprie emozioni. Ho passato tre giorni magici, che mi hanno rivoltata interiormente come un calzino, le mie budella si sono attorcigliate, ma dopo aver condiviso e ragionato sul perché di questo, tutto è tornato al suo posto, con più consapevolezza e capacità di esistere.

La condivisione è tutto.” Immagine generata con Bing Image Creator

Ho dato spazio ai miei dolori, ho permesso loro di mostrarsi, non mi sono nascosta. Ho scelto di mostrarli perché altrimenti quel luogo avrebbe perso tutto il senso di ciò che aveva portato alla sua costruzione. Servirebbero più luoghi così, perché se al Festival ho tirato fuori tutta me stessa, è solo merito del luogo e delle persone che lo hanno abitato, che mi hanno accompagnato in questo percorso, che all’inizio ha fatto paura, perché non è stato semplice.

Tirar fuori non lo è mai. Condividere, ancora meno. Non ho mai amato condividere, men che meno il dolore, ma è stato inevitabile. Quella stanza, piena di bozzetti del David e della Venere, trasformati secondo dolori ed esperienze diverse, alcuni colorati, alcuni con braccia in più, braccia dove prima c’era un monco… è pura magia, è rarità e bellezza… Questo accade, è accaduto, perché quelle statuette trasformano, permettono a tutte le emozioni di venir fuori, di mettersi a nudo, di osservarsi, di mostrarsi e poi far crescere qualcosa di raro, dove prima c’era il vuoto.

ora mi ritrovo qui a scrivere questo articolo su quanto sia importante trovare uno spazio anche per il dolore, su quanto sia importante trovare luoghi scomodi per abitarlo.”

– Arianna Morelli