Paolo Crepet: “Certi genitori hanno organizzato la sconfitta dei loro figli”

"Apparire sui social, il desiderio spinto da un bisogno associato all'approvazione sociale, al voler essere accettati e spalleggiati dagli altri: ecco il fenomeno pericoloso dei social!»."

di Cinzia Farina

La B.Liver Cinzia ha avuto il piacere di incontrare il Dottor Paolo Crepet, psichiatria, sociologo, educatore, saggista e opinionista. Ne è nata un'intervista carica di domande e risposte, di riflessioni e spunti sulla genitorialità dei nuovi anni 20 di questo millennio; accompagnata anche da una profonda critica: "Certi genitori hanno organizzato la sconfitta per i loro figli".

Dottor Crepet, riferendomi alla tragedia in cui il suv con a bordo cinque giovani Youtuber ha travolto il piccolo Manuel, perché i giovani sentono così forte il bisogno di andare oltre?

«È sempre stato così per una parte di giovani: c’è il ragazzo che sta comodamente su un divano e c’è quello che cerca qualche emozione in più. Non possiamo fare finta che James Dean non ci sia mai stato.

Mio padre mi diceva che ci sono due tipi di soldati: quelli che si nascondono e quelli che fanno gli avanguardisti, i secondi si prendono una pallottola in testa. È insito in una certa giovinezza di essere in qualche modo superiori al senso comune.

Quindi credo che faccia parte della storia dell’umanità, non solo di quella recente. Questo non vuole dire naturalmente giustificare nulla, esistono gesti talmente sconsiderati che mettono in evidenza una totale mancanza di rispetto, anzi di indifferenza alla vita degli altri e alla propria. Ecco, questo è veramente terribile».

Mio padre mi diceva che ci sono due tipi di soldati: quelli che si nascondono e quelli che fanno gli avanguardisti, i secondi si prendono una pallottola in testa. È insito in una certa giovinezza di essere in qualche modo superiori al senso comune.”

Paolo Crepet

Genitori e figli: un’inversione di ruoli

Ieri sugli schermi in “Gioventù bruciata” i ragazzi si gettavano fuori dalla macchina, Battisti cantava di una corsa come un pazzo a fari spenti nella notte… Oggi ritroviamo questi fatti sempre di più nella vita reale. Un genitore come può intervenire?

«I genitori devono fare il loro mestiere. La cultura del rischio non ha mai voluto essere compresa e tanto meno sdoganata dalle culture degli adulti. Non è che James Dean chiedeva a casa il permesso per fare quella corsa, immagino che i suoi genitori fossero molto preoccupati e avranno messo delle regole.

Il fatto che oggi tra le generazioni ci sia una sorta di patto di sussistenza reciproca è devastante. I genitori vogliono essere più giovani dei figli, tutto questo appiattisce e “amicalizza” un rapporto che invece deve essere fondato sul riconoscimento dei ruoli. Nel senso che se un padre, una madre si piegano fino ad arrivare allo stesso livello dei propri figli, questo è addirittura contro natura».

“I genitori vogliono essere più giovani dei figli, tutto questo appiattisce e “amicalizza” un rapporto che invece deve essere fondato sul riconoscimento dei ruoli.”

– Paolo Crepet

Social media

Da cosa è generata la pulsione incontrollata nel volere sempre più visibilità sui social?

«Banalmente per alcuni di loro non c’è altro! La vita è composta di tante cose, naturalmente anche dal successo. Qui dobbiamo stare attenti, perché tocchiamo cose che per certi versi sono anche giuste: il fatto che un ragazzo voglia primeggiare, quindi avere successo è normale, il problema è come lo fa.

In ogni liceo ci sono quelli che vanno benissimo a scuola, il ragazzo che ha più successo con le ragazze. Il mondo fino ad ora era un mondo faticoso, il successo richiedeva impegno, tutto questo adesso è stato tolto. Il successo è diventato qualcosa di assolutamente fattibile con un clic, non serve nessuna formazione se vuoi fare l’influencer, basta il minimo che lo Stato ti chiede: la terza media e i sedici anni.

Questa si chiama grande illusione! Dobbiamo dirlo e ridirlo, anche se non siamo capiti e ascoltati dai ragazzi, occorre continuare ad evidenziarlo, non possiamo piegarci alla moda e al consenso contemporaneo. Ritengo che i social siano strumenti per certi versi interessanti, ma per altri molto pericolosi. La pericolosità sta nel fatto che è “un falò” come avrebbe detto Cesare Pavese».

il fatto che un ragazzo voglia primeggiare, quindi avere successo è normale, il problema è come lo fa.

– Paolo Crepet

Lei ha sostenuto più volte che i genitori di oggi accompagnano troppo i figli, che non vogliono la tensione dei conflitti. Come fa un ragazzo senza «fare palestra a casa» ad allenarsi alla vita?

«Non può, infatti non stanno vivendo, stanno facendo delle cose che sono necessarie ad una vita “qui ed ora”. Vivono l’istante, tant’è vero che la messaggistica si chiama messaggistica istantanea, perché è l’istante che è interessante. Questo è il contrario della vita: ci abbiamo messo secoli e secoli per capire che l’interessante non è quello che hai ma quello che avrai».

Quanti no dovremmo imparare a dire ai nostri figli per cambiare questa situazione?

«Un adulto deve imparare prima di tutto a dire no a se stesso; cominciare a dire: io non mi piego a una certa cultura, io non la penso come la massa, ecc… Sottolineare i propri no genera in automatico il pensare che questi no debbano essere prevalenti anche nella vita di un giovane».

Paolo Crepet, (Torino, 1951). Psichiatra, sociologo, educatore, saggista e opinionista italiano, ospite frequente di varie trasmissioni televisive. In oltre quarant’anni di carriera ha pubblicato, in Italia e all’estero, diversi articoli tecnici, libri di saggistica e romanzi di narrativa. Illustrazione di Chiara Bosna.

Il coraggio di dire di no

La bambina che non doveva piangere racconta di una madre che sa che il figlio è un brigatista, ma non lo denuncia. Come si può interpretare una scelta estrema del genitore?

«Ho conosciuto molte mamme di tossicodipendenti che si sono trovate in questa situazione, sono sempre stato dalla parte delle mamme coraggio, quelle donne che, nonostante il senso d’amore, hanno compiuto la scelta coraggiosa di andare dai Carabinieri a denunciare il proprio figlio. Credo che questo sia difficile, però insegna qualche cosa, il silenzio invece è l’incapacità di dire a se stessi: “ho sbagliato”. Quello che vediamo è lo specchio del nostro insuccesso educativo».

Anche nella scuola si assiste a padri e madri che intervengono a difesa del figlio, togliendo autorevolezza all’istituzione. Cosa si potrebbe fare per risanare questa situazione?

«Questo grande darsi da fare è gattopardesco: noi facciamo tutto per non compiere niente. Il realismo educativo di un genitore dovrebbe essere minimalista, una madre, un padre non hanno il diritto di intromettersi a scuola, di essere un cameriere, un servitore, ma un uomo e una donna che vivono la loro vita con principi etici, morali e con la passione per loro stessi. Il tutto si tramuta in esempio: questo si chiama educare!

Ad esempio, i ragazzi che hanno abbandonato il liceo Berchet a inizio anno, sono stati assecondati dai genitori e mandati in istituti più facili: è questo che si vuole? In quel liceo si è formata la borghesia milanese, le grandi aziende, i professionisti, la politica migliore. Non c’è più una generazione che cresce, ma solo una generazione che consuma. Certi genitori hanno organizzato la sconfitta per i loro figli».

“Non c’è più una generazione che cresce, ma solo una generazione che consuma. Certi genitori hanno organizzato la sconfitta per i loro figli.”

– Paolo Crepet

Secondo lei si può aiutare a capovolgere la situazione attuale dove sembra che la notorietà conti più del talento?

«Questo è un vizietto italiano che c’è da tanto tempo. Si dice degli italiani medi che l’importante non è ciò che sai ma chi conosci.

Spesso cadiamo nell’illusione che la vita sia un grande ufficio delle pubbliche relazioni. Purtroppo è la carriera di una parte della classe dirigente di oggi: non sa nulla, ma conosce tutti. Una sorta di induzione che ci porta a pensare che il conoscere una persona importante renda importanti anche noi. Fondamentale è apparire, conoscere… Apparire sui social, il desiderio spinto da un bisogno associato all’approvazione sociale, al voler essere accettati e spalleggiati dagli altri: ecco il fenomeno pericoloso dei social!».

donne che nonostante il senso d’amore, hanno compiuto la scelta coraggiosa di andare dai carabinieri a denunciare il proprio figlio. Credo che questo sia difficile, però insegna qualche cosa, il silenzio invece è l’incapacità di dire a se stessi: “ho sbagliato”. Quello che vediamo è lo specchio del nostro insuccesso educativo»