Mostra della fotografa Myriam Meloni: nelle giornate chiare si vede Europa

Una fotografia del trittico "Senza linea" di Myriam Meloni per la mostra "Nelle giornate chiare si vede Europa", commissionata alla fotografa per il Festival di Fotografia Europea 2023.

di Stefania Spadoni

Stefania Spadoni ha intervistato in diretta da Tangeri Myriam Meloni, città del Marocco dove ha deciso di vivere la fotografa. L'artista ha esposto in mostra diverse questioni sociali con il tema Europe Matters, legate tutte da un fil-rouge: lo spostamento. Quello privilegiato dell'Erasmus e quello sfortunato dell'immigrazione, con un focus tutto particolare nei confronti delle donne.

Europe matters

La mattina in cui incontro Myriam Meloni è una giornata chiara, e seppur nell’orizzonte di uno schermo, riesco anch’io ad intravedere un’Europa. Myriam si collega da Tangeri, dove ha scelto di vivere. Ci separa uno schermo, ma nella realtà ci separa il mar Mediterraneo, mare che è oggi scenario indiscusso dei flussi migratori, ma, per usare un eufemismo, scenario della sofferenza umana.

Qualche settimana prima mi trovavo a Reggio Emilia, nella meravigliosa cornice del Festival di Fotografia Europea, che quest’anno volge alle radici della nostra identità individuale e sociale con il tema Europe matters: visioni di un’identità inquieta. È in questo specifico contesto che la fotografa Myriam Meloni viene chiamata in causa con una committenza molto specifica: raccontare il progetto Erasmus.

Eppure, quando entro nei Chiostri di San Domenico, la mostra di Myriam Meloni Nelle giornate chiare si vede Europa, racconta molto di più. 

Nelle giornate chiare si vede Europa

Nelle giornate chiare si vede Europa è il racconto di otto giovani donne, autonome, professioniste, educate al viaggio e all’incontro con l’altro, che decidono di migrare e trasferirsi a Tangeri. Chiedo a Myriam di raccontarmi qual è stato il processo e perché ha scelto, per raccontare il contemporaneo, di partire da un mito classico: quello di Europa narrato da Ovidio.

«Il tema che mi è stato affidato dalla committenza di Fotografia Europea, e cioè raccontare il progetto Erasmus, mi ha reso molto inquieta, perché mi spingeva a lavorare su una parte della popolazione molto specifica. Conoscevo in prima persona l’esperienza dell’Erasmus e ne avevo un’opinione precisa, legata alla consapevolezza che questo specifico flusso migratorio fosse basato su un privilegio, che fosse l’apoteosi del divertimento, della libertà, della possibilità.

Rispetto al mio lavoro di fotografa, mi sembrava che questo tema mi allontanasse dal mio percorso di ricerca, in merito alla narrazione dei flussi migratori quando questi sono dettati da situazioni di svantaggio, disagio, difficoltà.

Le prime settimane di lavoro sono state di grande conflitto interno e, cercando una chiave di lettura in quelle che potevano essere le derive dell’Erasmus, compresi che poteva diventare interessante andare alla ricerca delle origini, investigando i momenti cardine in cui si cominciò a propiziare l’idea dell’unione tra popoli diversi e cercando di capire come questi propositi iniziali abbiano attecchito e influenzato la creazione di un’identità europea. A questi elementi ne aggiungo un altro: lo spostamento specifico delle donne».

Conoscevo in prima persona l’esperienza dell’Erasmus e ne avevo un’opinione precisa, legata alla consapevolezza che questo specifico flusso migratorio fosse basato su un privilegio.”

– Myriam Meloni
Un’installazione in mostra fotografata da Stefania Spadoni.

Il mito d’Europa per Myriam Meloni

È qui che la tua idea di progetto si incrocia con il mito di Europa?

«Durante il processo di ricerca mi sono fatta tante domande: cos’è l’Europa per me? Credo nell’Europa? In che momento ho sentito per la prima volta l’Europa? Dove, nel mio quotidiano, percepisco questo senso di identità europea?

Sono andata a ritroso esplorando tutte le differenti epoche storiche, cercando di capire come la letteratura, la filosofia, la scienza siano intervenute nella creazione di un’idea di popolo e di comunione.

È in questo percorso che riprendo in mano il mito di Europa: da un lato ritrovo questa donna protagonista e dall’altro mi accorgo che c’era un percorso, una migrazione, che veniva effettuata al contrario, da una terra d’Oriente a una terra d’Occidente».

Nell’installazione della tua mostra i ritratti delle otto donne sono coperti da un «velo». Perché questa scelta?

«Volevo rappresentare graficamente il privilegio della nostra possibilità di movimento: con il passaporto italiano questa diventa quasi scandalosamente esuberante se paragonata alle possibilità di persone in altre parti del mondo, motivo per il quale nell’installazione ho esposto il mio passaporto, proprio quello che mi ha permesso di fare l’Erasmus, accanto al diniego di visto per l’Europa di un giovane marocchino.

Ho quindi iniziato a creare delle mappature di questa libertà di movimento dei corpi, ma anche delle idee e della gestualità che queste donne mettevano in circolo, creando delle mappe che fossero portatrici di esperienze. La velina mi ha permesso di sovrapporre queste mappe ai volti delle donne, che diventavano così espressione del loro essere, e di farlo con un materiale che è allo stesso tempo delicato, ma consistente.

Inoltre, volevo che l’esposizione avesse tutta una serie di elementi che interpellassero lo spettatore, ricreando un’ulteriore gestualità e un’ulteriore mappatura dello spazio. Allo spettatore della mia mostra è richiesto un ruolo attivo, un po’ come metafora del ruolo che dovremmo avere quando ci confrontiamo con l’altro.

Infine, ragionando con Sonia Borsato che ha scritto il testo introduttivo della mostra, è emersa un’altra chiave di lettura di questa scelta: un riferimento preciso al gesto antico dello sposo che solleva il velo per scoprire il volto della sua sposa».

“Allo spettatore della mia mostra è richiesto un ruolo attivo, un po’ come metafora del ruolo che dovremmo avere quando ci confrontiamo con l’altro.”

– Myriam Meloni

Nel testo introduttivo della mostra Sonia Borsato parla di «rivoluzione gentile», di donne che al contrario dell’Europa del mito non vengono rapite ma cavalcano il Toro, facendoci riflettere su una nuova prospettiva critica e postcoloniale che prova a guardare al futuro.

«Nella mia mostra racconto una decostruzione sia del mito che dell’idea dell’Erasmus, perché nelle donne che scelgo di fotografare il processo migratorio è inverso, si rompono gli schermi interni di retro-alimentazione che esistono fra noi europei, nel tentativo di creare un unico corpus.

Queste storie esulano da quello per cui il percorso dell’Erasmus nasce, sono storie di rottura, non è più l’uomo protagonista, ma è la donna, che riappropriandosi del mito, ne dichiara il senso di esistere nel contemporaneo, semplicemente perché abbiamo ancora molte cose da discutere ed è giusto farlo ora che il ruolo femminile è cambiato.

Io stessa decido di fotografare le donne nel momento in cui mi rendo conto che ho voglia di riprendere questo mito non solo come punto di partenza concettuale, ma anche come punto di partenza iconografico.

Come le donne che ho fotografato, anch’io vivo a Tangeri, quindi ho una visione dell’Europa da un punto di vista non europeo, ma tutti dovremmo avere coscienza di chi siamo, da dove veniamo e del nostro impatto sulle altre società come continente che per secoli ha operato con forza sugli altri continenti. Penso che oggi nessuno possa avere scuse per non avere uno sguardo e un senso di coscienza su questo».

Dov’è nel tuo lavoro la figura del Toro, che nel mito rapisce e vìola Europa?

«Il Toro nel mito è un dio, qualcosa che viene dall’alto, che viene imposto, che ti seduce e per me oggi è rappresentato dall’Europa in senso istituzionale.

Tutte le decisioni che arrivano dall’alto e che possono essere attraenti perché costituiscono una promessa di benessere, di giustizia, di equità e di economia prospera; così come nel mito il Toro era una forma di illusione, nello stesso modo sento che davanti a questa proposta che è l’Unione Europea, si nascondono una serie di altri interessi da cui noi, come popolazione civile, siamo elusi».

“con il passaporto italiano [LA POSSIBILITà di movimento] diventa quasi scandalosamente esuberante se paragonata alle possibilità di persone in altre parti del mondo, motivo per il quale nell’installazione ho esposto il mio passaporto, proprio quello che mi ha permesso di fare l’Erasmus, accanto al diniego di visto per l’Europa di un giovane marocchino”

– Myriam Meloni