La storia di Gemma: lottate per far capire agli altri il vostro valore

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La B.Liver Gemma Rutherford davanti al Duomo di Milano.
Per la B.Liver Story di questo mese, Gemma, giovanissima B.Liver di 16 anni, invita a lottare per far capire agli altri il proprio valore.

di Gemma Rutherford

Ciao, sono Gemma, ho sedici, anzi, quasi diciassette anni e nella vita ho sempre avuto molte difficoltà, a partire da quando, a soli
pochi mesi dalla mia nascita, ho perso mio papà e mia mamma ha dovuto crescere me e mia sorella completamente da sola.

A sette anni mi è stato diagnosticato un «medullo blastoma», più comunemente chiamato «cancro al cervello» e con la fortuna che ho, non poteva che essere maligno: i chirurghi sono dovuti intervenire il prima possibile, altrimenti si sarebbe espanso e peggiorato.

Essendo ancora piccola e non in grado di capire la situazione, mia mamma ha dovuto decidere per me, così ho fatto il mio primo intervento alla testa per sbloccare il liquor accumulato e, dopo pochi giorni, in un altro ospedale, il secondo, che è durato tutto il giorno, per togliere il tumore.

Dopo un mese sono uscita dall’ospedale, ero felicissima: erano venuti a prendermi i miei zii Christian e Maria; loro mi sono sempre stati vicini dandomi una mano quando ne avevo bisogno.

Ricordo che in ospedale avevo chiesto trenta pacchetti di figurine degli amici cucciolotti e loro me ne hanno portati trenta esatti e poi, dato che non mangiavo da sola, mi davano il Fruttolo (con o senza Smarties), mi leggevano delle storie che mi piacevano tanto e imparavamo insieme delle bellissime poesie.

Poco dopo iniziai a fare la chemioterapia, mi iniettavano dei farmaci che mi hanno fatto perdere i capelli e, subito dopo, la radioterapia, mi attaccavano a un macchinario con una maschera strettissima sul viso e mandavano delle radiazioni, tutto per rimuovere completamente il tumore.

Stavo molto male in quel periodo, non capivo cosa mi stesse succedendo e perché ero chiusa in ospedale invece di essere a scuola con i miei amici, ma Teddy, il mio orsacchiotto, non mi ha mai abbandonato.

Ho iniziato ad andare da una psicologa molto brava che mi ha spiegato la mia situazione con disegni colorati e parole che potessi capire: ad esempio, mi parlava della mia pallina (il tumore) e dei nervi danneggiati che erano come i fili del motore danneggiati che non facevano funzionare molte cose.

Il tumore mi ha lasciato un sacco di regali indesiderati che non mi sarei mai aspettata: non potevo camminare, correre o saltare come tutti gli altri, faticavo a parlare, praticamente non muovevo metà del corpo! Avevo inoltre una paralisi al settimo nervo cranico, così non potevo muovere l’intera zona sinistra del mio viso, non potevo sorridere e mi si era pure stortato l’occhio.

Ho dovuto fare un sacco di fisioterapia, ricoveri per la riabilitazione, esami, risonanze e successivamente anche un intervento maxillo facciale per inserire il nervo e il muscolo, presi dalla coscia e da sotto il braccio, per rianimare il mio faccino.

Più avanti ho fatto un altro intervento all’occhio per raddrizzarlo e per me è stata una cosa fantastica: fino a quel momento ero vista, non solo dai bambini, ma anche dagli adulti, non come una bambina, ma come una specie di strana creatura; la cosa mi ha sempre fatto stare molto male. C’erano bambini che mi fissavano e che mi chiedevano dell’occhio; mamma mi diceva che erano solo curiosi, ma la cosa mi feriva molto e l’unico modo in cui riuscivo a manifestare i miei sentimenti era arrabbiandomi, spesso in modo esagerato.

In seconda elementare ho finalmente ripreso scuola, ero contentissima di tornare alla vita esterna poiché avevo passato parecchio tempo in diversi ospedali. Quando sono tornata, i miei compagni mi hanno cantato una canzoncina e scritto un cartellone di benvenuto; ero molto felice anche se, ripensandoci adesso, non era partito da loro (che comunque erano piccoli) ma dalla mia maestra, Miriam, comunque mi ha fatto molto piacere.

Con varie associazioni come la Magica Cleme, Make-a-Wish, Bastapoco, ho potuto fare delle esperienze pazzesche che non tutti hanno l’occasione di fare, come partecipare a Striscia la Notizia in una puntata dedicata a noi bambini, ricevere un video personalizzato da Emis Killa, o addirittura incontrare Buddy Valastro, il Boss delle Torte, nel suo laboratorio a New York e decorare una torta con lui!

“Questa è la mia storia e l’ho scritta con le lacrime agli occhi, ma spero che il messaggio arrivi forte e chiaro.” Immagine generata con sistema di intelligenza artificiale DALL·E 2

Ma c’è da dire che tutte queste bellissime esperienze non hanno mai eliminato del tutto i miei mali. Non ho mai avuto molti amici, sarà per il mio aspetto o forse per il mio carattere, ma con tutto quello che ho passato, mi sono rimaste cicatrici esterne e interne che gli altri non possono comprendere e che forse non spariranno mai…

Ho pochi pregi e tanti difetti e tuttora fatico ad accettarmi, penso spesso se la scelta di mamma di fare l’intervento per togliere il tumore sia stata quella giusta. Se invece avessi potuto decidere io, avrei fatto lo stesso l’intervento o avrei evitato di passare sedici anni d’inferno? Non lo so… ma è dura, molto dura.

“[…] penso spesso se la scelta di mamma di fare l’intervento per togliere il tumore sia stata quella giusta. Se invece avessi potuto decidere io, avrei fatto lo stesso l’intervento o avrei evitato di passare sedici anni d’inferno? Non lo so… ma è dura, molto dura.”

Gemma Rutherford

Ho vissuto molte più esperienze della maggior parte delle persone adulte, ma non riesco a capire perché quando ero chiusa in ospedale ero vista come una supereroina che combatteva per tutto pur di migliorare, ma quando sono uscita ero vista come uno «scarto», una «problematica»… un vero e proprio MOSTRO!

Ma allora a cosa sono serviti tutti gli sforzi che ho fatto? Ho sempre affrontato tutto con coraggio e sono arrivata fin qui, ma ora, a cos’è servito? Certo, miglioro sempre di più, ma nella vita la gente continuerà a dirmi perché non sorrido, perché non chiudo l’occhio, perché ho pochi capelli… quelle piccole stronzate che sembrano inutili, in realtà non lo sono, perché nel 2023 è molto importante riuscire a fischiare, a truccarsi, a stare in equilibrio, cazzo! È importantissimo persino avere i riflessi e io non ho nulla di tutto ciò; per questo non vengo e non verrò mai scelta per i giochi sportivi, per uscire con gli amici, per andare alle feste

Per di più a scuola sento parole usate come insulti, sia da ragazzi che da docenti, come «handicappato», e in ogni secondo vorrei dirgli che io ho vissuto così per tutta la vita e non è certo stata una mia scelta, anzi, ho faticato tantissimo per cambiare le cose e ora che sono qui mi sento come se usassero la mia storia per insultare e paragonassero tutti i miei sforzi a uno schifo inutile.

“ho faticato tantissimo per cambiare le cose e ora che sono qui mi sento come se usassero la mia storia per insultare e paragonassero tutti i miei sforzi a uno schifo inutile.”

Gemma Rutherford

Gli altri non sanno e non sapranno mai come mi sono sentita, ma io non mi fermo: cercherò sempre di farglielo capire per evitare che altri, come me, soffrano ancora.

“Gli altri non sanno e non sapranno mai come mi sono sentita, ma io non mi fermo: cercherò sempre di farglielo capire per evitare che altri, come me, soffrano ancora.”

Non posso essere io a dirvi «lottate per la vita» ma affrontatela e fate come me, sperate in un futuro migliore, lottate per far capire agli altri che valete, nonostante le difficoltà che potrebbero non sparire mai.

Questa è la mia storia e l’ho scritta con le lacrime agli occhi, ma spero che il messaggio arrivi forte e chiaro.

“Questa è la mia storia e l’ho scritta con le lacrime agli occhi, ma spero che il messaggio arrivi forte e chiaro.”

Gemma Rutherford