Intervista alla poetessa Chandra Candiani: “Ragazzi, la vita è rossa, è viva!”

Il bosco non ha bisogno dell'uomo. È l'uomo che ha bisogno del bosco.
In queste prime righe dovrei introdurre Chandra Candiani, ma come posso io presentarla brevemente?! Proprio lei che nelle prossime righe racconta di sentirsi stretta nelle definizioni. Saranno le sue parole a parlare di lei, saranno loro a farci scoprire un pezzettino della 
sua grande passione. Quello che posso raccontarvi io è la magia del nostro incontro.

di Lara Frassine, B.Liver

In queste prime righe dovrei introdurre Chandra Candiani, ma come posso io presentarla brevemente?! Proprio lei che nelle prossime righe racconta di sentirsi stretta nelle definizioni. Saranno le sue parole a parlare di lei, saranno loro a farci scoprire un pezzettino della sua grande passione.

Quello che posso raccontarvi io è la magia del nostro incontro. Ero talmente emozionata all’idea di poterla anche solo sentire che appena ho ricevuto la notizia sono corsa dal mio fidanzato quasi in lacrime a raccontargli tutto con la vocina dolce che usiamo per dirci Ti amo, per dirci le cose più intime.

Ecco, quest’incontro è stato talmente potente che è risuonato in me ancora prima di avvenire, proprio come la magia che si scatena nell’attesa della poesia di cui parla Chandra. Vi auguro di vivere un incontro come questo, buona lettura!

In questo numero del Bullone stiamo lavorando con i ragazzi sulle parole di quest’anno. Le parole che curano, le parole che fanno bene, le parole che fanno male, le parole che liberano. Quanto sono importanti oggi le parole?

«A me sembrano trascuratissime, buttate lì per dimostrare quanto sappiamo, per sedurre, per attaccare, per ferire o adulare, ma c’è poca riflessione, poco essere in vero contatto interiore con il profondo sentire, poca intenzione di medicare e di toccare, di farsi sentiero verso l’altro.

Una parola che non tiene conto dell’altro ma solo di sé, non è parola. Per imparare a parlare ho bisogno di fare tanto silenzio, di non chiacchierare e non dire parole vane, tanto per riempire un vuoto.

La parola è risonanza, ti sento e risuono, rintocco con te. Mi mancano le parole vere, schiette senza essere brusche, semplici senza negare l’intricatezza, buone senza nascondere il male».

“La parola è risonanza, ti sento e risuono, rintocco con te.”

Chandra Candiani

Siamo partiti dalla parola Abracadabra, la parola che crea, ma anche una parola «magica». Nelle sue poesie, come trova la magia nella parola?

«Aspettandola. La parola ha bisogno di attesa. Non scrivo mai senza un’attesa, certe volte anche dolorosa o impaziente. La poesia è una visita. La sua magia è proprio che arriva nonostante me, all’insaputa di me. Ha bisogno che io mi tolga per parlare da un altrove che è più vicino al tempo e al luogo in cui sono, di quanto io non sappia. Spesso la poesia sa prima di me, è profetica, è futura».

“Spesso la poesia sa prima di me, è profetica, è futura”.

Chandra Candiani

Rispetto all’origine della parola Abracadabra ci sono diverse ipotesi, quella più accreditata riporta che derivi dall’aramaico Avrah KaDabra che significa «Io creerò come parlo». La parola, quindi, come mezzo di creazione. Secondo lei la parola può creare? Che peso hanno le parole che usiamo? Influenzano davvero il nostro modo di vedere, sentire, vivere?

«La parola può creare, così come può distruggere. Può creare opere, legami, sciogliere nodi, indicare la bellezza, invitare la gratitudine. E può ferire, annientare, togliere identità, raggelare.

Una volta sono stata ricoverata all’ospedale per una polmonite. Uscita, mi hanno dato il referto e tra l’altro c’era scritto: “Arrivata in condizione fisiche scadute”. Scadute!? L’avevo sentito dire solo degli alimenti. E quando l’ho fatto notare alla dottoressa, lei ha detto: “Ma è solo un nostro modo di dire …”, beh, un modo di dire non è una piccola cosa, è un’abitudine, e definire la salute di qualcuno “scaduta” non fa sentire bene.

Per non parlare delle diagnosi psichiatriche. Dei veri marchi da cui è difficile poi uscire.

“Io creerò come parlo” mi sembra più profondo però, è come dire che se la parola è vera si può realizzare. Nella Via in cui pratico si dice: “Chi non mente vedrà realizzarsi la sua parola”».

“Chi non mente vedrà realizzarsi la sua parola”.

Chandra Candiani

Ogni essere umano è molteplici cose, siamo sempre alla ricerca delle nostre parole per definirci. Lei per esempio, è una poetessa, una traduttrice, ma anche una donna. Come trova le parole per definirsi. Siamo una parola o tante?

«Cerco di non definirmi, sto stretta nelle definizioni. Ogni definizione mi fa subito venire in mente il suo contrario. La società ci chiede una definizione di noi per vedere come e se produciamo. A me piace pensarmi inutile. Non avere pretese nei miei confronti, lasciarmi respirare.

Ma ci ho messo settant’anni per arrivare a intuire la libertà dalle identificazioni con “io sono…”»

“La società ci chiede una definizione di noi per vedere come e se produciamo. A me piace pensarmi inutile.”

Chandra Candiani

Lei parla di parole scatole che possano contenere l’immaginazione; queste per i B.Liver sono veramente fondamentali: la malattia molte volte si prende un grandissimo spazio e tutto il resto sembra perdere consistenza. L’immaginazione può salvare, dare nuova vita a questo spazio e a questo tempo sospeso. Come possiamo stimolare queste parole? Come possiamo renderle vive?

«Ho sognato poco nella vita perché non potevo permettermelo, ero spesso in una dolorosa emergenza. Ma ho sentito molto.

Ho sentito i richiami. Gli alberi chiamano, i fiumi, il mare, la luna. Chiamano gli animali. Anche le persone chiamano, anche quando non lo sanno. E i nostri sogni chiamano. Ho ascoltato la salute mentale chiamarmi e non solo la follia, e ho capito che erano sorelle, una la faccia nascosta dell’altra. Anche nella malattia c’è nascosta la salute e viceversa.

Spesso quando ho un dolore cronico, scopro che c’è comunque una sua dinamica, cambia con le ore del giorno, ha un suo ritmo che varia, delle sue ondulazioni. Posso stare con il suo flusso, anziché con la sua condanna?

Le parole vanno denudate, strappate dagli stereotipi, portate vie dagli stigma. Ci sono secoli di paura sopra le parole, ma possiamo incontrarle di nuovo. Interrogare una parola: “Chi sei? Cosa significhi davvero? Cosa sei per me?”, può salvaguardare nuovi significati, togliere timori, far avvertire vie d’uscita».

Chandra Candiani (Milano, 1952). Poetessa, traduttrice di testi buddhisti e maestra di meditazione. Tra i suoi libri ricordiamo Io con vestito leggero (2005), Bevendo il tè con i morti (2007), Il silenzio è cosa viva. L’arte della meditazione (2018), Visti dalla luna (2019), Questo immenso non sapere (2021). Le sue poesie sono contenute in Nuovi poeti italiani 6 (2012). Illustrazione di Chiara Bosna.

“Interrogare una parola: “Chi sei? Cosa significhi davvero? Cosa sei per me?”, può salvaguardare nuovi significati, togliere timori, far avvertire vie d’uscita“.

Chandra Candiani

«Il mondo è il sole che scioglie la neve», scrive Renz, dieci anni, filippino, in Ma dove sono le parole. Ogni volta che leggo questa poesia mi emoziono, così semplice e anche così autentica e magica. Oggi che valore possono avere le parole semplici in un mondo che diventa sempre più complesso?

«La semplicità non è semplificazione, complessità e semplicità possono andare benissimo insieme. Dice un detto Zen per definire la semplicità: “Quando ti cade il cappotto, raccoglilo”.

È vero che il mondo è più complesso ma non è detto che debba per forza essere aggrovigliato e in fondo i nostri bisogni restano sempre gli stessi: stare bene, avere di che vivere, comunicare, amarsi, creare, credere in noi e negli altri, trasformare i sogni in realtà, fare spazio al mistero».

Lei scrive che la poesia è la voce degli invisibili, la lingua di chi non sa parlare; questo per noi è un tema fondamentale con cui ci scontriamo ogni giorno. Ci sono alcune storie di malattia che rimangono invisibili, malattie di cui non si può e di cui non si vuole parlare, come l’HIV o i disturbi del comportamento alimentare, in che modo la poesia può essere d’aiuto in questo?

«Ho tenuto seminari di poesia nelle case per chi era malato di AIDS e si ritrovava la vita prolungata dai nuovi farmaci, ma non più la motivazione a viverla, dopo gli stigmi familiari e sociali, l’emarginazione, e la convinzione di dover morire presto, quindi con una totale assenza di progetti.

Un uomo ha scritto: “I fiori sono rossi anche di notte”. Capite? Anche quando non la vediamo, la vita è rossa, è viva. Anche i disturbi mentali sono tabù. La poesia permette di dire il proibito, quello che gli altri non osano dire. Permette la sovversione. Ma va distinta dallo sfogo. La poesia è anche misura, smisurata misura, ma sempre ha una forma, un sapere in sé, deve sorprendere per primo chi la scrive».

“I fiori sono rossi anche di notte”. Capite? Anche quando non la vediamo, la vita è rossa, è viva.

Chandra Candiani

Ci sono cose per cui non ha ancora trovato le parole giuste?

«Quasi tutte. Ogni volta che mi trovo di fronte alla bellezza, ammutolisco e penso: “Come potrò dirti?“. Poi, quando la poesia arriva, dice sempre altro da quello che volevo dire».

In un’intervista lei racconta che le parole sono in via d’estinzione, come possiamo coltivarle?

«Con la cura, la sollecitudine verso il dire, che sia limpido e abbia riguardo verso chi ascolta, che sia vero ma attento a non ferire, che sia abitato dall’anima, dalla voce segreta, che sia compassionevole e in contatto con la Fonte.

La parola dovrebbe servire per intendersi. Eppure oggi serve soprattutto per vincere sull’altro, anche ingannandolo. Dobbiamo fare una rivoluzione verbale, dobbiamo mantenere in vita la parola vera. La parola che salva».

“Dobbiamo fare una rivoluzione verbale, dobbiamo mantenere in vita la parola vera. La parola che salva.”

Chandra Candiani